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lunedì 17 settembre 2012

Un lunedì da cialtroni: esultanze, ammonizioni e yogurt

Rubrica che sintetizza rapidamente, alla nobile maniera delle chiacchere da bar, il calcio giocato e parlato nel fine settimana appena trascorso:


  • Mio padre, romanista, dopo la vittoria dell’Atalanta a San Siro: "Con questo risultato, il successo della Lazio a Bergamo acquista più valore". La mania giornalistica di revisionare i risultati a posteriori ha contagiato anche lui. 
  • Al terzo gol del Bologna ero fuori casa. Un mio amico mi dà la notizia grazie all'aggiornamento internet sul cellulare. Una smorfia del tifoso romanista allo stadio, in tempo reale, si trasforma in un sorriso, in differita, a chilometri di distanza. La forza della tecnologia.
  • Con l’abbandono di Ibra il Milan sembra trovarsi in una situazione di crisi simile a quella vissuta dall’Inter post-Mourinho, senza però essere stata, nell’ultimo ciclo, vincente come la sua rivale. 
  • Il problema dell’Inter era non aver cambiato nulla dopo l’addio del portoghese. Sarebbero dovuti arrivare Kuyt e Mascherano. Arrivò solo Benitez che, tra l'altro, si ritrovò con lo stesso organico mourninhano. Il problema del Milan, al contrario, è di aver effettuato una rivoluzione a metà. Preso coraggio, partiti i fuoriclasse della rosa, i nuovi rinforzi sono solamente delle controfigure. Meglio sarebbe stato inserire attori emergenti e vivere un anno di purgatorio serenamente, puntando al futuro. Erano proprio indispensabili Pazzini e Bojan?
  • Contro il Chievo Verona due gol molto belli di Hernanes, che ha però diversi problemi nell'esultare. Al primo gol, il difensore avversario Sardo protesta animosamente rincorrendolo e facendogli notare che avrebbe dovuto fermare l'azione perché Mauri era a terra. Al terzo gol, invece, il brasiliano è braccato dai compagni di squadra Cana e Candreva che vogliono festeggiare abbracciandolo. Hernanes si libera con forza, li scansa quasi prepotentemente, perché gli impediscono di eseguire la sua classica esultanza con annesso salto in aria. Tra arbitri, avversari e compagni non si può più esultare in santa pace.
  • All’Olimpico Lamela sigla il momentaneo 2-0 per la Roma. I giocatori del Bologna protestano perché un loro compagno era a terra durante l’esecuzione del tiro dell’argentino. Colpevole non è Lamela, che giustamente finalizza l’azione (come Hernanes a Verona), ma gli avversari che quasi si fermano,convinti che l’attaccante giallorosso avrebbe stoppato l’azione.

  • Mettere palla fuori perché un avversario o un proprio compagno si trova a terra è una brutta abitudine mascherata da fair play. Molte persone approfittandone chiamano “esperienza” il rotolarsi doloranti sul terreno di gioco, guadagnando tempo e facendo fermare l’azione. Giocassero a rugby si rialzerebbero dopo un secondo. In quello sport sembra che la stessa pratica la chiamino “debolezza”. Punti di vista.

  • A Genova Immobile viene ammonito inspiegabilmente dopo aver siglato il vantaggio sulla Juve. L’attaccante genoano era andato ad esultare sotto gli spalti dei propri tifosi. Colpevole di aver condiviso con il proprio pubblico la gioia del golAncora più incredibile in Germania: nello scontro tra Hannover 96 e Werder Brema, Huszti segna in rovesciata al novantatreesimo il gol del 3-2 che chiude la partita all'ultimo respiro. Orgasmo del calcio. Sogni di bambino che si realizzano. Il premio? Un’espulsione per somma di ammonizioni istantanea: la prima per essersi tolto la maglietta, la seconda per essersi arrampicato sulla gradinata della propria tifoseria. 


  • Questo è il calcio che sogniamo? Un fiume di ammonizioni per esultanze, gioie e gol? Mi ricordo anni fa che Messi fu multato per aver mostrato una scritta di ringraziamento alla propria mamma, sotto la maglietta da gioco. La Fifa e le varie Leghe non perdono occasione per parlare di fair play, del rispetto, della gioia di giocare a calcio ma allo stesso tempo continuano a reprimere azioni che sono vitalità per questo sport. Sbaglio o la pubblicità della “Seria A Tim” mostra dei bambini che giocano a calcio, sorridono, corrono ed esultano in maniera gioiosa dopo un gol? Alcuni levandosi addirittura la maglietta? Perché allora continuare ad ammonire ed espellere goffamente dei giocatori che sono rimasti solamente dei bambini felici? Come sempre i Palazzi predicano bene e razzolano male.
  • Nella giornata appena conclusa erano due i derby ospitati da capitali europee. A Londra si giocava Qpr-Chelsea, finita 0-0. La nuova squadra di Julio Cesar ha fermato la squadra di Di Matteo nel primo pareggio stagionale in Premier League dopo tre vittorie consecutive. Il Chelsea rimane comunque primo a dieci punti, seguito dalla United a nove. Il Qpr naviga ancora in bassa classifica; solo due punti in quattro partite, come il deludente Liverpool di Suarez e Borini. 
  • A Madrid, invece, era di scena il “derby povero” tra Atletico e Rayo Vallecano, finito in goleada: 4-3 per gli uomini di Simeone. Anche il Barcellona ne fa quattro in trasferta contro il Getafe e consolida ancora di più il primato; quattro partite e punteggio pieno, seguito in vetta dal Malaga a due distanze. Incredibile sconfitta del Real contro il Sevilla per uno a zero. Adesso le merengues sono a meno otto dai catalani.
  • I giornali spagnoli pro-Casa blanca esorcizzano i passi falsi, ricordando che l’ultima volta che il Real era partito così male in Liga finì vincendo la nona Champions League. Vedremo martedì contro il City di Mancini come inizierà la stagione europea per Mourinho e se le profezie giornalistiche si avvereranno.
  • Facendo zapping tra le varie partite, cambio su “Diretta gol”. Trevisani è il telecronista di Genoa-Juve. Immobile si mangia clamorosamente un gol davanti Buffon scatenando più commenti:” Immobile ci ha messo quaranta minuti prima di tirare”,“ Incredibile che un giocatore fortissimo come lui nell’uno contro uno si possa divorare una chiara occasione da gol uno contro zero”. Ormai molte telecronache hanno raggiunto il livello di discussione da bar tra amici. Molti opinionisti cercando nuovi gerghi, innovazioni linguistiche e sintattiche fanno rimpiangere sempre di più la sobrietà dei fasti delle epoche telecronistiche passate. Una volta, addirittura, ho sentito un commentatore sentenziare, dopo una goffa azione:“Male male”. Un tormentone dello slang calcistico da spogliatoio che oramai ha invaso le strade e le piazze delle parlate giovanili. Questo è ciò che ci meritiamo dalla modernizzazione del calcio? Un pensiero personale, con parole non mie: “Male male!”.



  • Già diventato tormentone di internet il video degli spot nipponici di Nagatomo. Esilarante il modo in cui il terzino dell’Inter si cala in un ambiente da “manga liceale”. L’effetto pubblicità da yogurt ha già maturato i suoi tardivi frutti con Ferrara (testimonial Danone qualche anno fa), che con la Sampdoria ha centrato la sua terza vittoria consecutiva. Fermenterà allo stesso modo la classifica dell’Inter? I tifosi ci sperano, l’unica differenza è nella data di scadenza dello yogurt di Nagatomo, compagni e Stramaccioni. Sulla loro di confezione è scritto a lettere cubitali: da consumarsi il prima possibile.


venerdì 31 agosto 2012

Miglior giocatore d'Europa?




La corona del principato del calcio europeo è proprietà di Andrés Iniesta. Il centrocampista spagnolo vince il premio come miglior calciatore d’Europa, con 19 voti; staccando di due misure Messi e Ronaldo, fermi entrambi a 17.

