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lunedì 8 ottobre 2012

Il solito


Il classico. Emozioni che rotolano su un campo verde. Il solito. Barcellona-Real Madrid non smette mai di regalarci emozioni forti. Un miliardo di anime calcistiche in cerca di bel gioco emigrano simultaneamente nell’oasi futbolistica spagnola. Per novanta minuti la crisi è riposta nel dimenticatoio mentre arbitri, giocatori e spalti sostituiscono banchieri, partiti e parlamenti.

A fronte del clasico il derby di Milano diventa una partita tra scapoli e ammogliati. Impossibile che Sky non lo trasmetta in Italia. Con tutti i soldi che riceve dai clienti, riassume in una profonda analisi un utente del cinguettio più assordante del ventunesimo millennio, che si firma Emi_bar. Concludendo filosoficamente: “però te fanno vedè Cittadella-Gubbio”.

L’inadeguatezza dei canali sportivi italiani è quindi dribblata, da noi amanti del bel gioco, con un fulminante doppio passo informatico.

Le indiscrezioni riguardanti la coreografia si rivelano esatte. Novantotto mila tasselli colorati tinteggiano il Camp Nou disegnando un’immensa senyera, la bandiera catalana, mentre il pubblico intona le note dell’inno barcellonista “Tot el camp, és un clam, som la gent blaugrana”..."Una bandera ens agermana". Una bandiera ci rende fratelli. Anche se sarebbe meglio dire "due" in questo caso: quella del Barcellona e quella catalana. 

Il colpo di scena è al minuto 17 e 14 secondi, che ricorda il 1714, data della conquista spagnola e della derrota della Catalogna. Dagli spalti si alza un coro unanime :“Indipendencia”.

L’effetto è impressionante. Lo stadio è trasformato in teatro, spazio pubblico dove va in scena l’epica battaglia.

Nelle parole del grande scrittore catalano Manuel Vázquez Montalbán “Il Barça è l’esercito disarmato della Catalogna” e agli occhi di molti tifosi blaugrana il Real di Mourinho non solo rappresenta la tanto odiata corona spagnola, ma un esercito rivale, formato da mercenari provenienti da tutto il mondo e guidati da un reietto traduttore portoghese che quando assisteva Bobby Robson alla guida della compagine catalana gridava: “ Hoy, mañana y siempre con el Barça en el corazon”. Alto tradimento.

Quale migliora occasione, dopo la diada dell’undici settembre e il milione di manifestanti in piazza, per reclamare un sentimento largamente condiviso e guadagnare visibilità nel mondo intero.


Ma la partita si gioca sul campo. Abbandonati i convenevoli di benvingut, i veri protagonisti guadagnano la scena. Il Barcellona schiera un’inedita linea difensiva con Adriano e Mascherano come centrali, non disponendo degli infortunati Puyol e Piqué. Mourinho fa fruttare i quarantadue milioni di euro spesi quest'estate lasciando Modrić in panchina. Oltre al croato il Real ha caldamente accomodati nel ruolo di riserve: Essien, Kakà, Higuain. Delle seconde linee che farebbero gola a sceicchi ed oligarchi di entrambi gli emisferi calcistici.

La partita inizia come un Classico. Solito palleggio rapido e calibrato del Barcellona e le merengues  che attendono compatte e ordinate, pronte a colpire con improvvisi contropiedi.

La situazione si sblocca al ventesimo del primo tempo. L’azione parte da un cambio di campo illuminante di Xabi Alonso. Özilavendo una lunga storia d’amore con l’oggetto in arrivo, stoppa deliziosamente. Il risultato delle sue carezze sarà un amplesso multiplo: Di Maria, nuovamente Özil, Marcelo, tacco per Khedira, Benzema, protezione del pallone da attaccante di razza e sorti della sfera deposte nei piedi di Ronaldo che la destina alle spalle di un impotente Valdes. Un’azione alla Barça. Zero ad uno.

Calma. Calma. Calma Il gesto del portoghese ammutolisce il Camp Nou. A peggiorare la scricchiolante struttura culè, ferita nell'orgoglio, ci pensa Dani Alves che esce per infortunio al ventottesimo. Entra Montoya. La difesa del Barcellona ora sembra una scolaresca invitata alla prima di Shining.

Ma gli ingranaggi dell'Arancia Meccanica di Tito Vilanova si rimettono presto in ordine. Classica incursione centrale dell’orchestra guidata da Xavi e Iniesta. Palla larga verso l’esterno a Pedro, un cross deviato due volte e una scomposta elevazione di Pepe. Un guizzo di Messi a tu per tu con Casillas. Pareggio.

