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venerdì 31 agosto 2012

Miglior giocatore d'Europa?




La corona del principato del calcio europeo è proprietà di Andrés Iniesta. Il centrocampista spagnolo vince il premio come miglior calciatore d’Europa, con 19 voti; staccando di due misure Messi e Ronaldo, fermi entrambi a 17.

La delegazione spagnola, rappresentata da Marca (vicina al Real Madrid), ha votato per Cristiano Ronaldo, anche se in passato si era lamentata, a titoli cubitali, per il fatto che il Pallone d’Oro non sia mai stato assegnato ad uno spagnolo (chiara polemica anti-Messi).

Iniesta, a mio avviso, è il calciatore più forte del mondo, in questo periodo. Aver vinto un mondiale, due europei e tre Champions League da protagonista (solo per citare i trofei più prestigiosi) gli permette di avere un  “minimo” vantaggio su Ronaldo e Messi, ancora a secco nelle grandi competizioni con le loro nazionali.

Le doti del centrocampista blaugrana oltrepassano, inoltre, i confini del campo: non fa differenza essere madridisti, barcellonisti, spagnoli, catalani, patteggiatori di Messi o di Ronaldo, tifosi dell’Espanyol o semplici appassionati di calcio; tutti si trovano d’accordo sul valore e sui meriti di Iniesta.

Quando dedicò il gol vittoria del mondiale al suo amico Daniel Jarque, giocatore dell'Espanyol, scomparso nel 2009, fece emozionare tutta la penisola iberica, senza distinzioni.

Nel 2011 in una partita amichevole della Spagna contro la Colombia al Bernaebu, tutto lo stadio si alzò in piedi ad applaudire il barcellonista Andrés. Gesti che valgono più di molti trofei e riconoscimenti ufficiali.


Persino le truppe integraliste di tifosi amanti della Pulce e di Cr7 firmano un armistizio calcistico ogniqualvolta si parli del centrocampista spagnolo. Messi è più forte di Ronaldo. No. Ronaldo è più forte di Messi. Ma Iniesta rimane Iniesta. Gareggia contro se stesso. Nessuno lo critica, tutti lo amano. Solo la Fifa, troppo indaffarata tra tangos di Rosario e fados di Funchal, si era dimenticata di questo fenomeno.

A Monaco, finalmente, i delegati hanno rivolto lo sguardo oltre l’eterno conflitto tra l’argentino ed il portoghese e si sono accorti della presenza di questo mago del pallone.

Il problema, ora, sorge nell’analizzare la validità di questo premio: miglior giocatore d’Europa oggi si traduce in “Pallone d’Oro”, vista la scarsa presenza di giocatori fuori dal Vecchio Continente che possano minimamente pensare di entrare a far parte dei migliori undici giocatori del mondo.

Vero è che le votazioni per il Pallone d’Oro sono più complesse.

Ma il dubbio rimane e la domanda sorge spontanea: se si sono uniti da poco, dopo anni di polemiche, i premi del Pallone d’Oro e del Fifa World Player, a cosa serve il riconoscimento per il miglior giocatore d’Europa?

Il baraccone della Fifa ogni giorno ne inventa una. Speriamo almeno che, a Gennaio, non deluda le nostre aspettative e riesca finalmente ad assegnare “el Balón de oro” al meritevole Andrés. Altrimenti questo premio non sarà valso niente.

Niente negli annali o nelle statistiche, tanto nei sentimenti. Perché per noi Iniesta non ha vinto un Pallone d'Oro. Ne ha già vinti molti.

martedì 10 gennaio 2012

Il Pallone d'oro alla carriera.