La delegazione spagnola, rappresentata da Marca (vicina al Real Madrid), ha votato per Cristiano Ronaldo, anche se in passato si era lamentata, a titoli cubitali, per il fatto che il Pallone d’Oro non sia mai stato assegnato ad uno spagnolo (chiara polemica anti-Messi).

Iniesta, a mio avviso, è il calciatore più forte del mondo, in questo periodo. Aver vinto un mondiale, due europei e tre Champions League da protagonista (solo per citare i trofei più prestigiosi) gli permette di avere un  “minimo” vantaggio su Ronaldo e Messi, ancora a secco nelle grandi competizioni con le loro nazionali.

Le doti del centrocampista blaugrana oltrepassano, inoltre, i confini del campo: non fa differenza essere madridisti, barcellonisti, spagnoli, catalani, patteggiatori di Messi o di Ronaldo, tifosi dell’Espanyol o semplici appassionati di calcio; tutti si trovano d’accordo sul valore e sui meriti di Iniesta.

Quando dedicò il gol vittoria del mondiale al suo amico Daniel Jarque, giocatore dell'Espanyol, scomparso nel 2009, fece emozionare tutta la penisola iberica, senza distinzioni.

Nel 2011 in una partita amichevole della Spagna contro la Colombia al Bernaebu, tutto lo stadio si alzò in piedi ad applaudire il barcellonista Andrés. Gesti che valgono più di molti trofei e riconoscimenti ufficiali.


Persino le truppe integraliste di tifosi amanti della Pulce e di Cr7 firmano un armistizio calcistico ogniqualvolta si parli del centrocampista spagnolo. Messi è più forte di Ronaldo. No. Ronaldo è più forte di Messi. Ma Iniesta rimane Iniesta. Gareggia contro se stesso. Nessuno lo critica, tutti lo amano. Solo la Fifa, troppo indaffarata tra tangos di Rosario e fados di Funchal, si era dimenticata di questo fenomeno.

A Monaco, finalmente, i delegati hanno rivolto lo sguardo oltre l’eterno conflitto tra l’argentino ed il portoghese e si sono accorti della presenza di questo mago del pallone.

Il problema, ora, sorge nell’analizzare la validità di questo premio: miglior giocatore d’Europa oggi si traduce in “Pallone d’Oro”, vista la scarsa presenza di giocatori fuori dal Vecchio Continente che possano minimamente pensare di entrare a far parte dei migliori undici giocatori del mondo.

Vero è che le votazioni per il Pallone d’Oro sono più complesse.

Ma il dubbio rimane e la domanda sorge spontanea: se si sono uniti da poco, dopo anni di polemiche, i premi del Pallone d’Oro e del Fifa World Player, a cosa serve il riconoscimento per il miglior giocatore d’Europa?

Il baraccone della Fifa ogni giorno ne inventa una. Speriamo almeno che, a Gennaio, non deluda le nostre aspettative e riesca finalmente ad assegnare “el Balón de oro” al meritevole Andrés. Altrimenti questo premio non sarà valso niente.

Niente negli annali o nelle statistiche, tanto nei sentimenti. Perché per noi Iniesta non ha vinto un Pallone d'Oro. Ne ha già vinti molti.

domenica 26 agosto 2012

L'antipasto è servito.


"Facciamo un antipastino"
L’antipasto a tavola serve a saziare il giusto, a far venire l’acquolina in bocca, ad occupare lo spaziotempo che, altrimenti, sarebbe monopolizzato da molliche di pane e grissini.

Allo stesso modo, nella tavola quadrata, ricoperta da un panno color verde prato e da carta di giornali sportivi capitolini, piemontesi e meneghini esperti in notizie fasulle, l’antipasto non deve mai eccedere la portata principale che è quella del calcio giocato. Del campionato di Seria A.


Il mio personale buffet è servito in Catalogna, terra di autonomia, fútbol e turisti italiani caciaroni.
Le Olimpiadi sono agli sgoccioli e l’argomento medaglie, da queste parti, scotta. Catalogna, Paesi Baschi e Galicia rivendicano il proprio bottino.

I giornali spagnoli riscoprono sport dimenticati: taekwondo, canoa e balletti sincronizzati al cloro. Quantomeno, però, regalano ad atleti, fino a ieri sconosciuti, il privilegio della prima pagina, che nell’era d’internet conta quasi quanto una medaglia d’oro.

I giornali sportivi italici, al contrario, ripongono le fatiche, i successi e le delusioni olimpiche a fondo pagina, lasciando i titoli principali alle conferenze stampa di Mazzarri, alle sfuriate degli Agnelli, ai pensieri di Leonardo e alle finte notizie di calciomercato.
La cerimonia di chiusura delle Olimpiadi decreta la fine dell’antidolorifico a cinque cerchi. Quando comincia il campionato?

Nell’ esaltazione della potenza britannica, monarchica e, come da poco ricordato dall’Ecuador, colonialista, assistiamo al trionfo delle contraddizioni del mondo moderno. Sudditi, capi di stato e imprenditori a dare il loro omaggio alla corona e al business. L’inno della Grecia, suonato obbligatoriamente secondo copione, e la premiazione del vincitore della maratona maschile, di nazionalità ugandese, ci ricordano che da domani non ci sarà alzabandiera o cerimonia  a premiare i deboli e le nazioni sul lastrico.

Le Spice Girls e i Madness ( One step beyond forse sarebbe stata più azzeccata di Our house) ci salutano. Un passo avanti. Gli Who ci danno l’arrivederci. Antipasto olimpico finito.
Olimpiadi finite: One step beyond
Cameriere: quando inizia il campionato?

Anche da quest’altra parte del Mediterraneo si riaccendono, di colpo, frizioni mai sopite. L’interminabile affare Modric. Song, nuovo acquisto del Barcellona, sesto di 10 fratelli e 17 sorelle. Novità di un mercato in crisi che anticipa la Liga e l'eterno confronto tra le due superpotenze calcistiche iberiche.

La prima conferenza stampa di Mourinho è attesa più di una sforbiciata di Rajoy. Molti aspettano al varco della prova iniziale il nuovo allenatore blaugrana. Tito Vilanova. El Tito. Come dicono da queste parti. Molti sì, ma altri. Perché qui nessuno ha mai messo in discussione la scelta della dirigenza catalana. Si segue un progetto. La scelta è stata scontata. Vilanova è uno di casa.

El Tito, dovrà avere la meglio contro El Dedo. Il dito infilato di prepotenza nel suo occhio, in uno degli infiniti scontri tra merengues e cules, da “The only one”, come si è da poco autosoprannominato Mourinho.

La Liga non inizia come l’anno precedente. 6 a 0 e 5 a 0 messi a segno dalle due pretendenti alla vittoria. Il Real si ferma al Bernabeu con un pareggio a mezz’aria, impattando con il Valencia, con Pepe e Casillas a terra. Due punti persi sono un'eternità.

Mou, Vilanova, El Dedo e "El hombre del bigote"
La sera è il turno del Barça. La vediamo al Bar Siviglia. Nome andaluso, spagnolo, covo di madridisti. Il proprietario ad ogni tapa, serve una battuta: “ Rilassati! Non vedi già tre ne avete fatti”, includendomi a mia insaputa, nella tifoseria blaugrana. Questo si chiama progetto. Altro che Bojan, Luis Enrique, cantere primaverili e adolescenti promettenti. Trovarsi una giovane catalana come ragazza, confondersi tra tifosi blaugrana ed il progetto è partito. Non servono milioni. Més que un club. Ad ogni cerveza, poiaggiunge: “Non ti preoccupare, tanto già è deciso quest’anno, hai visto contro il Valencia? Rigore negato a Di Maria”. 

Il giorno dopo, i commenti degli avventori dei bar del centro sono totalmente differenti: “Già avete iniziato, come al solito! Fuorigioco di Soldado inesistente!”. Tutti gridano al Villarato. Teoria complottista per la quale viene accusato Angel Maria Villar, presidente della Federazione spagnola, di favorire un equipo rispetto ad un altro nel corso del campionato. 

