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giovedì 20 dicembre 2012

La playlist di Zeman



La aspettavamo da un po’, alla fine è arrivata.


Dopo il rock di Osvaldo, il reggaeton di Nico Lopez e la playlist del capitano, ecco quella di mister Zeman.

Vedi mo che te tira fori er boemo dicevamo al pub tra una rimonta subita e una rimonta fatta.

Il boemo è estremo si sa, per lui il 4-3-3 non è solo un credo tattico, ma un modo di vivere. Per Zeman oltre al risultato conta – sempre – il modo in cui ci arrivi, la costruzione, la velocità, l’estetica.

Allora t’aspetti una playlist di fuoco, pensi che se ne uscirà con qualche cannonata mettallara, oppure che ti andrà a sgamare un talento del jazz in Australia o in Sud America. Lo sai già che i fenomeni Zeman se li crea in casa, non li compra al mercato; quindi figurati se tirerà fuori i Rolling Stones o i Pink Floyd.

Fomentato appizzi le orecchie in modalità offensiva 4-3-3 e vai a spizzare il nuovo sito a stelle e strisce e vedi che il primo brano è "La donna cannone". Certo non è proprio quello che t’aspettavi, però sempre meglio del capitano che ha esordito con "Su di noi" di Pupo.

Dici vabbè, De Gregori è quello di “Nino non aver paura”, quella si che è zemaniana di canzone; è quello di “non è da questi particolari che si giudica un giocatore, un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia”. E’ lui, è il mister in persona.

Ma allora non poteva metterci questa nella playlist?

Il problema è che c’ha il titolo lungo  tutto il pezzo e te lo sai come è fatto il mister, non gli piace parlare. Da uno che dice cinque parole al giorno e comunica in tutt’altro modo, il cantautore non te l’aspetti. Ma in qualche modo Zeman è anche questo, il non te l’aspetti per principio.

Ingoi e mandi giù, pensando che in fondo il Pescara l’anno scorso ha iniziato così così e poi ha spaccato tutto, che il meglio deve ancora venire (no non è un auspicio che se ne esca con Ligabue).

Per il momento niente heavy metal, niente jazz, niente Steve Vai.

Dici vedi mo che te tira fori er boemo, ha tirato fuori Candela, Cafu, Florenzi, Tachsidis, scommetti che c’ha orecchio pure per i giovani talenti musicali?

Vedi che er boemo te sgama subito se c’hai l’X factor.

La seconda canzone è "Streets of Philadelphia" di Bruce Sprinsteen. Si ok il Boss, ok è forte, ma di zemaniano che c’ha?

Magari la grinta, la voglia di non fermarsi nonostante l’età, però Bruce Springsteen tutto sto zemaniano non è. Casomai è più un autore che strizza l’occhio alla dirigenza americana. Born in the Usa. Ma qua stamo a Trigoria mica a Filadelfia. Stavolta sbuffi. Ancora non c’è traccia di quell’intuizione che solo lui sa, di qualche scoperta che ne parliamo tra dieci anni.

Non c’è traccia ancora del Damiano Tommasi sull’iPod del Boemo.

Traccia numero 3: "Wish you were here" dei Pink Floyd. E già se semo sbagliati perché eravamo convinti che il biscottino classic rock er boemo non te lo dava. Però ce sta. Magari da uno come lui t’aspettavi più un "The Wall", magari pure dal vivo; perché dal boemo t’aspetti uno spettacolo a tutto campo che vada oltre il risultato.


Magari i Pink Floyd, che spettacolo e risultato l’hanno sempre abbinato e in carriera fino ai tempi di Roger Waters non hanno toppato una virgola, sarebbero dovuti essere un riferimento per Zeman. Perché a dilla tutta er boemo npar de toppe l’ha prese, tipo all’Avellino o al Napoli.

Perché a esse sinceri, in vita sua Zeman non ha mai vinto manco a briscola al centro anziani de Praga.

Però in fondo "Wish you were here" è un pezzo sull’amicizia e su un gruppo d’amici; sotto sotto un po’ di Zeman c’è. 