Il Pallone d’Oro 2011 è stato consegnato a Lionel Messi. Un gesto che ha posto un sigillo immaginario alla competizione del premio per il miglior giocatore del mondo. Sarà così per molto tempo, a meno che un cataclisma non cambi le attuali gerarchie calcistiche o che il Barcellona si prenda un anno sabbatico lontano dai campi. Certo, come si sarebbe potuto dare il Pallone d’Oro, quest’anno, ad un altro giocatore, se l’anno scorso, anche dopo una Champions League vinta dall’Inter di Mourinho e un’eliminazione umiliante dell’Argentina contro una grande Germania ai mondiali sudafricani, la Pulce era stata premiata nuovamente, per la seconda volta, come migliore creatura nel globo a forma di palla?
Da quando Messi è Messi, il premio si è adattato alle magie del campione argentino. Un sonnifero allegro per i giurati, per gli spettatori e per gli appassionati di calcio di tutto il mondo. Iniesta, Xavi, Snejder, Eto’o o Forlan potranno vincere quanti più trofei una bacheca può sopportare, potranno portare club o nazionali sgangherate alla conquista di finali e semifinali mondiali, ma finché la Pulce salterà di campo in campo, seminando prurito e fastidio nelle file difensive avversarie, non c’è ragnatela di passaggi che tenga: il mondo ha bisogno di un solo eroe.
Il Palcoscenico di incoronazione è allestito a Zurigo, dove è celebrato il Calcio moderno in un’atmosfera che è un misto tra galà e ritrovo di famiglia.
Sky dedica un’ ampia presentazione alla cerimonia con ospiti in studio, i quali si sfidano a colpi di pronostici e motivazioni. A Messi si perdona il fatto di non aver vinto niente con la nazionale ma a Guardiola si rimprovera, in parte, di aver vinto solo col Barcellona. Strani concetti costacurtiani.
Il collegamento della Svizzera ha inizio e sono costretto a cambiare canale dopo neanche due minuti. I conduttori in studio, Trevisani e Cattaneo, parlano sopra i presentatori ufficiali, spesso anche fuori tema, in segno di poco rispetto per lo spettatore attento. Decido di mettere l’opzione in lingua originale ma la mia delusione è massima quando scopro che in qualsiasi caso sarò costretto a sentire la voce dell’interprete italiana. Voglio sentire i protagonisti che parlano, le loro espressioni, il loro inglese zoppicante, i sorrisi e le pause. Messi tradotto dallo studio diventa uno scugnizzo che parla un italiano accademico. Io voglio il Messi argentino, cresciuto a Rosario.
Sono quindi costretto a cambiare su Eurosport, dove la cerimonia è in versione integrale, senza interruzioni dallo studio.
I presentatori sono una signora nonsochissia e Ruud Gullit in persona. Le signore passano in secondo piano, qui si parla di Calcio e anche un’avvenente Shakira, di rosso vestita, passa quasi inosservata in confronto alle apparizioni di Zinedine Zidane e Ronaldo. I balletti li lasciamo per altre occasioni, questa è la casa dei doppi passi e delle finte smarcanti.
La presentatrice oltretutto nell'annunciare i tre contendenti commette un errore inammissibile : pronunciando il nome di Lionel Messi si lascia trasportare da un’enfasi esagerata. Già è tutto scritto; oltre ai pronostici ora anche le urla della presentatrice fanno intendere chi sarà il vincitore di questa edizione.
Ma la trama della serata prevede prima il climax delle premiazioni “secondarie”. Viene premiato il miglior allenatore di squadra femminili : un giapponese che si addentra in una tiritera in nipponico stretto. Dalla televisione non si vede se i presenti abbiano degli auricolari per la traduzione simultanea. In un momento di pausa del discorso la gente non sa se applaudire, ma l’audience, composta prevalentemente da campioni indiscussi, è spigliata con il giapponese, imparato nelle lunghe trasferte per le partite di Coppa Intercontinentale e Mundialito, e sa che bisogna applaudire solo dopo aver ascoltato la parola : arigatohh.