Cameriere: quando inizia la Serie A? Basta con questo antipasto catalano-madridista, cocida e butifarra

Almeno qui in Italia i complotti li analizziamo sinteticamente in : grandi contro piccole, Juve contro tutti. Il materiale abbonda, la fantasia fa il resto.

In Spagna la tiritera è: Barça contro Madrid. Madrid contro Barça. Le altre squadre sono persino escluse dalle chiacchere da bar e dalle teorie di complotti astrali.

Quando inizia questa dannata Serie A?

El Clasico, che vedrò tranquillamente spaparanzato in Italia, mi esime dal confronto faccia a faccia con baristi madridisti, affezionati blaugrana e Villarato di ogni genere. Ma non mi libera, ahimè, da una domanda ossessiva che, a prescindere dal risultato, dalla storia di ogni partita, dalle manita e dalle rivincite,  torna ciclicamente a corrodere le mie credenze calcistiche: "Ma il Pallone d'Oro a Iniesta quando glielo date?".

Prima di tornare nello stivale un assaggino della dieta italiana è servito proprio nella capitale catalana. Trofeo Gamper. Barcellona – Sampdoria. I blucerchiati qui li ricordano ancora come quelli degli anni novanta. Finalisti di Coppa Campioni proprio contro i blaugrana; rispediti a Genova a mani vuote da un gol su punizione di Koeman nei tempi supplementari.

I negozi di cianfrusaglie sono piene di placche con su scritto “ Qui vive un Sampdoriano”, oltre ai classici “Aqui viu un culé” ( Qui vive un culé, tifoso del Barça). Penso alla solidarietà tra città di porto, alle affinità linguistiche, a Cristoforo Colombo, genoano e catalano, ai luoghi comuni sull'avarizia che accomunano i due lidi.

Finché l’occhio non cade sul cimelio che scatena definitivamente la mia fame cieca e becera. “ Qui vive un lupacchiotto”. "Qui si esagera!" penso.

Bandiera catalana giallorossa
Portatemi a Roma. Rimpatriatemi. Devo soffrire anche qui? Dopo le simpatie per Zeman, le spillette e le magliette catalane giallorosse, che ho comprato con un sorriso sulla faccia e un sussulto al cuore, anche questo devo sopportare? Basta. Torno a Frascati. Ho bisogno del campionato. Della Lazio.

Una boccata d’aria serie-aistica si respira già prima di salire sull’ avion. “Ao so annato a vede er Campnò, me so fatto a foto. Hai visto si? Già quattro pappine ianno fatto questi al Real Sociedad. Te credo co qua pippa de Jose Angel stavano, porelli. Solo noi se la potevamo pia quella sola. Nartra mentalità er Barça. Artro che noi, questi già dall’Allievi so na macina. Artro che Jose Angel. Questi puntano tutto sulla cantina (cantera, ndr)”.

Sono quasi a casa, le chiacchere da bar sono linfa vitale. L’addio alla Catalogna, oltre che alla Spagna e al suo fútbol, è siglato, ideologicamente e linguisticamente, dal ragazzo che mi precede nella fila all’imbarco.

L’hostess lo saluta “Gracias”, lui risponde disinvolto “Pregos”. Sto tornando. Antipasto finito. Ora serviteci il campionato.

lunedì 25 giugno 2012

God save the azzurri.


Meglio la Francia. No con i galli è sempre una dura battaglia e siamo finiti spesso allo spiedo. Meglio l’Ucraina sicuro. Sarebbe troppo semplice e a noi le cose semplice piace complicarle. Che vengano i servi della Corona allora. L’Italia si esalta in queste situazioni e gli azzurri potrebbero riproporre la cattiveria e l’agonismo proposto contro la Spagna e gli inglesi, anche se sudditi come gli spagnoli, non hanno gli stessi sfarzi di corte delle furie rosse.

Dopo aver passato gli ultimi giorni a convincerci che fosse meglio l’Inghilterra, a rievocare precedenti nascosti nel dimenticatoio, a cercare punti di attrito con una nazione che non è la Francia (e di conseguenza siamo stati costretti a limitare il nostro odio alla guida a sinistra e al tempo di merda), ci ritroviamo di colpo nello scenario dei quarti.

La partita si gioca di Domenica. Giorno del Signore. Le due nazionali cercano già dagli inni di guadagnare le simpatie del padrone dei cieli e dei gol fantasma. Iddio la creò, la partita è nostra. Dio salvi la regina cantano i leoni. Ma in cuor loro sperano che inali forza spirituale nel fischietto dell’arbitro per decretare un rigore inesistente o che salvi la pelle monarchica dalla fame di vittoria repubblicana. Il problema è insito nelle parole. Dio è impegnato nella salvezza della regina, ormai mummia, e sembra essersi dimenticato delle sorti calcistiche inglesi dal lontano 1966. Urge un'altra riforma protestante. Un catenaccio protestante.

Ma non bisogna riporre troppo le speranze nell’Altissimo, perché è risaputo essere, di sovente, impegnato in interminabili partite a scacchi e badminton contro divinità orientali.

Inoltre, le bestemmie degli azzurri in campo e le nostre in dolby surround dai divani di casa neutralizzano le parole dell’inno e  gli infiniti segni della croce di Abbate (la doppia b è romana) e di De Rossi, dei quali si dice abbiano problemi a centrare il buco della tazza del cesso, perché impegnati in gesti sacri nel pieno dell’azione di disimpegno della prostata.

Zero a zero sul campo spirituale. Un pareggio che si protrae per tutta la durata del match. Anche se dall’alto dei cieli avranno chiuso il solo occhio e avranno fatto finta di niente perché tra pali, gol in fuorigioco, dominio neocolonialista italiano della metà campo inglese, palle sbucciate e occasioni mancate le nostre bestemmie hanno raggiunto livelli danteschi inconcepibili alle autorità eterne. Viva Dante e Fuck Shakespeare.

Ha inizio la partita.

Al quarto De Rossi fa una cosa alla De Rossi. Con la sua coordinazione da giovine di Ostia Mare, col braccetto sollevato alla De Rossi, che oramai è trend dell’estate da sette anni a questa parte, riceve un cross dalla destra e, in un gesto che nei due emisferi terrestri è appannaggio di pochi, stampa un pallone che sembrava innocuo sul palo destro della porta difesa dal bambinone Hart. Chi ha fatto palo?

Un’ode alla classe e un regalo per i laziali come me. Come avrei potuto continuare nella mia fede di aquilotto se il De Rossi giallorosso avesse insaccato il pallone alle spalle del suddito numero uno inglese? Forse è vero che siedo dalla parte delle forze del male? Ma De Rossi, in cuor suo, sapeva che quel gol avrebbe fatto ricredere molti laziale della loro fede e l’anno successivo non si sarebbe potuto godere il derby come piace a lui. Con la stessa grinta di sempre. Grazie Danielì.

Dopo l’illusione del dominio della lingua del sì ai danni della lingua di Oxford, veniamo tutti ancorati nuovamente alle catene dei nostri divani quando Johnson calcia il pallone con una zampata da corridore, degna del cognome che porta, in faccia a Buffon.

L’Italia dopo 10 minuti di sofferenza diventa padrona del campo. Balotelli è la nostra fortuna e la nostra condanna. Protagonista di una buona prestazione ma mai decisivo sotto porta. Le tante occasioni passate tra i suoi piedi costringono Prandelli a lasciarlo in campo sacrificando Di Natale in panchina. La Germania, nostra prossima avversaria, non ci permetterà  un simile lusso.

Il secondo tempo l’Italia è ancora più padrona del campo. I cronisti Rai, nell’esaltazione della loro nullità, dichiarano che l’Italia avrebbe meritato un 3-1 al primo tempo. Calcio surrealista di una Tv pubblica ampiamente inadeguata a seguire un evento sportivo di tale portata.