Il secondo tempo parte con l’acceleratore. Scambi vertiginosi, classici duelli, duri contrasti e un rigore reclamato per parte. Poi al sessantesimo una Pulce argentina, catalana d'adozione, erede del genio di Dalì, con una pennellata estesa, disegna un baffo ricurvo, una traiettoria surrealista, che finisce sotto il sette inutilmente protetto da un Casillas in caduta libera.

Esplosione di gioia. Esultanza incontenibile. Di questo parlava poco settimane fa Sandro Rosell, presidente del Barcellona. I nostri ad ogni gol gioiscono sempre. Non come altri. Riferito al tanto odiato Cristiano Ronaldo, nemesi di Messi.

Destino vuole che sotto gli occhi dei centomila tifosi blaugrana segni un’altra volta il portoghese. Cristiano 2, Lionel 2. Freddezza di un cecchino professionista e genio di un bambino spensierato. Due facce della stessa medaglia.

Le speranze catalane di una clamoroso finale si fermano prima contro una monarchica traversa, che si oppone alla maestria indipendentista del tikitaka e al tiro del giovane Montoya, e successivamente muoiono sul fondo, al lato del reale Casillas, soffocate nel fiatone di un Pedro troppo stanco per concludere lucidamente.

Pareggio. Un risultato che in situazioni di classifica differenti avrebbe giovato al Madrid, ospite nella bolgia del Camp Nou, ma che di fatto lascia invariata un'impietosa classifica che vede Mourinho ed i suoi inseguire le mire monopoliste blaugrana a meno otto punti.

Un pareggio più netto per i Messisti e Cr7isti che continueranno senza sosta il loro scontro di religioni, di visioni opposte del mondo del Calcio e di infinite diatribe citando doppi passi, palloni d'oro e tagli di capelli. Io nel mio relativismo continuo ad apprezzare e ad amare i gregari ed i rifinitori oscuri: Xabi Alonso, Özil, Xavi, Iniesta e Busquets.

Una vittoria simbolica per gli indipendentisti. Un pareggio amaro per Mou e un pareggio felice per Tito Vilanova. Una vittoria per gli amanti del bel gioco. Un Classico mai al di sotto delle aspettative. Un Classico inedito, per l'assenza di strascichi polemici, risse da bar e accanimento verso l'arbitro. Un Classico da godersi sugli spalti e nel campo. Il solito. Ma ogni volta sempre migliore di quello precedente...


lunedì 17 settembre 2012

Un lunedì da cialtroni: esultanze, ammonizioni e yogurt

Rubrica che sintetizza rapidamente, alla nobile maniera delle chiacchere da bar, il calcio giocato e parlato nel fine settimana appena trascorso:


  • Mio padre, romanista, dopo la vittoria dell’Atalanta a San Siro: "Con questo risultato, il successo della Lazio a Bergamo acquista più valore". La mania giornalistica di revisionare i risultati a posteriori ha contagiato anche lui. 
  • Al terzo gol del Bologna ero fuori casa. Un mio amico mi dà la notizia grazie all'aggiornamento internet sul cellulare. Una smorfia del tifoso romanista allo stadio, in tempo reale, si trasforma in un sorriso, in differita, a chilometri di distanza. La forza della tecnologia.
  • Con l’abbandono di Ibra il Milan sembra trovarsi in una situazione di crisi simile a quella vissuta dall’Inter post-Mourinho, senza però essere stata, nell’ultimo ciclo, vincente come la sua rivale. 
  • Il problema dell’Inter era non aver cambiato nulla dopo l’addio del portoghese. Sarebbero dovuti arrivare Kuyt e Mascherano. Arrivò solo Benitez che, tra l'altro, si ritrovò con lo stesso organico mourninhano. Il problema del Milan, al contrario, è di aver effettuato una rivoluzione a metà. Preso coraggio, partiti i fuoriclasse della rosa, i nuovi rinforzi sono solamente delle controfigure. Meglio sarebbe stato inserire attori emergenti e vivere un anno di purgatorio serenamente, puntando al futuro. Erano proprio indispensabili Pazzini e Bojan?
  • Contro il Chievo Verona due gol molto belli di Hernanes, che ha però diversi problemi nell'esultare. Al primo gol, il difensore avversario Sardo protesta animosamente rincorrendolo e facendogli notare che avrebbe dovuto fermare l'azione perché Mauri era a terra. Al terzo gol, invece, il brasiliano è braccato dai compagni di squadra Cana e Candreva che vogliono festeggiare abbracciandolo. Hernanes si libera con forza, li scansa quasi prepotentemente, perché gli impediscono di eseguire la sua classica esultanza con annesso salto in aria. Tra arbitri, avversari e compagni non si può più esultare in santa pace.
  • All’Olimpico Lamela sigla il momentaneo 2-0 per la Roma. I giocatori del Bologna protestano perché un loro compagno era a terra durante l’esecuzione del tiro dell’argentino. Colpevole non è Lamela, che giustamente finalizza l’azione (come Hernanes a Verona), ma gli avversari che quasi si fermano,convinti che l’attaccante giallorosso avrebbe stoppato l’azione.