La botta t’arriva con "Boheamian Rapsody" dei Queen, che oltre alle orchestrazioni vocali, di zemaniano c'ha ben poco. Giusto un po’ le parole dell’intro quando dice “Any way the winds blow, doesn’t really matter to me”. So Zeman e il sistema non mi sfiora. “Because i’m easy come easy go, a little high a little low”, altalenante come i risultati ma soprattutto “Is this the real life? Is this just fantasy?". Sta accadendo davvero o è tutto un sogno? Ma non vincevamo 2-0 al primo tempo e ora perdiamo 2-3?

Semioticamente ci può anche stare Bohemian Rapsody nel pantheon zemaniano ma se analizziamo il contesto vediamo che i Queen erano un gruppo già affermato, che lavorava con una major discografica (la Juve?) e che confezionavano un successo annunciato a colpo sicuro. Senza rischi di rimonte o contropiedi. Ma soprattutto, gruppo basato su un leader maximo, principe assoluto della scena, piuttosto che su un’orizzontalità musicale. No al calcio moderno, no all'impero dell'industria discografica!

Certo meglio Bohemian Rapsody che ritrovarsi in scaletta Born in the Usa. Ma il boemo dandy non regge.

Con lo scorrere delle tracce piano piano affiora l’idea che er boemo con l’iPod sia molto più Mourinho che Zeman. Il vero Zeman gli direbbe all’ iZeman che so boni tutti a fa’ le playlist con i successoni, che manco i sceicchi der Manchester City o del PSG.

Viene da pensare che c’è lo zampino di Pallotta, che per non correre rischi di vedersi scritti sulla playlist del mister i jazzisti alla Coleman, i mettallari alla Tool o qualche leggenda finita male tipo Pastorius o Hendrix ha cercato de mettece na pezza in nome de sto famoso progetto.

Poi però dirotti le bestemmie sulla traccia numero 5: "My Way" di Frank Sinatra.

Ma come? Ma Zeman non era quello contro il sistema, contro i poteri forti, quello lotta dura senza paura?
E nella playlist me ce metti un filo mafioso? Me ce metti il Moggi dello swing? Tanto valeva inserire Gigi d’Alessio, amico del pdl e dei camorristi italiani.

Anche se in parte, ancora una volta, lo salvano le liriche della canzone: “I did it my way”. Ho fatto a modo mio. Alla Zeman.



La playlist va avanti e passa per "Let it be" dei Beatles. Ancora Inghilterra, ancora major, un po’ Liverpool, un po’ Mourinho Special one.

Per noi non c’è speranza. Una batosta dietro l’altra quest’anno: oltre alla crisi, il derby, adesso anche la playlist de Zeman. E comunque una band di parrucchini me l’aspettavo più da Conte, ma lasciamo stare.

Con "No woman no cry" ti ringalluzzisci un attimo. Certo con tutti i capolavori di Bob Marley proprio questa dovevi mettere; proprio a essere banale a tutti i costi. Inoltre qualcuno dice che Bob Marley se faceva le canne e le canne so doping, e Zeman è contro er doping, quindi è incoerente. Solo che noi questi che ce provano a butta fango sul boemo li mannamo affanculo, primo perché so' della Lazio o della Juve, secondo perché ce rode e co qualcuno sa dovemo pià.

Whitney Houston e Tina Turner, poi, nemmeno stiamo qui a parlarne.

Ne manca una. Magari esce fuori il gol della bandiera: "Roma Capoccia".

Questa si commenta da sola: trovata pubblicitaria per tifosi acritici, la maggior parte. Scelta orrenda come i Ray Ban di Venditti.
Metti almeno la versione di Guzzanti, inventate una cosa per non finirla così. Peggio di Piris, peggio della dentatura random di Nico Lopez, peggio delle MS che si fuma Sabatini.

Ci puzza un po’ questa, e se stavi ancora a Napoli che mettevi 'O sole mio? Allora dillo che ce stai a pià per culo e la famo finita.

No no, ma vedi mo che te tira fori er boemo. Dicevamo.

Delusi, ci consolavamo pensando che il calcio per fortuna si gioca sui campi, non negli Ipod e nelle playlist.

E per motivarci un po' gliene dedicavamo una noi al Mister. “Bohemian like you” dei Dandy Warhols.



Perché alla fine rimonte, sconfitte, nebbie e tramonti contano poco se comunque “ we like you, yeah we like you, and we’re feeling so bohemien like you”.