Pirlo alterna qualche errore di distrazione a un’impostazione aulica del gioco azzurro. Gli inglesi spesso sono in undici dietro la linea della palla. Capello era considerato un despota, preso di mira per la sua pronuncia e per il suo gioco. Trapattoni è accusato a ogni latitudine di cattivo gioco e di una non impeccabile padronanza delle lingue straniere. Hodgson, dai noi italiani esterofili, è sempre stato considerato un signore. Oggi si rivela per quello che realmente è. Un inglesotto di mezza età che parla goffamente l’italiano e che schiera un catenaccio da seconda guerra mondiale, con una squadra priva di gioco e entusiasmo. Ma nessuno domani lo accuserà di scelte sbagliate o si farà gioco del suo italiano in conferenza stampa.

Giocare all’italiana, dichiarava, non so cosa significhi. Ovvio, perché il gioco dell’Inghilterra non è stato all’italiana bensì alla vaticana. Tutti arroccati dietro Porta Pia a difendere la Porta di Hart.

Le scelte di Prandelli nel secondo tempo sono quasi obbligate. Dentro Diamanti per Cassano, fuori Abbate e De Rossi per problemi muscolari (forse le famose prostate, ndr) sostituiti da Nocerigno e Maggio u timido ( cit. Edoardo Di Stefano e Valerio Zilli). Il primo così soprannominato perché crea il panico nella difesa avversaria e dona a tutti l’illusione del gol-goduria a qualche minuto dal termine. Il secondo perché appena entrato e con forze fresche ma timido nell’inserirsi a destra. Fa rimpiangere a qualche mio co-spettatore i vecchi tempi: “Metti Zambrotta!”.

Nel complesso un’Italia superiore. Difesa impeccabile che non si fa trascinare nel gioco sporco cercato da Carroll nella seconda metà della ripresa, che intruppa, spinge, casca, protesta, inciampa, goffa e rotola. Bene Montolivo e Diamanti. De Rossi e Pirlo due certezze. Gran partita di Thiago Motta, anche se si è visto poco ha fatto un importante lavoro oscuro.

Un’ Inghilterra sotto le aspettative riesce ad essere l’eccezione anche ad un teorema fondamentale del calcio: il teorema della spina dorsale. Elaborato in uno spogliatoio senza acqua calda in una traversa della Tiburtina il teorema enuncia: “quando si ha un buon portiere, un buon difensore centrale, un buon mediano e una buona punta gli altri sette possono essere anche delle costole rotte”. Non è così in effetti per la spina dorsale inglese: Hart, Terry, Gerrard e Rooney.
Soprattutto il centrocampista, ammirato da De Rossi, non è più il calciatore elogiato nelle liriche dei tifosi Red Devils sulle note di Que serà serà: “ Steve Gerrard Gerrard, he’ll pass the ball forty yard, he’s big he’s fucking hard, Steve Gerrard Gerrard.” Una spina dorsale che accusa la pesantezza tattica del catenaccio monarchico.

Ma la supremazia italiana rimane  in astratto, non è spietata come la diplomazia inglese. Al calcio vince chi segna e le belle prestazioni vengono dimenticate tra la sera e qualche articolo d’elogio il giorno successivo. Calci di rigore. Penalties, che in inglese suona come una penalità per l’Italia, incapace di chiudere la partita nei 120 minuti di dominio assoluto. Penalità e sofferenza. La squadra che ha giocato il calcio peggiore potrebbe passare il turno. Se perdiamo brucio tutti i dischi dei Beatles di mio padre. Se incontro qualche mio amico acconciato come gli Oasis gli faccio lo scalpo inneggiando a Braveheart. Siete inglesi. Il mio rispetto va a Giggs, gallese fiero, che si è rifiutato di vestire la vostra maglia, anche se ne aveva il diritto. Un grande campione che non ha voluto vivere lo scempio di questa nazionale. Al diavolo la Common Law inglese. Chiaccheroni. Abbandonate il campo, come osate passare il turno?

Shakespeare vi avrebbe abbandonato al vostro destino.

Ovviamente queste divagazioni storico-politiche nel momento del triplice fischio, che decreta i calci di rigore, sono sostituite da bestemmie in varie salse e in mille dialetti diversi provenienti da tutto lo stivale. Dio speriamo parli ancora aramaico e nella remota ipotesi che, nel corso dei secoli dei secoli, tu abbia appreso la lingua del colonialista e dell’Ipad ascoltaci: God save the azzurri.

Balotelli da eterna condanna passa al ruolo di momentanea salvezza. Calcia il primo rigore. Hart cerca la sfida sul piano astratto dei ghigni. Forse non conosce bene il suo compagno del City. Spietato, con freddezza insacca. Un Balotelli che sempre è un interrogativo per i compagni e per i tifosi tutti, infonde, per una volta, sicurezza al collettivo.  Gerrard si ricorda degli elogi di De Rossi e non sbaglia. 1-1. Montolivo lo sapevamo. In ogni casa abbiamo pensato, detto, gridato : “No Montolivo No.” E infatti Montolivo non segna. Ma ci facciamo coraggio, rievocando il teorema del rigore, inventato in uno spogliatoio con le docce rotte in via Casilina, secondo il quale: "Chi sbaglia per primo vince".

Quando Rooney sistema la zolla del dischetto malediciamo qualsiasi cosa strisci, voli o cammini aldilà della Manica, dalla zolla dei capelli dello stesso Rooney a tutti i datori di lavoro londinesi dei nostri amici emigrati. Buffon entra in trance. Sperimenta il metodo Mapuchi di ipnotizzazione contro il talento inglese, indica il lato dove si sarebbe buttato con la manica ed il guantone. Il lato della Manica è l’altro. Spiazzato. Ma si sa che questo metodo raccoglie i suoi frutti a posteriori. 1-2 per i monarchici. 

Pirlo si presenta sul dischetto con l’aria di uno appena svegliatosi dal sonnellino pomeridiano. Un’aria alla Pirlo. Il cucchiaio di Totti fu un elogio alla romanità. Il Francescone nazionale si sedette a tavola con Van Der Sar, prese il cucchiaio pieno di brodo, tirò su rumoreggiando come si fa a tavola tra amici, e non sazio passò la scarpetta sul fondo del piatto delizioso. Il gesto di Pirlo è la classe di chi mangia degli spaghetti aglio olio e peperoncino con il cucchiaio. Solo alcuni se lo possono permettere. Pirlo è uno di questi. Classe innata, naturalezza dell’olio e imprevedibilità del peperoncino. Tutto contornato da un basso profilo. Pirlo non è il tipo che seduto a tavola si lamenta del troppo piccante. Nel silenzio sacrale dei pasti prende il cucchiaio e scava la fossa per il portiere avversario incredulo, a cui rimangono in viso lacrime al gusto di aglio. L'assurdo. Gli avanzi. 2-2.

Buffon al rigore successivo perfeziona il metodo Mapuchi precedentemente utilizzato. Young frastornato. Palla sulla traversa, come Trezeguet nel mondiale 2006. 2-2.  Il prossimo sul dischetto è Nocerigno. Un goffo Romario che tira una scarpata precisa all’angolo opposto di Hart Cuor di Leone, trasformato in gazzella  dall’urlo del centrocampista italiano. 3-2. Buffon decide di accantonare il metodo Mapuchi, ormai a rischio scoperta da parte del MI6 inglese e opta per il metodo “Gato Lopez”, che come il precedente metodo fu descritto dal cantastorie Soriano nei suoi articoli riguardanti la nobile arte del calcio. Il metodo Gato Lopez consiste semplicemente nel parare rigori ed a Gigi, stavolta, gli riesce benissimo. Rigore parato a Ashley Cole.3-2. La vittoria è nei nostri piedi.

Dai Diamanti non nasce niente. Ma stavolta dai piedi di Diamanti nascono le semifinali. 4-2. La Repubblica batte la Monarchia ai calci di rigore. Alla ghigliottina. Se il Calcio governasse il mondo e le guerre imperialiste si facessero a suon di contropiedi e calci di rigore invece che con bombe e massacri, la lingua di Dante avrebbe il posto che si merita nel globo pallonaro.