Miglior giocatrice donna è una giapponese vestita da geisha, premiata da Shakira, che scalza dal trono la brasiliana Marta vincitrice del premio ininterrottamente dal 2006 al 2010 ( prima Fifa World Player e successivamente Balon d’Or).
Il Giappone a livello femminile come la Spagna per intenderci.
Le premiazioni interessanti si avvicinano. Il Presidential Award è vinto da Sir Alex Ferguson. Blatter impiega cinque minuti di orologio per elencare tutto quello che ha vinto l’allenatore scozzese nella sua carriera.
Chi si aspetta discorsi strappa lacrime ha sbagliato palcoscenico, qui non siamo agli Oscar. Ferguson prende il microfono, rilassato e solo leggermente emozionato. Con un accento scozzese, di cui a volte si perde qualche parola per strada dice: “ Grazie per questo premio, la mia fortuna è stata avere grandi fuoriclasse in questi anni di carriera al Manchester. Nel calcio contano i risultati. Conta vincere ed è quello che continuerò a fare. Cercare di vincere.” Freddo e spietato, un grande uomo, senza fronzoli ed eccessi, la nuda verità.
Guardiola è premiato come miglior allenatore tra il terzetto che comprende lo stesso Ferguson e l’assente Mourinho; non presentatosi alla cerimonia così come i calciatori del Real Madrid invitati: Xabi Alonso, Ramos, Casillas e Cristiano Ronaldo. Per preparare la partita di oggi ( martedì ndr) contro il Malaga. Anche se è naturale pensare che l’assenza sia voluta anche per evitare di assistere alle vittorie degli eterni rivali catalani.
L’allenatore del Barcellona dedica, in primis, il premio ai suoi due contendenti. Successivamente a tutto l’apparato della società  dal presidente ai raccheta palle. Poi ripropone un concetto già espresso durante il conferimento della medaglia d’oro del Parlamento catalano, per il quale lui non è altro che l’”escollit” ( scelto, prescelto) per portare avanti un lavoro iniziato generazioni fa. Il suo unico merito. Ultima dedica, infine, con un rapido cambio inglese-catalano al suo assistente Tito Vilanova.
Il premio Puskas per il miglior gol dell’anno è assegnato a Neymar. Serpentina contro il Flamenco e gioco di prestigio all’ultimo difensore prima di marcare la rete. Sconfitti il gol di Messi contro l’Arsenal, pallonetto soffice al portiere e tiro di contro balzo e quello che a mio avviso sarebbe dovuto essere premiato : rovesciata di Rooney contro il Manchester City. Il gol è stato votato dagli internauti e credo abbia prevalso la “modernità” delle finte di Neymar e il fascino creato attorno alla sua immagine ultimamente, contro una “pura”, “classica” e “antica” rovesciata dell’attaccante inglese. Un gesto tanto semplice e complesso allo stesso tempo, che sicuro rimarrà impresso nella memoria degli appassionati più a lungo del gol del brasiliano.
Uno dei premi più significativi e indicativi della nostra era calcistica è quello che incorona la formazione tipo: i migliori undici giocatori del mondo.
Il modulo è un 4-3-3 : Casillas, Dani Alves, Piquè, Vidic, Sergio Ramos, Xabi Alonso, Xavi, Iniesta, Cristiano Ronaldo, Messi, Rooney.
Esclusi il difensore e l’attaccante dello United vi sono solo giocatori che militano con il Real e con il Barça, con prevalenza di spagnoli( sei su undici). La nuova mappa del calcio mondiale. Non solo tra i migliri non è presente neanche un giocatore italiano, ma neanche uno che militi nel nostro campionato.