Crash e Mikey Dread

giovedì 13 settembre 2012

Lo stadio e l'Ipod


Articolo scritto da Andrea Crescenzi:musicista, romanista e pionere in Italia del modulo aggressivo di Iss Pro Evolution soccer con Roberto Carlos punta esterna (altro che tikitaka, altro che Luis Enrique, altro che Zeman) e da Emiliano Pizzicanella: musicista, rudeboy e juventino atipico, tra l'altro traduttore di questo pezzo dal romanescho-frascatano all'italo-romano. 

Lo stadio della Roma a Testaccio. Dietro al Gazometro, al posto dell’antico campo. Un Gazometro rimane in piedi, l’altri tre li buttamo giù e ce famo parcheggio, McDonald e Roma Store.
Anvedi sti cazzo d’americani, fanno sul serio allora!
E’ il progetto.

Mica come gli sceicchi del Paris Saint Germain, che pia e buttano i soldi manco stessero a giocà a Monopoli.

Questi non so arabi, so americani. I soldi li vogliono fa'. C’hanno proprio la cultura del Soldo: se fai i soldi sei Benedetto (Thomas Di?) dal Signore, tanto che te lo scrivono pure sul dollaro In God We Trust. Ce credono davero questi, alla pecunia.

E’ il progetto, il progetto de Dio.

Questi non so arabi, so americani. C’hanno l’Ipod, mica quella sciarpa da zecca che tu e l'amici tua ve compravate allo zoppo dietro Termini o a via Sannio.

Arrivi allo stadio con la macchina e parcheggi comodo comodo sotto a un multipiano a forma de Crisby McBacon, giallo come il sole e rosso come il Ketchup. Si sa, il progetto vuole tradizione e innovazione a braccetto, marcati stretti, come lo Stewart delle macchine che manco sei sceso già t'ha sfilato 5 Euro.

Ma famme sta zitto che sennò me dicono che so antico.

Poi sali, passi in mezzo alla zona Disney, che non sia mai tuo figlio non se compra lo zucchero filato a forma de Capitan Futuro, fai una foto a tua moglie con la bambola gonfiabile di Ilary Blasi, e mentre l' amico tuo continua a ripetere Gajardi sti cazzo de americani vedi il Tomtom con la voce di Carlo Zampa e i preservativi a forma de lupacchiotto.

Ma a partita? 'Nsa vedemo più?
Ma che te frega qua c’è l’aria condizionata, e poi i giocatori entrano tra mezz’ora.
Ma che cazzo vor di? Noi je damo er fiato, je scallamo o stadio, impressionamo l'avversario co a fiatella da pane e frittata.
Ma quale panino! Mangiamo al ristorante del secondo anello. Quello con le cucine etniche.
Le cucine etniche? E io col panino frittata e wrustel de mamma che ce faccio?

L'amico mio non risponde perché ha trovato la zona deodorante: ce stanno stick e spray co l’odori de li mejo fior fior de giocatori de sta città: Totti, De Rossi, Destro e Burdisso, che poi spiegatemi perchè dovrei voler avere lo stesso odore di Burdisso.

Ma ecco che spunta il faccione di Osvaldo, che come un'icona pagana sovrasta l'ingresso della zona Ipod.
Ma mò che centra aaaRoma co aaaDisney e co l’iPod?
Ma non è che Lamela è 'na mascotte? Ma non è che se lo semo preso pe fasse regalà du MacBook?

Ma famme sta zitto che me dicono che non ce capisco niente de sta roba moderna.

Una volta all'Olimpico il massimo che trovavi era il paninaro affianco ai cessi che te dava l'oddog mezzo tiepido, il tipo del Borghetti e quello che te rivendeva la stessa bottiglietta d’acqua che le guardie t’avevano sequestrato all'entrata. Roba normale, pe capisse.Ma vabbé dai, sarà er progetto; vedemo n’attimo.

Dentro la zona IPod ce stanno tutti Ipod, e la faccia di Osvaldo che c'entra?


Da oggi le playlist dei giocatori giallorossi  a disposizione di tutti i tifosi su iTunes. Si parte con quella di Pablo Daniel Osvaldo.