God saved the azzurri. Tutto prevedibile. Uno scherzetto giocato dall’alto dei cieli al Papa. Semifinale Germania-Italia. Dovrà soffrire anche lui una volta nella vita ,non solo noi sudditi, repubblicani o relativisti.

Scacciata la paura del biscotto. Divorato il pudding inglese. Ci ritroviamo in semifinale avendo vinto una sola partita sul campo e avendo segnato un solo gol su azione. Ci aspettano i crucchi. I crauti. La Merkel. Il rigore europeista contro i rigori dagli undici metri. Ci vorrebbe una dose di Tiramisù per avere la meglio contro i teutoni. Classe da cucchiaio e fame da dessert sotto porta. Il menù servito all’Inghilterra è giusto, mancano caffè e ammazzacaffè per neutralizzare la vendetta nordica. Il sangue tedesco versato nel 2006 è conservato in ampolle nascoste nella Foresta Nera e sarà bevuto dagli uomini di Loew prima della semifinale di Giovedì. Ci vogliono 11 Grosso in campo.

La gioia esplode. Con quel che costa la benzina la gente ha anche il coraggio di fare caroselli nelle città italiane. Forse l’offerta dell’Eni che nel weekend propone la benzina a 20 centesimi di meno è una trovata legata agli strombazzamenti con bandiere tricolori. Ma i prezzi di Luglio 2006, quando gli azzurri divennero campioni del mondo, erano ancora più bassi di quelli scontati proposti oggi. Alle pompe di benzina c’è la fila, ringraziamo Eni per il regalo, dimenticandoci dei prezzi precedenti e delle politiche lobbistiche della compagnia, che come le altre ha reso improponibile le spese per gli spostamenti.
Così il Calcio sommerso da scandali, dubbi, dichiarazioni ambigue, spese folli e ingaggi stratosferici che sono un insulto per il lavoratore medio, sfruttato, giovane e precario, per un giorno diventa orgoglio nazionale sportivo.

Se solo avessimo la possibilità, noi poveri tifosi studenti senza futuro, di umiliare tutti gli Hart ghignanti che incontriamo sul nostro cammino. Se avessimo la possibilità di calciare un rigore, di dimostrare la nostra classe. Se solo avessimo la possibilità di affondare la crisi e zittire il nostro datore di lavoro con un cucchiaio...

Ma quando il pallone di Diamanti gonfia la rete ci dimentichiamo di tutto:  dei problemi, degli esami, delle ragazze e delle mogli, degli scandali, del costo della vita e degli ingaggi assurdi dei nostri idoli. Torniamo a fare la fila davanti al televisore alla ricerca di un po’ di adrenalina a prezzo scontato.

God save the azzurri. Ma qualcun altro, meno impegnato, salvi pure noi.

martedì 19 giugno 2012

El biscotto


Jesus Navas ha avuto la meglio su Mulino Bianco. Grazie alla nota fabbrica spagnola di “Dolcezze e fantasie futbolistiche” questa mattina il popolo calcistico italiano ha fatto colazione come di consueto: cappuccino, cornetto e giornale sportivo. Il biscotto è indigesto al nostro stomaco di complottisti prevenuti.
La nostra grande tradizione artigianale ci permette di criticare qualsivoglia nazione che provi a eguagliare le gesta tricolori. Il biscotto è pratica italiana, nella lingua e nel concetto. Gli altri hanno diritto solamente alle briciole.

Nei giorni precedenti alla partita Italia – Irlanda mi trovo in Catalogna. Il posto non è dei migliori per captare gli animi spagnoli ma nei quotidiani sportivi catalani e iberici non vi è quasi traccia della “galleta” ( biscotto).

Dopo il pareggio con la Croazia si evidenzia il fatto che gli azzurri siano in una situazione complicata e saranno obbligati a vincere contro l’Irlanda. Le ipotesi di passaggio, calcoli, regolamenti e virgole occupano piccoli riquadri esplicativi sotto le immagini della partita. Noi in anni di scarsa competitività siamo diventati esperti di classifiche avulsa, calcoli Fifa, lancio della monetina e teoremi di Pitagora. 

Il dibattito aldilà dei Pirenei ruota attorno al “nueve” e “falso nueve” ( Torres, Fabregas e modulo tattico) condito da molte critiche all’atteggiamento e  alle scelte di Del Bosque. Gli spagnoli essendo mediterranei, campioni d’Europa e del Mondo, hanno la stessa sindrome italica da bar. I tecnici da bancone superano in gran numero le alte cifre di disoccupati spagnoli. Anche se la percezione del calcio è differente.

Il risultato è, per loro, solo parte di una grande scuola filosofica calcistica. Per noi italiani un pareggio sofferto può essere motivo di gioie e critiche ( partite contro Spagna e Croazia) e una cattiva prestazione salvata da due gol su calcio d’angolo è motivo di grande entusiasmo e titoli d’elogio a caratteri cubitali. Per gli spagnoli al contrario la vittoria è un risultato sistematico che si raggiunge solo con la perfezione del gioco e l’analisi dettagliata della partita al fine di migliorare la prestazione successiva. Si parla di calcio giocato.

Quando la notizia del biscotto guadagna una minima visibilità in Spagna, il sentimento generale è lo stupore.
Le teorie complottiste si rivoltano contro noi stessi. Il refrain generale è : "Noi non siamo come voi".
La situazione irreale che si viene a creare è una sconfitta morale per il calcio italiano. Si dubita di altri professionisti, dimenticandosi che la partita con l’Irlanda si dovrà pur vincere, e si viene beffardamente smascherati.

“Noi non siamo come voi”. Nessun giocatore italiano ha provato vergogna.

Cosa avrebbe impedito agli spagnoli o ai croati di parlare di combine al contrario?

L’Irlanda era già fuori dal girone, la storia e il passaporto di Trapattoni parlano da sé. Se si analizza la partita si vedrà come i due gol sono nati da calcio d’angolo, di cui il primo regalato da una goffa parata dell’irlandese Given. Nell’ Italia dei moralisti si sarebbe gridato al “biscotto”, ma né Spagna né Croazia hanno minimamente dubitato della buona fede dei loro avversari.

La mentalità che plasma i nostri è riconoscibile nelle parole di Buffon nel dopo partita : “ Io tra 2 o 4 anni non sarò più qui, ma voi giornalisti dovrete ricordarvi della professionalità spagnola nel vincere senza calcoli contro la Croazia, siamo debitori di un bonus nei loro confronti”. Vale a dire: un favore in cambio di un favore. Un biscotto per un biscotto. Due feriti sono meglio di un morto. La nostra serietà è barattabile con la serietà altrui.
Un elogio della buona fede che smaschera la cattiva fede.

Ma queste affermazioni e analisi passano in secondo piano perché l’Italia ha vinto, sui giornali si sprecano gli elogi, Bonucci ha zittito Balotelli, abbiamo ritrovato la nostra nazionale e non importa se da qui a due anni ci ritroveremo nuovamente a fare calcoli per passare un girone mediocre come ad Euro 2004 e al Mondiale 2010 e se anche il nostro codice etico è una copia delle leggi orwelliane della Fattoria degli Animali potremo nuovamente allestire lezioni di morale e di bon ton per stanieri sui giornali e telegiornali nostrani.

Godiamoci il nostro cornetto e cappuccino quindi, perché se non cambiamo mentalità e atteggiamento il 1 Luglio  mentre altre nazionali si staranno giocando la dolcissima torta della finale di Kiev noi saremo costretti a mangiarci un biscotto che ci siamo serviti da soli senza neanche accorgercene.

giovedì 26 gennaio 2012

Il ritorno della Coppa del Re: un classico italiano.

Lo scontro di Coppa Italia tra Napoli e Inter fa poca notizia nella nostra Repubblica calcistica. Liberi da ogni monarchia e corona, diventiamo per una settimana dei sudditi devoti allo spettacolo della Coppa del Re, quando a contendersi lo scettro del torneo sono Barcellona e Real Madrid.