Accecati dalle piccole beghe del nostro cortile non ci siamo resi conto che il calcio ormai ha preso la valigia ed è emigrato dallo Stivale. I giocatori di prima classe, viaggiano oramai solo verso Inghilterra e Spagna. 
Con che pretesto si può convincere un fuoriclasse a venire in Italia, con la situazione di stadi, club e tifoserie che sono ancora quelle di trent’anni fa? Da noi, non si può negarlo, arrivano solamente seconde scelte, giocatori in esubero, fuori rosa o tutt’al più vecchie glorie alla ricerca di nuovi stimoli.
L’unico italiano presente a Zurigo era Farina, difensore del Gubbio, premio fair play, per aver denunciato ed essersi opposto alle combine di alcune partite di Serie B. Questo la dice tutta sulla situazione attuale del nostro calcio.
Per l'intera cerimonia sul palco si sono avvicendati ognuno con una propria concezione di lingua inglese: Pelè, Karembeu, Lothar Mattheus, Blatter e Shakira. Inoltre sono saliti a ritirare i premi per i calciatori assenti del Real Madrid : Zinedine Zidane e Butragueño.
La passarella di grandi è chiusa dal più grande giocatore degli ultimi vent’anni: Luis Nazario da Lima, anche conosciuto come Ronaldo, O’Fenomeno, salito in cattedra per annunciare finalmente il vincitore del Pallone d’Oro 2011. Parla in spagnolo Ronaldo. La lingua dei campioni del mondo, patria attuale del bel gioco. Il calcio rimodella anche il potere geopolitico.
Si avvera quello che i più noti opinionisti sportivi ripetevano da mesi, in una litania senza sosta : il terzo pallone d’oro consecutivo, eguagliando così il record di Michelle Platini, vincitore dal 1983 al 1985.
Messi nuovamente incoronato re, ma il Pallone d’Oro è un riconoscimento personale e il calcio è un gioco di squadra, per questo la Pulce ancora non è il più forte di tutti i tempi. Escludendo i mostri sacri come Pelè e Maradona, giocatori come Zidane, Cruyff, Platini, Baggio, Iniesta o Matthaus hanno saputo colmare quel vuoto di tecnica che li distacca da Messi con altre doti e personalità, portando i loro club o le loro nazionali sul tetto più alto del mondo o ad un soffio dal traguardo, dimostrando qualità eccezionali che nessun colpo di tacco o finta di corpo potrà mai eguagliare.
Il Pallone d’oro, indubbiamente, diviene proprietà esclusiva di Lionel Messi per molto tempo a venire. Cosa dovrà mai accadere perché un giocatore come Iniesta possa trionfare in questa competizione?
I successi della Pulce sono meritati, senza ombra di dubbio, però la situazione attuale, merita, secondo me, alcune considerazioni.
Negli ultimi trent’anni, per restringere il raggio d’analisi, il Pallone d’Oro è stato sempre vinto da attaccanti, se si escludono solamente Cannavaro ( 2006) Sammer ( 1996), entrambi i premi conditi da un’infinità di polemiche, il tuttofare Matthaus ( 1990) e i centrocampisti, non certo difensivi, Figo ( 2000) e Nedved ( 2003). Un premio votato all’attacco quindi che, tra le tante qualità calcistiche, ne premia solo una.
Un’altra concezione fuorviante è sicuramente il premio su base annua. Sembra che alcune volte valgano le competizioni ( Cannavaro 2006) e altre no ( Iniesta o Snejder 2010). Oltretutto ci sono giocatori che possono fare un’annata eccezionale e sparire l’anno successivo ( lo stesso Cannavaro) mentre il lavoro di altri giocatori si riesce a quantificare solo in archi di tempi più lunghi: penso a Xavi, che da anni muove il gioco della squadra più forte al mondo quasi silenziosamente.
Per questo la Fifa, che è rappresentazione vivente del Calcio Moderno, con tutti i suoi difetti e pregi, per una volta, da gran baraccone commerciale e mediatico che è diventato, non farebbe male a imitare e prendere in prestito un’idea da un altro grande circo mondiale: Hollywood.
Parlo dell’istituzione di un Pallone d’oro alla carriera. Cosa diversa dal già esistente “Presidential award” che ha premiato negli anni : Ferguson, la regina di Giordania e l’attrice protagonista di “Sognando Beckham”.
Un premio istituito per calciatori, che per il meccanismo odierno dell’assegnazione del Pallone d’Oro non sono stati in grado di vincerlo, ma lo meriterebbero come Messi merita dieci Palloni d’Oro consecutivi.
Fuoriclasse e giocatori che sono stati un esempio nel campo e hanno fatto innamorare di questo sport milioni di ragazzi. 
Un premio alla carriera, perché il calcio si gioca negli anni e non solo anno per anno.
Come non riconoscere merito a giocatori del calibro di : Giggs, sempreverde guerriero del centrocampo del Manchester, presente sul campo da quando Messi a malapena era nato e otto anni prima che Blatter diventasse presidente della Fifa.
Zanetti: calciatore esempio per onestà e amore del gioco. Vero trascinatore dell’Inter campione d’Europa.
Iniesta: decisivo nella Coppa del Mondo. Dedica il gol della vittoria al defunto capitano dell’Espanyol, squadra rivale nel derby di Barcellona. Grande giocatore e fuoriclasse. Costruttore insieme a Xavi dei tre palloni d’Oro di Messi.
Veron: che a 35 anni trova ancora fantasia e tempo per vincere un campionato nell’Estudiantes, squadra che lo lanciò a soli 19 anni.
Francesco Totti: uno dei migliori giocatore italiani in attività, sempre fedele ai colori giallorossi, che mai ha ceduto alle lusinghe di grandi club stranieri.
Stesso discorso valido per Del Piero.
Maldini: forse il più grande difensore di tutti i tempi, ingiustamente fischiato il giorno dell' addio al calcio dai suoi stessi tifosi.
Buffon: vincitore morale del Pallone d’Oro del 2006. Rimasto alla Juventus retrocessa in Serie B, non scappato come un mercenario verso eserciti stranieri.
Klose: gran marcatore, che pur di conquistare un posto da titolare nei prossimi europei, non solo è andato a giocare con una squadra di almeno due categorie inferiori, ma si è anche abbassato lo stipendio, al contrario di fenomeni parcheggiati in campionati russi e sauditi.
Raul: sempre ad un soffio dal premio, ma mai raggiunto. Bandiera della Casa Blanca e una nuova giovinezza con lo Schalke che lo porta fino alle semifinali di Champions.
Henry: che dopo anni di militanza nell’Arsenal di Wenger, si prende il lusso di tornare per due mesi a 34 anni, di entrare in una partita di Fa cup e segnare il gol della vittoria, in uno stadio che mai lo ha dimenticato. 
E questo rimanendo solo negli ultimi dieci anni. Come loro ce ne sarebbero molti altri che meriterebbero un tale riconoscimento.