Daje che entramo dritti dentro all’iPod der Johnny Depp de Trigoria, der Pupone e de Capitan Futuro.
Me ricorda Sky che pia e te imbocca dentro lo spogliatoio, cinque secondi de prepartita. Giusto il tempo di immortalare tatuaggi addominali depilati e mutande, le stesse mutande che Beckham pubblicizza per H&M.
Me ricorda il reality Campioni, quello che mandavi er messaggio e costringevi Ciccio Graziani a sostituì Cristian Arrieta co Diego Armando Maradona Jr.

Comunque Osvaldo se sente i classiconi del rock: Led Zeppelin, Pink Floyd e Guns’n’Roses, altro che Balotelli col rap de Drake.
Certo  che se lo stesso messaggio da Campioni lo potessi mandà io a Pablo Daniel gli direi che manco a Virgin Radio so così banali sulle playlist. Manco fosse un dodicenne che s'è comprato la chitarra elettrica l'altro ieri.

Pensasse a giocà invece de fa il rock'n'rolla della situazione. Ma famme sta zitto che me dicono che so datato.

E’ il progetto.

Se Osvaldo non se sente Uotta Uotta Lov lo scudetto non lo vincemo, parola di James Soprano Pallotta. Lascialo fa che ce capisce de sta roba, de brand marchi nomi sordi cda cdequa cid transazioni impicci Ipod e Tom & Jerry.

Nel frattempo mancano cinque minuti alla partita, avemo speso mezza piotta, puzzo come Burdisso dopo il derby e manco se semo magnati un cazzo.

E’ il progetto; sì, il progetto de mette la statua della libertà al centro der Colosseo.


Andrea Crescenzi, Emiliano Pizzicannella.

mercoledì 5 settembre 2012

Il pareggio sottosopra di Del Piero.


Del Piero ha firmato per il Sydney Football club. Sarà uno Sky blue, gentilizio del club, come da tradizione anglosassone.

Il giro del mondo in 80 squadre è terminato a otto ore di fuso orario dal meridiano di Torino.

Contratto biennale per due milioni di dollari australiani a stagione, l’equivalente di un milione e seicento mila euro.

Una vacanza lunga due anni, lontano dai riflettori italiani e dal calcio europeo. Del Piero sarà il pioniere, il pirata, il galeotto alla scoperta di un nuovo mondo. Waltzing Matilda. Il richiamo del grande continente australiano. You’ll come a waltzing Matilda with me.

Prima di lui nel Sidney Fc hanno già militato Benny Carbone e Juninho Paulista, con magre fortune, diciotto presenze in due ed un bottino di soli tre gol (in quattro partite) per l’attaccante italiano ex Roma ed ex Inter (anche se fu ex di una ventina di squadre nella sua carriera).

Una scelta radicale. Una sconfitta ed una vittoria. Del Piero abbandona il grande calcio per rifugiarsi in un progetto stimolante nella terra dei canguri, entrando di diritto nella lunga lista dei pensionati del calcio europeo.

La sua scelta, inizialmente, fu obbligata dalle decisioni della dirigenza bianconera. Quando ad Ottobre 2011, durante un’assemblea degli azionisti, Andrea Agnelli dichiarò "Del Piero è il nostro capitano, rappresenta il legame tra il vecchio e il nuovo stadio. Gli dedicherei un applauso perché ha fortemente voluto rimanere ancora qui con noi, per quello che sarà il suo ultimo anno in bianconero", in molti rimasero sorpresi.

Uno strappo allo stile Juve. Se mai ce ne fosse stato uno. Sicuramente un precedente nelle relazioni tra grandi campioni, che a lungo hanno vestito una maglia, e una dirigenza che si rivela irrispettosa, più che irriconoscente.
I cammini nella vita si separano, ma ci sono modalità che in alcuni casi vanno rispettate. Legame tra vecchio e nuovo stadio?

Uno schiaffo a Del Piero e all’immagine che rappresenta, a Torino, in Italia e all’estero. Saranno trattati ugualmente, quando verrà il momento, i vari Buffon, Pirlo e Marchisio? 