In una nazione che di calcio si nutre sarebbe da sciocchi gustarsi la magia di una partita, ricca di storia ed emozioni che vanno oltre una vittoria e una sconfitta, senza nessun affanno e in piena tranquillità. Per questo, da veri partigiani che siamo, prendiamo ognuno le difese di una formazione o dell’altra.
Parlare del Barça o della Casa Blanca diventa come sfogarsi e sgolarsi in una delle più classiche discussioni tra romanisti e laziali, tra interisti e juventini al bar sotto casa. Ognuno con le sue lenti ed ognuno con il suo odio. Forse perché, ad oggi, il nostro calcio è sempre meno ricco di spunti e per questo cerchiamo conforto e passione in altri campionati.
Dieci anni fa forse ci saremmo accomodati comodi in poltrona pronti per goderci lo spettacolo. Cosa impossibile oggi, quando prendere le parti di Mou o di Guardiola, di Pepe o di Xavi è, in sintesi, una scelta se non di gusti, di una concezione di vita.
Lo Special one, a mio avviso, ha cambiato la concezione di questo scontro.
In Italia prima si poteva godere delle prodezze di Rivaldo o di Zidane allo stesso modo.
Fino a qualche anno fa addirittura, il tifoso medio, da una parte elogiava il grande gioco del Barcellona ma dall’altra sperava di incontrare una formazione che la contrastasse sul campo.
Molti di noi che oggi tifano blaugrana ciecamente, si schierarono dalla parte dell’Arsenal di Wenger quando, negli ottavi di finale della Champions dello scorso anno, i londinesi passarono in vantaggio al Camp Nou e solo grazie a una scellerata espulsione ai danni di Van Persie persero il biglietto per i quarti di finale. Altri tifarono il Chelsea di Ancelotti, schierato in campo con perfezione tattica, condannato da Iniesta all’ultimo minuto in una semifinale di due anni prima.
Poi è arrivata l’Inter di Mourinho. Ma è raro che in Italia si tifi per un’italiana, troppe faide interne e brutte storie nel nostro campionato. Così gran parte degli italiani quel giorno tifò per la "remuntada" catalana.
Il portoghese da nastro nascente col Porto era passato per un periodo nella terra delle buone maniere londinesi. La sua irriverenza e stravaganza erano ancora ben viste agli occhi di tutti gli amanti del Calcio. Il nuovo che si affacciava. Ma spesso, come accade nella nostra storia recente, è stata l’Italia che più di tutti lo ha influenzato, positivamente con le vittorie e negativamente nel carattere. Mourinho si è trasformato in Mourinho nei suoi anni italiani.
In un calcio malato come il nostro il portoghese si è ambientato a meraviglia, plasmando definitivamente la sua personalità di provocatore.
Gli interisti lo amano, gli altri, tutti, lo odiano. 
Trasferitosi in terra iberica, ha portato il suo nuovo credo nello spogliatoio madridista: noi contro tutti.
Le conferenze stampa, le provocazioni, la poco umiltà di fronte ai propri avversari ci hanno aiutato ancora di più ad amare il Barcellona.
Mourinho ci ha tolto quel poco di romanticismo che avevamo preservato con avidità. Quando sognavamo che la squadra più debole vincesse contro la corazzata. Il calcio è bello per questo, ci siamo sempre detti. Ora ad ogni Barcellona-Getafe, Barcellona- Rayo Vallecano speriamo tutti in una goleada. Grazie a Mourinho.
I pochi a suo favore ormai si contano sulle dita di una mano: qualche interista sentimentale e un mucchio di similamanti del calcio, anticonformisti a tutti i costi ( “Basta co sto Barcellona” “Dopatiladrisimulatori” “CristianoRonaldotiralemine !”)
Il ritorno di Coppa del Re era l’occasione buona per far ricredere i detrattori. Un passaggio del turno, aggiunto all’attuale situazione in campionato che vede il Real a +5 dal Barça, sarebbe bastato per le conferenze stampa dei prossimi quattro mesi.
Il portoghese ormai messo alle corde dagli stessi tifosi, dalla stampa che lo compara al comandante Schettino e da parte dello spogliatoio, sognava una fantomatica rivincita per calmare le acque.
Il madridismo si è stretto attorno alla squadra sperando nell'impresa. Dagli archivi storici è rispuntato il mito dell’ultimo due a zero in terra nemica,nella semifinale di Champions dell’annata 2001/2002, con gol di Zidane e MacManaman dopo un non positivo pareggio al Bernabeu per 1-1.
Si vociferava addirittura di un intervento del fantasista francese, trascinatore di quei galactitos, per motivare lo spogliatoio.
A vedere come scendono le due squadre in campo sembra che gli incoraggiamenti dell’ambiente madridista abbiano funzionato. Peccato che dopo dieci secondi dal fischio d’inizio davanti a Pinto ci si sia trovato, al posto di Zidane o Raul, el Pepita Higuain che spreca una ghiotta occasione. Piquè sembra convinto che in porta ci sia Valdes e lascia sfilare una palla lenta per colpa di una sistematica abitudine, che prevede la presenza del portiere titolare come primo giocatore ad impostare il gioco. Pinto che non è Valdes, ritarda l’uscita e Higuain ci ricorda grazie alla sua nonfreddezza perché l’Argentina di Messi non riesce ad affermarsi a livello mondiale.
Il Real Madrid ha venticinque minuti di buon ritmo, organizzazione discreta, rapide ripartenze, poca concretezza e un pizzico di sfortuna quando una sassata di Ozil si ferma contro l’incrocio dei pali.
Il ritmo è altissimo e il Barcellona perde Iniesta per un infortunio a centrocampo. Entra Pedro e Fabregas da finto centravanti retrocede nella mediana. Sarà proprio il nuovo entrato a siglare alla prima chiara occasione da rete il vantaggio dei blaugrana, dopo un’ottima giocata del solito Messi.
Cristiano Ronaldo nell’altra metà campo è l’emblema della sofferenza. Regala ai telespettatori delle sequenze video che ogni compagnia pubblicitaria di gel e non comprerebbe a peso d’oro.
Poco dopo allunga le distanze Dani Alves con un missile terra aria. Aggiunge un gol al tabellino e un balletto al repertorio in compagnia di Abidal.
Si va al riposo con la Casa Blanca tramortita. Il tutto fa pensare ad una partita chiusa e qualificazione in cassaforte. Ma il Real reagisce e stupisce. Un assist delizioso parte dal sinistro di Ozil per Cristiano Ronaldo che lascia sfilare il pallone e con un bel dribbling supera Pinto e accorcia il divario.
Neanche il tempo di metabolizzare che il Madrid trova il pareggio dopo una disattenzione di Piquè che rinvia maldestramente sulla testa di Callejon. Il pallone carambola sui piedi di Benzema, che supera splendidamente Puyol con un pallonetto e pareggia i conti.
Gli ultimi venti minuti sono carichi di tensione e il Camp Nou nel suo silenzio sembra quasi voglia scongiurare un incubo imminente.
Per loro fortuna ci sarà solo da annotare un’espulsione ai danni di Sergio Ramos.
La partita finisce 2-2 ed il Barcellona passa il turno.
Un bello scontro, di quelli veri che oggigiorno mancano in Italia. Anche se troppi sono gli interventi duri.
Da quando Mourinho è sulla panchina del Real ogni classico vede giocate strabilianti affiancate a botte da orbi. I blaugrana in questo marasma si sono adeguati andando spesso a cercare il fallo, ma il peccato originale è dei merengues, che spesso confondono la grinta con la cattiveria. Alcune entrate non si vedono nei nostri campi neanche in seconda categoria. Ogni fischio del direttore di gara ormai è un reclamo, una richiesta di giallo o un’indignazione tra entrambe le parti. Il tutto questo a scapito del buon gioco e di una tranquillità nel giudizio arbitrale.
Alcuni dicono che il Madrid ha dominato, ma se questo forse può essere vero riguardo alle chiare occasioni da rete, certo non lo è stato nella costruzione del gioco. La palla era sempre tra i piedi di Busquets, Messi e Xavi e il Real è stato bravo soprattutto a giocare di rimessa, grazie ad un Mesut Ozil illuminante.
Le accuse di arbitraggio scandaloso si rincorrono da Madrid alla Catalogna.
Dalle nostre parti, ci si dimentica di Inter-Napoli e delle polemiche annesse. Si prendono le difese di Pinto, si accusa Pepe di antisportività, si elogia Messi, si attacca Mourinho e si inalberano discorsi infiniti su falli, prestazioni, cantere, mentalità e arroganza. Il bel calcio è da molto tempo emigrato all’estero. Tra un caffè e l’altro ora anche le solite chiacchere da bar fanno le valigie verso altri lidi. Ma l’euforia e lo spirito di chi discute sono sempre gli stessi. Un classico.

martedì 10 gennaio 2012

Il Pallone d'oro alla carriera.