  • Mettere palla fuori perché un avversario o un proprio compagno si trova a terra è una brutta abitudine mascherata da fair play. Molte persone approfittandone chiamano “esperienza” il rotolarsi doloranti sul terreno di gioco, guadagnando tempo e facendo fermare l’azione. Giocassero a rugby si rialzerebbero dopo un secondo. In quello sport sembra che la stessa pratica la chiamino “debolezza”. Punti di vista.

  • A Genova Immobile viene ammonito inspiegabilmente dopo aver siglato il vantaggio sulla Juve. L’attaccante genoano era andato ad esultare sotto gli spalti dei propri tifosi. Colpevole di aver condiviso con il proprio pubblico la gioia del golAncora più incredibile in Germania: nello scontro tra Hannover 96 e Werder Brema, Huszti segna in rovesciata al novantatreesimo il gol del 3-2 che chiude la partita all'ultimo respiro. Orgasmo del calcio. Sogni di bambino che si realizzano. Il premio? Un’espulsione per somma di ammonizioni istantanea: la prima per essersi tolto la maglietta, la seconda per essersi arrampicato sulla gradinata della propria tifoseria. 


  • Questo è il calcio che sogniamo? Un fiume di ammonizioni per esultanze, gioie e gol? Mi ricordo anni fa che Messi fu multato per aver mostrato una scritta di ringraziamento alla propria mamma, sotto la maglietta da gioco. La Fifa e le varie Leghe non perdono occasione per parlare di fair play, del rispetto, della gioia di giocare a calcio ma allo stesso tempo continuano a reprimere azioni che sono vitalità per questo sport. Sbaglio o la pubblicità della “Seria A Tim” mostra dei bambini che giocano a calcio, sorridono, corrono ed esultano in maniera gioiosa dopo un gol? Alcuni levandosi addirittura la maglietta? Perché allora continuare ad ammonire ed espellere goffamente dei giocatori che sono rimasti solamente dei bambini felici? Come sempre i Palazzi predicano bene e razzolano male.
  • Nella giornata appena conclusa erano due i derby ospitati da capitali europee. A Londra si giocava Qpr-Chelsea, finita 0-0. La nuova squadra di Julio Cesar ha fermato la squadra di Di Matteo nel primo pareggio stagionale in Premier League dopo tre vittorie consecutive. Il Chelsea rimane comunque primo a dieci punti, seguito dalla United a nove. Il Qpr naviga ancora in bassa classifica; solo due punti in quattro partite, come il deludente Liverpool di Suarez e Borini. 
  • A Madrid, invece, era di scena il “derby povero” tra Atletico e Rayo Vallecano, finito in goleada: 4-3 per gli uomini di Simeone. Anche il Barcellona ne fa quattro in trasferta contro il Getafe e consolida ancora di più il primato; quattro partite e punteggio pieno, seguito in vetta dal Malaga a due distanze. Incredibile sconfitta del Real contro il Sevilla per uno a zero. Adesso le merengues sono a meno otto dai catalani.
  • I giornali spagnoli pro-Casa blanca esorcizzano i passi falsi, ricordando che l’ultima volta che il Real era partito così male in Liga finì vincendo la nona Champions League. Vedremo martedì contro il City di Mancini come inizierà la stagione europea per Mourinho e se le profezie giornalistiche si avvereranno.
  • Facendo zapping tra le varie partite, cambio su “Diretta gol”. Trevisani è il telecronista di Genoa-Juve. Immobile si mangia clamorosamente un gol davanti Buffon scatenando più commenti:” Immobile ci ha messo quaranta minuti prima di tirare”,“ Incredibile che un giocatore fortissimo come lui nell’uno contro uno si possa divorare una chiara occasione da gol uno contro zero”. Ormai molte telecronache hanno raggiunto il livello di discussione da bar tra amici. Molti opinionisti cercando nuovi gerghi, innovazioni linguistiche e sintattiche fanno rimpiangere sempre di più la sobrietà dei fasti delle epoche telecronistiche passate. Una volta, addirittura, ho sentito un commentatore sentenziare, dopo una goffa azione:“Male male”. Un tormentone dello slang calcistico da spogliatoio che oramai ha invaso le strade e le piazze delle parlate giovanili. Questo è ciò che ci meritiamo dalla modernizzazione del calcio? Un pensiero personale, con parole non mie: “Male male!”.