In una prima analisi la decisione dell’ultimo dieci juventino di emigrare, scarpini in spalla, a ventiquattro ore di aereo dal vecchio continente è una sconfitta. Non personale, ma nei confronti di quella stessa dirigenza che lo ha rinnegato con poca classe e poco garbo.
Non servi più qui. Pensionamento anticipato. Non rientri nei nostri piani. Trovati un’altra famiglia. Lontano da qui . Sottinteso e sperato.

Molte sono le storie di calciatori, a fine carriera, pronti a calciare palloni su altri lidi.

La maggior parte lo ha fatto consapevolmente, valutando serenamente le proprie situazioni. Scelte non imposte. Pensionati felici. Cannavaro a Dubai, Nesta e Di Vaio in Canada sono solamente gli ultimi naufraghi di un esodo dorato che iniziò prima con Pelè negli Stati Uniti, continuando con Zico e Leonardo in Giappone e arrivando a Effenberg e Romario nella penisola araba, propaggine che volgeva lo sguardo a Oriente, verso Cina e Russia.

Anche se molti, lontano da casa, non sono durati più di una stagione.

In questo senso quella di Del Piero è stata una scelta forzata, non studiata. Costretto all’esilio, anche se ancora voglioso di dimostrare il massimo, di giocare e di vincere.

Altri, prima di lui, scelsero nuove avventure meno esotiche e più competitive. Pirlo alla Juve, dato per finito, ancora fa rimpiangere alla dirigenza del Milan il proprio errore, la scelta avventata, il non averlo spinto a giocare all’estero.

Raul, che dopo una vita nel Real Madrid, ha vissuto una seconda giovinezza nello Schalke 04, fino alle semifinali di Champions League. Il giorno del suo addio a Gelsenkirchen, i tifosi tedeschi lo hanno omaggiato come neanche fecero in Spagna, dopo 18 anni di onorato servizio. Due anni intensi. Una porta sbattuta in faccia a Madrid, un’occasione per dimostrare a tutti il suo valore in Germania. Nel calcio che ancora contava. Dopo l'addio di Raul, lo Schalke ha ritirato la maglia numero 7 dell'attaccante spagnolo.



Del Piero avrebbe potuto giocare ad essere Raul, ad essere nuovamente Del Piero. Essere rimpianto a Torino. Giocare ai livelli che gli spettano.

Una sconfitta. Lontano dai risultati, dai campionati europei. Se Alessandro non è da Juve, non è da nessun’altra squadra. Non è da Malaga, non è da Liverpool, non è da Tottenham.
Aver scelto l’Inghilterra o la Spagna forse gli avrebbe dato qualche soddisfazione nei confronti di chi lo aveva cacciato, sbattendogli la porta in faccia.
Pinturicchio poteva dare ancora molto al calcio europeo ma è voluto essere un pensionato del calcio. Senza, però, averlo programmato. Gestendo una situazione surreale da un giorno all’altro. Soccombendo alle scelte unilaterali del club per poi, solo successivamente, analizzare la situazione. Senza prendere la palla a balzo. La palla che rotola nei campi di calcio europei.

Con l'Australia si passa da una sconfitta agonistica ad una vittoria personale.

Del Piero ha perso per non aver scelto l’Europa che conta, per aver escluso la rivalsa sul campo, ma ha vinto scegliendo Sidney.
“La situazione, il posto migliore” nelle sue parole. Ha puntato il dito nell’emisfero australe, dopo aver viaggiato mentalmente nei quattro angoli del mappamondo calcistico (River Plate, America, Svizzera, Thainlandia, Cina, Brasile) e ha deciso. Waltzing Matilda. Alla ricerca dell'Australia. 

Del Piero in America sarebbe stato uno dei tanti. Sarebbe stato un Henry, un Beckham. Un Del Piero pensionato sul set di Hollywood. Andare in Argentina o Brasile avrebbe significato una rivalsa a metà. Calcio che conta, ma agli antipodi. Lo stesso Trezeguet prima dell’emozionante esperienza argentina con il River è passato per il purgatorio spagnolo dell’Hercules. Seedorf è al Botafogo. Ma Seedorf non è Del Piero.