Il Pallone d’Oro 2011 è stato consegnato a Lionel Messi. Un gesto che ha posto un sigillo immaginario alla competizione del premio per il miglior giocatore del mondo. Sarà così per molto tempo, a meno che un cataclisma non cambi le attuali gerarchie calcistiche o che il Barcellona si prenda un anno sabbatico lontano dai campi. Certo, come si sarebbe potuto dare il Pallone d’Oro, quest’anno, ad un altro giocatore, se l’anno scorso, anche dopo una Champions League vinta dall’Inter di Mourinho e un’eliminazione umiliante dell’Argentina contro una grande Germania ai mondiali sudafricani, la Pulce era stata premiata nuovamente, per la seconda volta, come migliore creatura nel globo a forma di palla?
Da quando Messi è Messi, il premio si è adattato alle magie del campione argentino. Un sonnifero allegro per i giurati, per gli spettatori e per gli appassionati di calcio di tutto il mondo. Iniesta, Xavi, Snejder, Eto’o o Forlan potranno vincere quanti più trofei una bacheca può sopportare, potranno portare club o nazionali sgangherate alla conquista di finali e semifinali mondiali, ma finché la Pulce salterà di campo in campo, seminando prurito e fastidio nelle file difensive avversarie, non c’è ragnatela di passaggi che tenga: il mondo ha bisogno di un solo eroe.
Il Palcoscenico di incoronazione è allestito a Zurigo, dove è celebrato il Calcio moderno in un’atmosfera che è un misto tra galà e ritrovo di famiglia.
Sky dedica un’ ampia presentazione alla cerimonia con ospiti in studio, i quali si sfidano a colpi di pronostici e motivazioni. A Messi si perdona il fatto di non aver vinto niente con la nazionale ma a Guardiola si rimprovera, in parte, di aver vinto solo col Barcellona. Strani concetti costacurtiani.
Il collegamento della Svizzera ha inizio e sono costretto a cambiare canale dopo neanche due minuti. I conduttori in studio, Trevisani e Cattaneo, parlano sopra i presentatori ufficiali, spesso anche fuori tema, in segno di poco rispetto per lo spettatore attento. Decido di mettere l’opzione in lingua originale ma la mia delusione è massima quando scopro che in qualsiasi caso sarò costretto a sentire la voce dell’interprete italiana. Voglio sentire i protagonisti che parlano, le loro espressioni, il loro inglese zoppicante, i sorrisi e le pause. Messi tradotto dallo studio diventa uno scugnizzo che parla un italiano accademico. Io voglio il Messi argentino, cresciuto a Rosario.
Sono quindi costretto a cambiare su Eurosport, dove la cerimonia è in versione integrale, senza interruzioni dallo studio.
I presentatori sono una signora nonsochissia e Ruud Gullit in persona. Le signore passano in secondo piano, qui si parla di Calcio e anche un’avvenente Shakira, di rosso vestita, passa quasi inosservata in confronto alle apparizioni di Zinedine Zidane e Ronaldo. I balletti li lasciamo per altre occasioni, questa è la casa dei doppi passi e delle finte smarcanti.
La presentatrice oltretutto nell'annunciare i tre contendenti commette un errore inammissibile : pronunciando il nome di Lionel Messi si lascia trasportare da un’enfasi esagerata. Già è tutto scritto; oltre ai pronostici ora anche le urla della presentatrice fanno intendere chi sarà il vincitore di questa edizione.
Ma la trama della serata prevede prima il climax delle premiazioni “secondarie”. Viene premiato il miglior allenatore di squadra femminili : un giapponese che si addentra in una tiritera in nipponico stretto. Dalla televisione non si vede se i presenti abbiano degli auricolari per la traduzione simultanea. In un momento di pausa del discorso la gente non sa se applaudire, ma l’audience, composta prevalentemente da campioni indiscussi, è spigliata con il giapponese, imparato nelle lunghe trasferte per le partite di Coppa Intercontinentale e Mundialito, e sa che bisogna applaudire solo dopo aver ascoltato la parola : arigatohh.
Miglior giocatrice donna è una giapponese vestita da geisha, premiata da Shakira, che scalza dal trono la brasiliana Marta vincitrice del premio ininterrottamente dal 2006 al 2010 ( prima Fifa World Player e successivamente Balon d’Or).
Il Giappone a livello femminile come la Spagna per intenderci.
Le premiazioni interessanti si avvicinano. Il Presidential Award è vinto da Sir Alex Ferguson. Blatter impiega cinque minuti di orologio per elencare tutto quello che ha vinto l’allenatore scozzese nella sua carriera.
Chi si aspetta discorsi strappa lacrime ha sbagliato palcoscenico, qui non siamo agli Oscar. Ferguson prende il microfono, rilassato e solo leggermente emozionato. Con un accento scozzese, di cui a volte si perde qualche parola per strada dice: “ Grazie per questo premio, la mia fortuna è stata avere grandi fuoriclasse in questi anni di carriera al Manchester. Nel calcio contano i risultati. Conta vincere ed è quello che continuerò a fare. Cercare di vincere.” Freddo e spietato, un grande uomo, senza fronzoli ed eccessi, la nuda verità.
Guardiola è premiato come miglior allenatore tra il terzetto che comprende lo stesso Ferguson e l’assente Mourinho; non presentatosi alla cerimonia così come i calciatori del Real Madrid invitati: Xabi Alonso, Ramos, Casillas e Cristiano Ronaldo. Per preparare la partita di oggi ( martedì ndr) contro il Malaga. Anche se è naturale pensare che l’assenza sia voluta anche per evitare di assistere alle vittorie degli eterni rivali catalani.
L’allenatore del Barcellona dedica, in primis, il premio ai suoi due contendenti. Successivamente a tutto l’apparato della società  dal presidente ai raccheta palle. Poi ripropone un concetto già espresso durante il conferimento della medaglia d’oro del Parlamento catalano, per il quale lui non è altro che l’”escollit” ( scelto, prescelto) per portare avanti un lavoro iniziato generazioni fa. Il suo unico merito. Ultima dedica, infine, con un rapido cambio inglese-catalano al suo assistente Tito Vilanova.
Il premio Puskas per il miglior gol dell’anno è assegnato a Neymar. Serpentina contro il Flamenco e gioco di prestigio all’ultimo difensore prima di marcare la rete. Sconfitti il gol di Messi contro l’Arsenal, pallonetto soffice al portiere e tiro di contro balzo e quello che a mio avviso sarebbe dovuto essere premiato : rovesciata di Rooney contro il Manchester City. Il gol è stato votato dagli internauti e credo abbia prevalso la “modernità” delle finte di Neymar e il fascino creato attorno alla sua immagine ultimamente, contro una “pura”, “classica” e “antica” rovesciata dell’attaccante inglese. Un gesto tanto semplice e complesso allo stesso tempo, che sicuro rimarrà impresso nella memoria degli appassionati più a lungo del gol del brasiliano.
Uno dei premi più significativi e indicativi della nostra era calcistica è quello che incorona la formazione tipo: i migliori undici giocatori del mondo.
Il modulo è un 4-3-3 : Casillas, Dani Alves, Piquè, Vidic, Sergio Ramos, Xabi Alonso, Xavi, Iniesta, Cristiano Ronaldo, Messi, Rooney.
Esclusi il difensore e l’attaccante dello United vi sono solo giocatori che militano con il Real e con il Barça, con prevalenza di spagnoli( sei su undici). La nuova mappa del calcio mondiale. Non solo tra i migliri non è presente neanche un giocatore italiano, ma neanche uno che militi nel nostro campionato.