  • Già diventato tormentone di internet il video degli spot nipponici di Nagatomo. Esilarante il modo in cui il terzino dell’Inter si cala in un ambiente da “manga liceale”. L’effetto pubblicità da yogurt ha già maturato i suoi tardivi frutti con Ferrara (testimonial Danone qualche anno fa), che con la Sampdoria ha centrato la sua terza vittoria consecutiva. Fermenterà allo stesso modo la classifica dell’Inter? I tifosi ci sperano, l’unica differenza è nella data di scadenza dello yogurt di Nagatomo, compagni e Stramaccioni. Sulla loro di confezione è scritto a lettere cubitali: da consumarsi il prima possibile.


domenica 26 agosto 2012

L'antipasto è servito.


"Facciamo un antipastino"
L’antipasto a tavola serve a saziare il giusto, a far venire l’acquolina in bocca, ad occupare lo spaziotempo che, altrimenti, sarebbe monopolizzato da molliche di pane e grissini.

Allo stesso modo, nella tavola quadrata, ricoperta da un panno color verde prato e da carta di giornali sportivi capitolini, piemontesi e meneghini esperti in notizie fasulle, l’antipasto non deve mai eccedere la portata principale che è quella del calcio giocato. Del campionato di Seria A.


Il mio personale buffet è servito in Catalogna, terra di autonomia, fútbol e turisti italiani caciaroni.
Le Olimpiadi sono agli sgoccioli e l’argomento medaglie, da queste parti, scotta. Catalogna, Paesi Baschi e Galicia rivendicano il proprio bottino.

I giornali spagnoli riscoprono sport dimenticati: taekwondo, canoa e balletti sincronizzati al cloro. Quantomeno, però, regalano ad atleti, fino a ieri sconosciuti, il privilegio della prima pagina, che nell’era d’internet conta quasi quanto una medaglia d’oro.

I giornali sportivi italici, al contrario, ripongono le fatiche, i successi e le delusioni olimpiche a fondo pagina, lasciando i titoli principali alle conferenze stampa di Mazzarri, alle sfuriate degli Agnelli, ai pensieri di Leonardo e alle finte notizie di calciomercato.
La cerimonia di chiusura delle Olimpiadi decreta la fine dell’antidolorifico a cinque cerchi. Quando comincia il campionato?

Nell’ esaltazione della potenza britannica, monarchica e, come da poco ricordato dall’Ecuador, colonialista, assistiamo al trionfo delle contraddizioni del mondo moderno. Sudditi, capi di stato e imprenditori a dare il loro omaggio alla corona e al business. L’inno della Grecia, suonato obbligatoriamente secondo copione, e la premiazione del vincitore della maratona maschile, di nazionalità ugandese, ci ricordano che da domani non ci sarà alzabandiera o cerimonia  a premiare i deboli e le nazioni sul lastrico.

Le Spice Girls e i Madness ( One step beyond forse sarebbe stata più azzeccata di Our house) ci salutano. Un passo avanti. Gli Who ci danno l’arrivederci. Antipasto olimpico finito.
Olimpiadi finite: One step beyond
Cameriere: quando inizia il campionato?

Anche da quest’altra parte del Mediterraneo si riaccendono, di colpo, frizioni mai sopite. L’interminabile affare Modric. Song, nuovo acquisto del Barcellona, sesto di 10 fratelli e 17 sorelle. Novità di un mercato in crisi che anticipa la Liga e l'eterno confronto tra le due superpotenze calcistiche iberiche.

La prima conferenza stampa di Mourinho è attesa più di una sforbiciata di Rajoy. Molti aspettano al varco della prova iniziale il nuovo allenatore blaugrana. Tito Vilanova. El Tito. Come dicono da queste parti. Molti sì, ma altri. Perché qui nessuno ha mai messo in discussione la scelta della dirigenza catalana. Si segue un progetto. La scelta è stata scontata. Vilanova è uno di casa.

El Tito, dovrà avere la meglio contro El Dedo. Il dito infilato di prepotenza nel suo occhio, in uno degli infiniti scontri tra merengues e cules, da “The only one”, come si è da poco autosoprannominato Mourinho.

La Liga non inizia come l’anno precedente. 6 a 0 e 5 a 0 messi a segno dalle due pretendenti alla vittoria. Il Real si ferma al Bernabeu con un pareggio a mezz’aria, impattando con il Valencia, con Pepe e Casillas a terra. Due punti persi sono un'eternità.