La Cina che dispensa stipendi da favola, 12 milioni a Drogba e 10.8 allo sconosciuto Conca (!!!), è davvero quello che merita un campione a fine carriera? Del Piero sarebbe durato mezza stagione alla corte cinese. Geograficamente e culturalmente. Come Cannavaro a Dubai: mezza stagione da giocatore, ora dirigente dell'Al-Ahli. Del Piero non meritava uno scempio simile, lui che a denti stretti ha vissuto l'anno di purgatorio juventino in Serie B. Affondare e riemergere con la sua squadra, la sua vita.

La Svizzera sarebbe stato un ripiego. Affacciata sul cortile di casa, troppo vicina. Con il richiamo torinese a poche centinaia di chilometri a bussargli alla porta. I ricordi e l'amaro di un addio non voluto.

Se non deve essere il calcio europeo che conta la sua nuova famiglia, che almeno sia una terra lontana e corallina. Dal Vecchio Continente al Nuovissimo Continente.

Meglio scappare allora. Essere il primo, non una controfigura. Un fuggiasco verso l'inglese nasale degli aussies verso i g'day mate (buongiorno in slang australiano), verso una terra calda e vasta, lontano dal cortile di casa. Non il prestigio della Premiere, ma l'accoglienza dell'Australia.

Nella terra sottosopra. Downunder. Lontano fisicamente. Dall’altra parte del mondo. Culturalmente, molto più vicino di quanto uno possa immaginare. Dallo Scudetto all’Opera House. Dopo “aver fatto tutto qui” Alex ha “bisogno di qualcosa di diverso”.

Questa scelta tanto radicale, che stupisce in molti, trova le sue ragioni nel contesto sociale dell’Australia e nella progettualità studiata dalla dirigenza del Sidney. La figura di Del Piero dovrà rappresentare un intero movimento, quello italiano, ma anche un accordo che pone al centro la rinascita del calcio australiano a livello nazionale.
Nel paese del rugby, del cricket e dell’australian football (sport praticato da Vieri fino ai quattordici anni), Pinturicchio sarà l’ambasciatore del Calcio. Una scommessa, una vittoria. Un campione che sceglie come priorità l’ambiente in cui vivere, in cui far crescere per alcuni anni i propri figli, senza badare molto all’ingaggio ( “solamente” 1.6 mil). Controcorrente.

Se nasce, questo viaggio in Australia, da una sconfitta calcistica, si capovolge, downunder, come vittoria personale. Una vacanza-studio dai buoni intenti. Non un dorato esilio all'ombra di palme di datteri. Un impegno professionale ed umano. Una scommessa. Una rinascita culturale. Un’opportunità. Un pareggio sentimentale.

                                                                I've been around the world
                                                          A couple of times or maybe more
                                                         I've seen the sights, I've had delights
                                                                  On every foreign shore
                                                            But when my mates all ask me
                                                                 The place that I adore
                                                                  I tell them right away:

                                                           give me a home among a gumtrees...

                                                           
Ho fatto il giro del mondo un paio di volte, ma quando i miei compagni mi chiedono quale posto adori più di tutti gli rispondo: datemi una casa all'ombra di un eucalipto, piena di alberi di prugne, qualche animale ed un canguro. L’Australia Sundance. Santa Del Piero. Una nuova terra. Sky blue. Cielo azzurro. Un'altra avventura che pareggia la sconfitta precedente, quella dell'orgoglio, della riscatta e delle emozioni. Un'altra vita.


A volte un pareggio può rivelarsi un affare inaspettato. Good luck.


Note:
Per un approfondimento dell'aria musicale e sportiva che si respira in Australia, più qualche citazione (visto che questo blog si chiama spoorts and culture):

Home among a gumtrees : canzone folk che elogia la terra ed alcune tradizioni australiane (citata a fine pezzo)


Downunder: è il nome con cui viene soprannominata l'Australia. Terra sottosopra. Un divertente classico degli anni 80'. "I come from the land downunder".


Waltzing Matilda: canzone simbolo. Considerata da molti il vero inno australiano, cantata spesso allo stadio durante le partite di rugby dei Wallabies ( e di riflesso nel calcio).


Sidney Swans song: canzone della squadra di football australiano di Sidney. Inizialmente un gioco praticato solo a Melbourne e nel Victoria, da qualche decennio è giocato in tutto il continente, un misto tra rugby e calcio, gioco molto fisico e duro (Vieri lo praticò fino a 14 anni). 