Il calcio è anche questo. Non solo trofei, gol, dribbling o vittorie. Il calcio è sudore, emozioni, ricordi e sconfitte.
Henry non cambierebbe mai l’emozione di tornare a casa sua e segnare un gol davanti ai tifosi di sempre neanche per quattro palloni d’oro consecutivi.
Per questo l’istituzione di un Pallone d’oro alla carriera premierebbe chi come lui ci ha fatto innamorare di questo sport. Grandi uomini diventati grandi campioni. Se lo meritano loro e ce lo meritiamo,sicuramente, noi amanti del Calcio.

Ciava.

mercoledì 2 novembre 2011

Storie di calcio virtuale : da World Cup a Scoppolandia.

La generazione di mezzo alla quale appartengo in gioventù si nutriva di calcio. Alcuni iniziavano a militare nelle squadre locali all’età di sei anni,altri sceglievano scherma o rugby, due sport di grandi tradizioni a Frascati,ma, indifferentemente dal piccolo impegno sportivo di ognuno,si giocava tutti quanti a pallone. Nei parchi, nelle ville, nei giardini, negli anfratti, all’oratorio, in cameretta e sui balconi. Si finiva sempre sudati credendosi Baggio, Maldini,Raul o Batistuta. Uno contro uno, porta a porta, porta unica, portieri volanti, tutti contro tutti, tedesca,porticina e tornei a eliminazione diretta. Palloni di carta, succhi di frutta, palline, pali con zaini, felpe e traverse immaginarie.
Non sazi, calata la sera ci sfidavamo a Subbuteo in epici scontri Olanda-Argentina, Inghilterra - Francia, Juve - Roma. Dal piede alle dita la passione era sempre la stessa. Non di rado si spendevano le 500 lire al videogioco con schermata preistorica del bar sottocasa  smanettando con i comandi e imprecando contro il tempo scaduto e gli spicci terminati. Chi aveva l’Amiga o il Nintendo a volte organizzava con gli amici sessioni interminabili di calcio virtuale. Tiri segreti, bidimensionalità, campi ghiacciati e joystick rettangolari. World Cup. Tasto A Tasto B. Stile Barça perché a pensarci al calcio si può giocare anche solo con due pulsanti, facendo le cose più semplici. E poi fantacalcio, le figurine, Volpi e Poggi ( calciatori mediocri che hanno fatto la fortuna dei dentisti di tutta Italia): il calcio era la nostra pietanza preferita.
Si sognava tutti di diventare dei campioni, segnare all’ultimo minuto il gol decisivo al derby o procurare il rigore inaspettato a tre dal termine nella finale del Mondiale. Anche chi era terzino e aveva i piedi di a forma di Colosseo quadrato ( quello della pubblicità della Nike) non rinunciava a queste fantasie. Quando ci si è poi resi conto che la strada verso il successo era alquanto complicata, si decise di sognare, quantomeno, di diventare i dominatori incontrastati del calcio virtuale. Erano gli anni di Winning Eleven. Con l’avanzare delle tecnologie il Calcio divenne Totale.
Realtà e immaginazione si mischiavano in unico calderone. Ricordo il mio primo gol a Winning Eleven al pari di come ricordi le mie vittorie da giovane terzinaccio nei campionati nazionali. Cross da calcio d’angolo, la difesa avversaria ( comandata da Alan) allontana di testa, la palla finisce sui piedi di Edgar Davids che tira un missile terra-aria sotto il sette. Olanda 1- altra squadra 3.Una sconfitta che valeva come una vittoria. Da buon principiante, erano mesi che prendevo scoppole da tutti senza mai marcare una rete e quel gol mi ha aperto le porte del fantastico mondo del calcio virtuale.
Da lì un’infinita serie di diagonali al limite dell’aria, Zenden Overmars attaccanti laterali, Nedved e Poborsky macinatori di fasce, Roberto Carlos punta esterna ( pratica da me mai usata perché ero molto conservatore e realista anche alla Play, i rigori tutt’oggi li calcio come andrebbero calciati, ovvero chi ha buona tecnica con precisione e chi è uno zapparo bomba centrale.), filtranti con triangoli e falciate da dietro quando si rosicava. Se si spegneva la Play era il massimo degli affronti. Ho visto gente non parlarsi per mesi e non rispondere al telefono ad amici di una vita per un calcio d’angolo o un gol non meritato.