Mou, Vilanova, El Dedo e "El hombre del bigote"
La sera è il turno del Barça. La vediamo al Bar Siviglia. Nome andaluso, spagnolo, covo di madridisti. Il proprietario ad ogni tapa, serve una battuta: “ Rilassati! Non vedi già tre ne avete fatti”, includendomi a mia insaputa, nella tifoseria blaugrana. Questo si chiama progetto. Altro che Bojan, Luis Enrique, cantere primaverili e adolescenti promettenti. Trovarsi una giovane catalana come ragazza, confondersi tra tifosi blaugrana ed il progetto è partito. Non servono milioni. Més que un club. Ad ogni cerveza, poiaggiunge: “Non ti preoccupare, tanto già è deciso quest’anno, hai visto contro il Valencia? Rigore negato a Di Maria”. 

Il giorno dopo, i commenti degli avventori dei bar del centro sono totalmente differenti: “Già avete iniziato, come al solito! Fuorigioco di Soldado inesistente!”. Tutti gridano al Villarato. Teoria complottista per la quale viene accusato Angel Maria Villar, presidente della Federazione spagnola, di favorire un equipo rispetto ad un altro nel corso del campionato. 

Cameriere: quando inizia la Serie A? Basta con questo antipasto catalano-madridista, cocida e butifarra

Almeno qui in Italia i complotti li analizziamo sinteticamente in : grandi contro piccole, Juve contro tutti. Il materiale abbonda, la fantasia fa il resto.

In Spagna la tiritera è: Barça contro Madrid. Madrid contro Barça. Le altre squadre sono persino escluse dalle chiacchere da bar e dalle teorie di complotti astrali.

Quando inizia questa dannata Serie A?

El Clasico, che vedrò tranquillamente spaparanzato in Italia, mi esime dal confronto faccia a faccia con baristi madridisti, affezionati blaugrana e Villarato di ogni genere. Ma non mi libera, ahimè, da una domanda ossessiva che, a prescindere dal risultato, dalla storia di ogni partita, dalle manita e dalle rivincite,  torna ciclicamente a corrodere le mie credenze calcistiche: "Ma il Pallone d'Oro a Iniesta quando glielo date?".

Prima di tornare nello stivale un assaggino della dieta italiana è servito proprio nella capitale catalana. Trofeo Gamper. Barcellona – Sampdoria. I blucerchiati qui li ricordano ancora come quelli degli anni novanta. Finalisti di Coppa Campioni proprio contro i blaugrana; rispediti a Genova a mani vuote da un gol su punizione di Koeman nei tempi supplementari.

I negozi di cianfrusaglie sono piene di placche con su scritto “ Qui vive un Sampdoriano”, oltre ai classici “Aqui viu un culé” ( Qui vive un culé, tifoso del Barça). Penso alla solidarietà tra città di porto, alle affinità linguistiche, a Cristoforo Colombo, genoano e catalano, ai luoghi comuni sull'avarizia che accomunano i due lidi.

Finché l’occhio non cade sul cimelio che scatena definitivamente la mia fame cieca e becera. “ Qui vive un lupacchiotto”. "Qui si esagera!" penso.

Bandiera catalana giallorossa
Portatemi a Roma. Rimpatriatemi. Devo soffrire anche qui? Dopo le simpatie per Zeman, le spillette e le magliette catalane giallorosse, che ho comprato con un sorriso sulla faccia e un sussulto al cuore, anche questo devo sopportare? Basta. Torno a Frascati. Ho bisogno del campionato. Della Lazio.

Una boccata d’aria serie-aistica si respira già prima di salire sull’ avion. “Ao so annato a vede er Campnò, me so fatto a foto. Hai visto si? Già quattro pappine ianno fatto questi al Real Sociedad. Te credo co qua pippa de Jose Angel stavano, porelli. Solo noi se la potevamo pia quella sola. Nartra mentalità er Barça. Artro che noi, questi già dall’Allievi so na macina. Artro che Jose Angel. Questi puntano tutto sulla cantina (cantera, ndr)”.

Sono quasi a casa, le chiacchere da bar sono linfa vitale. L’addio alla Catalogna, oltre che alla Spagna e al suo fútbol, è siglato, ideologicamente e linguisticamente, dal ragazzo che mi precede nella fila all’imbarco.

L’hostess lo saluta “Gracias”, lui risponde disinvolto “Pregos”. Sto tornando. Antipasto finito. Ora serviteci il campionato.

venerdì 9 settembre 2011

El Clasico sul Camino. El futbol verso Santiago di Compostela.