Stefano Accorsi e Libero de Rienzo nei panni di Bart e Andrea, tifosi juventini (nel film vanno al Delle Alpi per Juve-Atalanta), forse, avranno ispirato la scelta di Santa Del Piero?



domenica 26 agosto 2012

L'antipasto è servito.


"Facciamo un antipastino"
L’antipasto a tavola serve a saziare il giusto, a far venire l’acquolina in bocca, ad occupare lo spaziotempo che, altrimenti, sarebbe monopolizzato da molliche di pane e grissini.

Allo stesso modo, nella tavola quadrata, ricoperta da un panno color verde prato e da carta di giornali sportivi capitolini, piemontesi e meneghini esperti in notizie fasulle, l’antipasto non deve mai eccedere la portata principale che è quella del calcio giocato. Del campionato di Seria A.


Il mio personale buffet è servito in Catalogna, terra di autonomia, fútbol e turisti italiani caciaroni.
Le Olimpiadi sono agli sgoccioli e l’argomento medaglie, da queste parti, scotta. Catalogna, Paesi Baschi e Galicia rivendicano il proprio bottino.

I giornali spagnoli riscoprono sport dimenticati: taekwondo, canoa e balletti sincronizzati al cloro. Quantomeno, però, regalano ad atleti, fino a ieri sconosciuti, il privilegio della prima pagina, che nell’era d’internet conta quasi quanto una medaglia d’oro.

I giornali sportivi italici, al contrario, ripongono le fatiche, i successi e le delusioni olimpiche a fondo pagina, lasciando i titoli principali alle conferenze stampa di Mazzarri, alle sfuriate degli Agnelli, ai pensieri di Leonardo e alle finte notizie di calciomercato.
La cerimonia di chiusura delle Olimpiadi decreta la fine dell’antidolorifico a cinque cerchi. Quando comincia il campionato?

Nell’ esaltazione della potenza britannica, monarchica e, come da poco ricordato dall’Ecuador, colonialista, assistiamo al trionfo delle contraddizioni del mondo moderno. Sudditi, capi di stato e imprenditori a dare il loro omaggio alla corona e al business. L’inno della Grecia, suonato obbligatoriamente secondo copione, e la premiazione del vincitore della maratona maschile, di nazionalità ugandese, ci ricordano che da domani non ci sarà alzabandiera o cerimonia  a premiare i deboli e le nazioni sul lastrico.

Le Spice Girls e i Madness ( One step beyond forse sarebbe stata più azzeccata di Our house) ci salutano. Un passo avanti. Gli Who ci danno l’arrivederci. Antipasto olimpico finito.
Olimpiadi finite: One step beyond
Cameriere: quando inizia il campionato?

Anche da quest’altra parte del Mediterraneo si riaccendono, di colpo, frizioni mai sopite. L’interminabile affare Modric. Song, nuovo acquisto del Barcellona, sesto di 10 fratelli e 17 sorelle. Novità di un mercato in crisi che anticipa la Liga e l'eterno confronto tra le due superpotenze calcistiche iberiche.

La prima conferenza stampa di Mourinho è attesa più di una sforbiciata di Rajoy. Molti aspettano al varco della prova iniziale il nuovo allenatore blaugrana. Tito Vilanova. El Tito. Come dicono da queste parti. Molti sì, ma altri. Perché qui nessuno ha mai messo in discussione la scelta della dirigenza catalana. Si segue un progetto. La scelta è stata scontata. Vilanova è uno di casa.

El Tito, dovrà avere la meglio contro El Dedo. Il dito infilato di prepotenza nel suo occhio, in uno degli infiniti scontri tra merengues e cules, da “The only one”, come si è da poco autosoprannominato Mourinho.

La Liga non inizia come l’anno precedente. 6 a 0 e 5 a 0 messi a segno dalle due pretendenti alla vittoria. Il Real si ferma al Bernabeu con un pareggio a mezz’aria, impattando con il Valencia, con Pepe e Casillas a terra. Due punti persi sono un'eternità.