Winning Eleven si trasformò presto in Iss Pro Evolution acquistando alcuni diritti in più e conservando alcune pecionate. In quegli anni vincere un torneo a Pro equivaleva ad essere incoronato monarca assoluto. Le gesta di una vittoria sugli altri avversari poteva erano tramandate oralmente per mesi e mesi. E se successivamente si fosse persa una normale amichevole, si sarebbe sempre potuto tirar fuori la scusa di essere il campione del torneo da 16 iscritti e di averlo vinto con la Repubblica Ceca, mica con il Brasile o con l’Argentina. Le ragazze cadevano ai nostri piedi. In realtà la Play veniva prima di tutte le ragazze, le quali di solito sbuffavano da dietro i divani : “Che palle co sti videogiochi”. “Silentiiiiiii….non potrete mai capire la goduria di un gol da fuori aria e dello sbefeggio del contendente dopo ore di strabismo e di un etto di calli al pollicione!”.
Nelle mie prime grandi sessioni di Iss Pro, quelle che esci dopo sette ore di calcio virtuale e commenti il tempo meteorologico fino ad allora coperta dalle tende della cameretta con un : “C’è sole ma tira anche vento”, fui iniziato alle pratiche del gioco dal mio amico Alan, appassionato di calcio e di professione brasiliano. Eravamo soliti sfidarci a colpi di quadrati e rettangoli indossando le magliette delle formazioni da noi scelte. Il fatto che una persona abbia le magliette del Milan di Ayala e Andrè Cruz (il difensore) vi lascia immaginare la vastità della collezione. I nostri scontri andavano da Nigeria - Sud Corea a Argentina - Portogallo, Camerun - Australia e Milan - Psg. Quando si segnava era d’obbligo qualche balletto sotto la finestra. A dire il vero le partite a casa sua erano le più difficile:  espugnare la sua cameretta era molto complicato a causa di una foto ben visibile sul muro, che lo immortalava giovanissimo in braccio a nientepopodimeno che Pelè nello stadio nientepopodimeno che il Maracanà. Troppa soggezione nello sfidante. E se Pelè fosse sceso dalla foto venendo in suo aiuto?  Meglio perdere che immischiarsi in problemi più grandi di noi.
Quasi da subito iniziai ad alternare queste sessioni con altre, in compagnia del mio grande amico Giulio (anni dopo soprannominato Gazzoba), già ai tempi bestemmiatore doc. Il passaggio dalla Play Station 1 alla Play 2 fu rapido. Bastò schierare una volta con l’Inter Toldo come ariete centrale ( al bando le chiacchere sul conservatorismo) e segnare un gol di sinistro rasoterra all’ultimo minuto. Potete immaginare gli sberleffi rivolti al mio opponente. “ Segna sempre lui, l’ariete Toldddddddddooooooooo”. Il Gazzobba che già ai tempi era uomo di grande calma e saggezza si limitò a imprecare tutti i santi cristiani, a maledire metà discendenza della famiglia Moratti, a offendere le mie credenziali di buon giocatore, ad accusare le divinità buddiste e l’oroscopo di Paolo Fox. Ritornato in sé, si avviò con molta tranquillità verso lo sgabuzzino, ripresentandosi un minuto dopo  con martello in mano. Le bestemmie erano ora svanite. Si passava alla classica violenza da Hooligans di Iss Pro. La foga con cui si scaraventò contro l’incolpevole piattaforma virtuale mi riportò alla mente lo scontro iniziale di “2001 Odissea nello Spazio”.
Fui bandito per un mese da casa sua e tornai solo dopo che si comprò la Play Station 2 per testare il nuovo Iss Pro. Quando si compra l’ultimo numero della serie i commenti sono sempre sbalorditivi: “ Sembra vero” “ Che gioco! Si sono superati questa volta”, “ Gran realistico”. Senza accorgersi del fatto che siano identici ai complimenti dell’anno prima; persino a quelli rivolti a Iss Pro 2, che per far girare l’attaccante dovevi muovere a tempo con le mani la televisione, altrimenti il giocatore sarebbe andato dritto senza fermarsi.
Tra tutti questi pixel il mio più grande pregio è stato quello di non possedere mai né Play Station né X-box. Mi sono fermato alla prima Nintendo di Mario Bros e del già citato World Cup. Le suddette esperienze a casa di amici mi fecero diventare ( pseudonimo che uso ancora oggi) “il giocatore più forte di Iss Pro Evolution Soccer di tutta l’Europa Centrale a non possedere una Play Station a casa”. Anni fa mi arrivò notizia da parte di un mio amico in viaggio in Germania che a Dresda ci fosse un ragazzo che rivendicava lo stesso titolo. Adesso il quesito sarà affidato a geografi e storici per stabilire se Dresda sia o no Europa Centrale.