Spoorts and Culture - El Clasico sul Camino. El futbol verso Santiago di Compostela

630 chilometri percorsi tra vesciche, doppi passi e religioni calcistiche.

Il cammino di Santiago è un concentrato sintetico di tutti gli aspetti della vita. Gente pazza, innamorata, nordica, disoccupata, benestante, atea o credente si mette in marcia a dei ritmi sconosciuti alla quotidianità.

Le sofferenze e le gioie si ampliano, i problemi si accantonano,le paure svaniscono o riemergono,i dubbi rimangono o si risolvono, si diventa tutti passanti, viaggiatori in un limbo sospeso tra civiltà conosciuta e nuovo mondo inesplorato.


Le persone cercano santi, Dei, ombre o feticci e le discussioni variano dai dolori muscolari alla natura terrena di Gesù, dalla geografia alla politica estera. Non è raro quindi ritrovarsi con un compagno di "sali e scendi" a conversare delle cose più astratte ma anche delle più semplici e terrene, calcio incluso, che universalmente è punto di contatto tra storie personali a volte totalmente diverse.

Tutto il mondo è un pallone che gira. Il calcio è religione. Sul cammino di Santiago non si può non parlare di calcio.

Visioni di santi e templari si alternano nei sogni alle giocate paradisiache di Messi, ai passaggi di Iniesta e alle sfuriate diaboliche di Mourinho.

La Spagna che è attraversata dal Cammino da est a ovest e da cima a fondo è anche questo:  tanto "futbol" ma soprattutto è “El Clasico”.

La mia iniziazione a questo evento che va oltre la pura rivalità sportiva procede a piccoli passi.

Il primo periodo del mio Cammino viaggio in compagnia di un gruppo consistente di persone, tra cui due ultrà casertani, uno della Fiorentina l’altro della Lazio, entrambi con tatuaggi e collanine che testimoniano la fede calcistica. Bizzarri a volte i cammini della vita.

Dopo qualche giorno di camminata tra piccoli villaggi e campagne arriviamo a Burgos. Apprendiamo da fonti vicine al mondo civilizzato che la sera si sarebbe giocata la partita amichevole Italia – Spagna. L’evento, insolito per la vita di un pellegrino, si presentava come un’ottima scusa per rompere la routine serale che prevede solitamente chiacchere a base di birra, frutta secca e vesciche. Il calcio per una notte allontanava le nostre pene di grandi camminatori.

Ci presentiamo al pub per vedere l’incontro in 61 persone così suddivise : 22 spagnoli (cifra che comprende a loro insaputa indipendentisti baschi e catalani) 20 italiani ,(tra cui un sudtirolese,che a stento parlava italiano, ma bestemmiava come un toscano inviperito e amava la Juve al pari della sua ragazza) 5 francesi, che per tutto il primo tempo hanno discusso dell’affaire Zidane – Materazzi con eccessi di liason e “r mosce”, 7 neutri , 3 ignari e 4 ubriaconi imbucati.

L’atmosfera era quella da finale mondiale, l’inno italiano credo l’abbiano sentito fino a Santiago. Per una serie di motivi mi sono ritrovato in silenzio e seduto mentre tutti gli altri cantavano l’inno abbracciati e a squarciagola. Un insieme di sentimenti che in quel momento mi allontanavano dal riconoscermi nel testo dell’inno d’Italia. Sarà stata la presenza al mio fianco del sudtirolese, che neanche conosceva l’indirizzo della sua via di casa, figurarsi l’inno di Mameli o le chiacchere con i molti compagni baschi e catalani o forse ancora l’atmosfera di internazionalismo respirata sul Cammino, fatto sta che sono rimasto seduto e muto. Non brindo all’Italia stasera,brindo a me stesso.

La partita è un mix di accenti, dialetti e idiomi : un basco con la maglietta dell’Inghilterra impreca contro Ramos, “polentoni” del Nord elogiano Cassano, padre e figlia di Bilbao tifano solo per Llorente, un’inglese tifoso del Liverpool maledice Aquilani e quando quest’ultimo segna e chiude la partita con un 2-1 -a mio avviso meritato dall'Italia ( non è d’accordo il giorno dopo il giornale “Marca” )- facciamo appena in tempo a correre verso l’ostello, rischiando di rimanere chiusi fuori.

Sul cammino si è in Spagna ma alle 10, massimo 11 di sera tutti sotto le coperte e silenzio assoluto, la mattina si marcia.
Rimango d’accordo con Daniel, tifoso madridista e intenditore di calcio, di fermarci la Domenica in un paese che abbia almeno un bar che proietti la finale di andata del “Clasico” di Super Coppa di Spagna ( nel Camino capita anche di fermarsi in villaggio in cui la massima attrazione turistica sia un alimentari ).