Accecati dalle piccole beghe del nostro cortile non ci siamo resi conto che il calcio ormai ha preso la valigia ed è emigrato dallo Stivale. I giocatori di prima classe, viaggiano oramai solo verso Inghilterra e Spagna. 
Con che pretesto si può convincere un fuoriclasse a venire in Italia, con la situazione di stadi, club e tifoserie che sono ancora quelle di trent’anni fa? Da noi, non si può negarlo, arrivano solamente seconde scelte, giocatori in esubero, fuori rosa o tutt’al più vecchie glorie alla ricerca di nuovi stimoli.
L’unico italiano presente a Zurigo era Farina, difensore del Gubbio, premio fair play, per aver denunciato ed essersi opposto alle combine di alcune partite di Serie B. Questo la dice tutta sulla situazione attuale del nostro calcio.
Per l'intera cerimonia sul palco si sono avvicendati ognuno con una propria concezione di lingua inglese: Pelè, Karembeu, Lothar Mattheus, Blatter e Shakira. Inoltre sono saliti a ritirare i premi per i calciatori assenti del Real Madrid : Zinedine Zidane e Butragueño.
La passarella di grandi è chiusa dal più grande giocatore degli ultimi vent’anni: Luis Nazario da Lima, anche conosciuto come Ronaldo, O’Fenomeno, salito in cattedra per annunciare finalmente il vincitore del Pallone d’Oro 2011. Parla in spagnolo Ronaldo. La lingua dei campioni del mondo, patria attuale del bel gioco. Il calcio rimodella anche il potere geopolitico.
Si avvera quello che i più noti opinionisti sportivi ripetevano da mesi, in una litania senza sosta : il terzo pallone d’oro consecutivo, eguagliando così il record di Michelle Platini, vincitore dal 1983 al 1985.
Messi nuovamente incoronato re, ma il Pallone d’Oro è un riconoscimento personale e il calcio è un gioco di squadra, per questo la Pulce ancora non è il più forte di tutti i tempi. Escludendo i mostri sacri come Pelè e Maradona, giocatori come Zidane, Cruyff, Platini, Baggio, Iniesta o Matthaus hanno saputo colmare quel vuoto di tecnica che li distacca da Messi con altre doti e personalità, portando i loro club o le loro nazionali sul tetto più alto del mondo o ad un soffio dal traguardo, dimostrando qualità eccezionali che nessun colpo di tacco o finta di corpo potrà mai eguagliare.
Il Pallone d’oro, indubbiamente, diviene proprietà esclusiva di Lionel Messi per molto tempo a venire. Cosa dovrà mai accadere perché un giocatore come Iniesta possa trionfare in questa competizione?
I successi della Pulce sono meritati, senza ombra di dubbio, però la situazione attuale, merita, secondo me, alcune considerazioni.
Negli ultimi trent’anni, per restringere il raggio d’analisi, il Pallone d’Oro è stato sempre vinto da attaccanti, se si escludono solamente Cannavaro ( 2006) Sammer ( 1996), entrambi i premi conditi da un’infinità di polemiche, il tuttofare Matthaus ( 1990) e i centrocampisti, non certo difensivi, Figo ( 2000) e Nedved ( 2003). Un premio votato all’attacco quindi che, tra le tante qualità calcistiche, ne premia solo una.
Un’altra concezione fuorviante è sicuramente il premio su base annua. Sembra che alcune volte valgano le competizioni ( Cannavaro 2006) e altre no ( Iniesta o Snejder 2010). Oltretutto ci sono giocatori che possono fare un’annata eccezionale e sparire l’anno successivo ( lo stesso Cannavaro) mentre il lavoro di altri giocatori si riesce a quantificare solo in archi di tempi più lunghi: penso a Xavi, che da anni muove il gioco della squadra più forte al mondo quasi silenziosamente.
Per questo la Fifa, che è rappresentazione vivente del Calcio Moderno, con tutti i suoi difetti e pregi, per una volta, da gran baraccone commerciale e mediatico che è diventato, non farebbe male a imitare e prendere in prestito un’idea da un altro grande circo mondiale: Hollywood.
Parlo dell’istituzione di un Pallone d’oro alla carriera. Cosa diversa dal già esistente “Presidential award” che ha premiato negli anni : Ferguson, la regina di Giordania e l’attrice protagonista di “Sognando Beckham”.
Un premio istituito per calciatori, che per il meccanismo odierno dell’assegnazione del Pallone d’Oro non sono stati in grado di vincerlo, ma lo meriterebbero come Messi merita dieci Palloni d’Oro consecutivi.
Fuoriclasse e giocatori che sono stati un esempio nel campo e hanno fatto innamorare di questo sport milioni di ragazzi. 
Un premio alla carriera, perché il calcio si gioca negli anni e non solo anno per anno.
Come non riconoscere merito a giocatori del calibro di : Giggs, sempreverde guerriero del centrocampo del Manchester, presente sul campo da quando Messi a malapena era nato e otto anni prima che Blatter diventasse presidente della Fifa.
Zanetti: calciatore esempio per onestà e amore del gioco. Vero trascinatore dell’Inter campione d’Europa.
Iniesta: decisivo nella Coppa del Mondo. Dedica il gol della vittoria al defunto capitano dell’Espanyol, squadra rivale nel derby di Barcellona. Grande giocatore e fuoriclasse. Costruttore insieme a Xavi dei tre palloni d’Oro di Messi.
Veron: che a 35 anni trova ancora fantasia e tempo per vincere un campionato nell’Estudiantes, squadra che lo lanciò a soli 19 anni.
Francesco Totti: uno dei migliori giocatore italiani in attività, sempre fedele ai colori giallorossi, che mai ha ceduto alle lusinghe di grandi club stranieri.
Stesso discorso valido per Del Piero.
Maldini: forse il più grande difensore di tutti i tempi, ingiustamente fischiato il giorno dell' addio al calcio dai suoi stessi tifosi.
Buffon: vincitore morale del Pallone d’Oro del 2006. Rimasto alla Juventus retrocessa in Serie B, non scappato come un mercenario verso eserciti stranieri.
Klose: gran marcatore, che pur di conquistare un posto da titolare nei prossimi europei, non solo è andato a giocare con una squadra di almeno due categorie inferiori, ma si è anche abbassato lo stipendio, al contrario di fenomeni parcheggiati in campionati russi e sauditi.
Raul: sempre ad un soffio dal premio, ma mai raggiunto. Bandiera della Casa Blanca e una nuova giovinezza con lo Schalke che lo porta fino alle semifinali di Champions.
Henry: che dopo anni di militanza nell’Arsenal di Wenger, si prende il lusso di tornare per due mesi a 34 anni, di entrare in una partita di Fa cup e segnare il gol della vittoria, in uno stadio che mai lo ha dimenticato. 
E questo rimanendo solo negli ultimi dieci anni. Come loro ce ne sarebbero molti altri che meriterebbero un tale riconoscimento.

Il calcio è anche questo. Non solo trofei, gol, dribbling o vittorie. Il calcio è sudore, emozioni, ricordi e sconfitte.
Henry non cambierebbe mai l’emozione di tornare a casa sua e segnare un gol davanti ai tifosi di sempre neanche per quattro palloni d’oro consecutivi.
Per questo l’istituzione di un Pallone d’oro alla carriera premierebbe chi come lui ci ha fatto innamorare di questo sport. Grandi uomini diventati grandi campioni. Se lo meritano loro e ce lo meritiamo,sicuramente, noi amanti del Calcio.

Ciava.