Mou, Vilanova, El Dedo e "El hombre del bigote"
La sera è il turno del Barça. La vediamo al Bar Siviglia. Nome andaluso, spagnolo, covo di madridisti. Il proprietario ad ogni tapa, serve una battuta: “ Rilassati! Non vedi già tre ne avete fatti”, includendomi a mia insaputa, nella tifoseria blaugrana. Questo si chiama progetto. Altro che Bojan, Luis Enrique, cantere primaverili e adolescenti promettenti. Trovarsi una giovane catalana come ragazza, confondersi tra tifosi blaugrana ed il progetto è partito. Non servono milioni. Més que un club. Ad ogni cerveza, poiaggiunge: “Non ti preoccupare, tanto già è deciso quest’anno, hai visto contro il Valencia? Rigore negato a Di Maria”. 

Il giorno dopo, i commenti degli avventori dei bar del centro sono totalmente differenti: “Già avete iniziato, come al solito! Fuorigioco di Soldado inesistente!”. Tutti gridano al Villarato. Teoria complottista per la quale viene accusato Angel Maria Villar, presidente della Federazione spagnola, di favorire un equipo rispetto ad un altro nel corso del campionato. 

Cameriere: quando inizia la Serie A? Basta con questo antipasto catalano-madridista, cocida e butifarra

Almeno qui in Italia i complotti li analizziamo sinteticamente in : grandi contro piccole, Juve contro tutti. Il materiale abbonda, la fantasia fa il resto.

In Spagna la tiritera è: Barça contro Madrid. Madrid contro Barça. Le altre squadre sono persino escluse dalle chiacchere da bar e dalle teorie di complotti astrali.

Quando inizia questa dannata Serie A?

El Clasico, che vedrò tranquillamente spaparanzato in Italia, mi esime dal confronto faccia a faccia con baristi madridisti, affezionati blaugrana e Villarato di ogni genere. Ma non mi libera, ahimè, da una domanda ossessiva che, a prescindere dal risultato, dalla storia di ogni partita, dalle manita e dalle rivincite,  torna ciclicamente a corrodere le mie credenze calcistiche: "Ma il Pallone d'Oro a Iniesta quando glielo date?".

Prima di tornare nello stivale un assaggino della dieta italiana è servito proprio nella capitale catalana. Trofeo Gamper. Barcellona – Sampdoria. I blucerchiati qui li ricordano ancora come quelli degli anni novanta. Finalisti di Coppa Campioni proprio contro i blaugrana; rispediti a Genova a mani vuote da un gol su punizione di Koeman nei tempi supplementari.

I negozi di cianfrusaglie sono piene di placche con su scritto “ Qui vive un Sampdoriano”, oltre ai classici “Aqui viu un culé” ( Qui vive un culé, tifoso del Barça). Penso alla solidarietà tra città di porto, alle affinità linguistiche, a Cristoforo Colombo, genoano e catalano, ai luoghi comuni sull'avarizia che accomunano i due lidi.

Finché l’occhio non cade sul cimelio che scatena definitivamente la mia fame cieca e becera. “ Qui vive un lupacchiotto”. "Qui si esagera!" penso.

Bandiera catalana giallorossa
Portatemi a Roma. Rimpatriatemi. Devo soffrire anche qui? Dopo le simpatie per Zeman, le spillette e le magliette catalane giallorosse, che ho comprato con un sorriso sulla faccia e un sussulto al cuore, anche questo devo sopportare? Basta. Torno a Frascati. Ho bisogno del campionato. Della Lazio.

Una boccata d’aria serie-aistica si respira già prima di salire sull’ avion. “Ao so annato a vede er Campnò, me so fatto a foto. Hai visto si? Già quattro pappine ianno fatto questi al Real Sociedad. Te credo co qua pippa de Jose Angel stavano, porelli. Solo noi se la potevamo pia quella sola. Nartra mentalità er Barça. Artro che noi, questi già dall’Allievi so na macina. Artro che Jose Angel. Questi puntano tutto sulla cantina (cantera, ndr)”.

Sono quasi a casa, le chiacchere da bar sono linfa vitale. L’addio alla Catalogna, oltre che alla Spagna e al suo fútbol, è siglato, ideologicamente e linguisticamente, dal ragazzo che mi precede nella fila all’imbarco.

L’hostess lo saluta “Gracias”, lui risponde disinvolto “Pregos”. Sto tornando. Antipasto finito. Ora serviteci il campionato.