Da lì a tre giorni ci perdiamo facilmente, bastano due minuti o quattro chilometri in più al giorno per non rivedersi mai più sulla strada che porta a Santiago.
In quel periodo inizio a viaggiare con una berbero marocchina cresciuta in Germania. Nascondo ai suoi occhi la voglia sfrenata di assistere alla partita, ma poi quando le confesso i miei peccati mi rivela che anche lei è una gran frequentatrice di stadi a causa del lavoro del suo compagno,che in patria si occupa del marketing promozionale del Borussia Dortmund; così come unica clausola per la prossima tappa decidiamo che essenziale sarà la presenza di un bar con annesso teleschermo.

Arrivati a Carrion de Los Condes decidiamo di fermarci e troviamo alloggio in un istituto di suore. Gli orari di chiusura sono molto rigidi: la porta verrà chiusa alle 10. El Clasico inizierà alle 10. Bisogna elaborare un piano. Nel frattempo la berbera dà forfait alla visione per la stanchezza accumulata nella lunga camminata sotto il sole delle "Mesatas” spagnole e io non tardo ad accodarmi ad un gruppetto di tre catalani giovanissimi , sul Camino dopo aver terminato il liceo e in procinto di iscriversi all’università.

Due ragazze e un ragazzo. Capisco subito come la pensano e sfodero in trenta secondi tutto il mio misero repertorio di catalano, facendogli intendere che stasera sarò il quarto "culè "( come sono chiamati i tifosi del Barça ).

Le suore si rivelano adepte della scuola di pensiero di “Suor Paola” e ci dicono che avremmo potuto vedere tranquillamente tutto il primo tempo al Bar España di fronte all’istituto per bere in tranquillità. Per il secondo tempo ci avrebbero lasciato a disposizione la loro sala tv. El clasico religioso.

Andiamo molto presto al bar e ci dobbiamo sorbire tutte le previsioni del tempo e un mega servizio sull’arrivo del Papa a Madrid per la giornata mondiale della gioventù. Partono subito gli insulti alle gerarchie ecclesiastiche e ai tifosi del Real considerati da noi tutti dei Papa Boys.  La ragazza più bella è la più agguerrita. Conosce la formazione a memoria, conserva un odio viscerale verso tutto quello che è Madrid, Mourinho lo vorrebbe alla forca e mi dice convinta per introdurmi al clima del match : “Giulio, oggi bisogna essere sicuri ma cauti, stiamo andando a vedere la partita in Spagna, a casa loro, al Bar España, dobbiamo vincere” ; intendendo per Spagna la Castilla y Leon , regione nella quale ci trovavamo. Siam catalani in terra straniera.

La tensione è ai massimi livelli e quando Ozil mette a segno il primo gol le urla di gioia dei madridisti ci lasciano ammutoliti nel nostro angolo indipendentista blaugrana. Ai tre poveri ragazzi sembrava avessero strappato il diploma, rubato la carta d’identità e ucciso le nonne. La ragazza esce a fumare due volte consecutive e ogni volta che rientra nel bar il Barça firma un gol, 1-2. Situazione capovolta. La tifosa superstiziosa riesce altre tre o quattro volte per fumare, sperando in una goleada, ma per sua sfortuna non siamo a Napoli, dove queste cose funzionano veramente. Non sono le sue sigarette ma due tossine chiamate Iniesta e Messi a  indebolire i polmoni difensivi del Real intossicandoli con le loro giocate fumose.

Il gol di Xabi Alonso è una ninna nanna agrodolce, siamo nella stanza delle suore oramai e i catalani si limitano alle imprecazioni esclusivamente contro esseri naturali, lasciando le divinità al di fuori delle maledizioni . Vengono prese di mira le acconciature dei giocatori del Real e lo stile di Mourinho, anni luce distante dalla classe del Pep.

Il giorno dopo loro prendono l’auto e tagliano quasi cento chilometri di cammino per motivi di tempo. Se la ragazza ultrà mi avesse chiesto di seguirla al Camp Nou, tifare Barça, maledire a vita il Real, metter su una famiglia nell’entroterra catalano con i manifesti di Iniesta e Messi in cucina, in salone e nelle camerette dei futuri figli, avrei lasciato perdere il cammino e tutto il resto in Italia e l’avrei seguito senza batter ciglio. Per fortuna non è andata così.

Tre giorni dopo, causa lieve tendinite rallento un po’ e la gente che ero abituato a vedere mi passa avanti. Sei chilometri possono essere un’eternità. Mi fermo in un ostello decente e alle 10 sono già pronto a dormire. Fa un caldo pazzesco, il vichingo che dorme sotto di me nel letto a castello sta conquistando tutta la Scandinavia nel sonno a colpi di “russate” e il neozelandese che mi è accanto nei piani alti, che sembra il protagonista di “Stargate”,solo che ancora più goffo, è da un’ora che si gratta senza sosta per qualche strana infezioni che predilige le pelli dell’emisfero australe.

Alle 10 e 30 mi ricordo che è il giorno del ritorno della Supercoppa, mi alzo di fretta e scappo dall’albergue alla ricerca di un bar aperto. La partita fortunatamente iniziava alle undici di sera. Orari iberici.

Non sono l’unico pellegrino. Questa volta ci sono una ventina di camminatori rimasti in piedi per seguire le loro rispettive squadre. I madridisti sono in leggera maggioranza ma per questa occasione i tifosi blaugrana sono almeno una decina. Il match inizia ai tavoli del bar, birre offerte a giro, digestivi di cui non ricordo il nome e altre prelibatezze. Ci sono anche due italiani che stranamente  non hanno interessi per la partita. Preferiscono l’alcool, le ragazze, le messe in chiesa e le chiacchere. Si incontra veramente di tutto sul Camino. Un poeta, pellegrino contromano, li amava chiamare “Cattocomunisti”.

Alla mezzanotte sono già tutti ubriachi come il risultato altalenante. Un catalano di 40 anni in quindici minuti ha fumato più spinelli di quanti chilometri avesse camminato dall’inizio del Camino. Il risultato finale è di 3-2 per il Barça. Disperazione per i madridisti. Cervezas offerta dai vincitori . Premio miglior fumatore in campo va al catalano. Premio “Ubriaco d’oro” ad un ragazzo di Madrid, che il giorno dopo, causa “resaca alcolica” è costretto a prendere l’autobus.

Alle 2 e mezza siamo ancora fuori a fare baccano, si affacciano i poveri pellegrini della pensione di sopra, la padrona del bar ci invita ad andare a dormire. Solo in quel momento, non so come, scopriamo che uno dei più accaniti tifosi del Madrid era l’hospitalero dell’albergue municipale, che avrebbe dovuto chiudere le porte alle 10 in punto . Scatta l’ovazione generale e partono cori da stadio su "Can't take my eyes off you" in versione “Hospitalero…lalalalala…”.

Ultima giro di birra alla sua salute e poi al letto, almeno io, i catalani hanno continuato un’altra ora a far baldoria.

Il giorno dopo, con le facce tra il bianco e il blaugrana per aver dormito male ci salutiamo tutti, chi camminerà 50,chi 35, chi molto meno . Ognuno il suo cammino.
Intanto il calcio si fa da parte per un po’ finché in un bar leggendo “Marca” apprendo che la Liga spagnola entra in sciopero. Un saggio signore di Burgos, di professione critico, nel senso che non gli va bene niente, mi dice stizzito che la Spagna è vicina al tracollo, la disoccupazione tocca record storici, la classe politica è incapace, Madrid è occupata dal Papa e la situazione è veramente delle peggiori ma in pochi alzano la voce. Mentre se si ferma la Liga spagnola succede un disastro. Non togliere lo sport ai spagnoli. Tutto va a rotoli, ma il Barça ha vinto e son tutti contenti. Mi dice poi che gli spagnoli si interessano di sport, ma solo quando Nadal, la nazionale di calcio o Jorge Lorenzo vincono; quando perdono non se li fila nessuno.

Per dispiacere del mio anziano compagno la Liga riapre i battenti e le protagoniste del Clasico iniziano con due spettacolari 6 a 0 e 5 a 0. Un altro pianeta. Preludio di una lunga sfida anche quest’anno.
Il mio Camino sta per terminare e io vicino alla meta mi sento un fuoriclasse.

Arrivare a Santiago è stato come vincere il mio personale Pallone d’Oro. Sarò come Messi penserete. No. Messi ne ha vinti due di seguito (al momento di scrivere, oggi sono diventati tre, ndr). Nei miei progetti futuri non ho quello di rifare il Camino a breve. Chi mi conosce sa che sono come Ronaldo (il Fenomeno, non solo per i capelli ) , che ne ha vinti sì due, ma a distanza di cinque anni . Così nel aspettando di tornare sul Camino e di rivincere il mio secondo Pallone d’oro mi consolerò con tutti gli altri “Classici” che ci saranno di qui a cinque anni. 

Buen camino
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Ciava