Nel frattempo gli Iss Pro si susseguivano e sul mercato iniziava a farsi sentire anche la concorrenza di Fifa. L’ultimo e unico Fifa che avevo era quello del 98 per il computer. Un gioco che ha fatto la storia. Si poteva trasferire i giocatori facilmente e si terminava sempre con corazzate del tipo: Barthez, Thuram, Hierro, Maldini, Roberto Carlos, Beckham, Redondo, Giggs, Zidane, Ronaldo e Batistuta con l’aggiunta di panchine che avrebbero fatto gola a mezza Europa. Da qualsiasi posizione del campo il tiro centrava la porta, prima del centrocampo non si poteva tirare, si poteva intervenire in scivolata sul portiere pronto a rinviare rimediando un’espulsione. Rimasti in sette la partita era vinta a tavolino dal computer. Si usciva rosicando ma da veri assassini. Couto e Montero a Fifa 98 giocavano col completo di Rambo Uno per questo motivo.
L’anno scorso addirittura qualche appassionato si è sbilanciato nel profetizzare il sorpasso di Fifa sul suo rivale storico. Il Gazzobba, estremista di Iss Pro, confutava queste tesi con bestemmie al quadrato e snocciolando a suo favore ben sette leggi della fisica per cui i movimenti dei giocatori di Fifa fossero irreali, tra queste la legge del : “Ma come cazzo fa Gattuso a fa ngo così?”.
Fifa doveva ancora aspettare. Erano ormai due anni che io e Gazzobba non ci sfidavamo più tra noi in lunghissime sfide condite da sinossi come :”Sti sempre a scula” “Zitto che so più forte io,na vedi mai con me a palla” “Io non ho toccato niente, la scivolata me l’ha fatta er computer, anfame!”. Avevamo preso, infatti, l’abitudine di giocare in due con la stessa squadra e sfidare il computer. Ecco quindi un Europeo vinto con l’Italia con gol di Perrotta ai supplementari, un Mondiale con la Spagna e una Champions con il Liverpool, quest’ultima sudata quattro camicie. Ma tutto ovviamente iniziando le semplici competizioni e selezionando di volta in volta la squadra. Finché l’anno scorso ci imbarcammo in quella magica avventura che tutti gli appassionati conoscono con il nome di Master League. Intenzionati ad andare al sodo  ci siamo presi subito la Lazio, con i giocatori in rosa dell’anno scorso, per risparmiarci due stagioni con i vari Castolo, Minanda e Jaric. Colonne portanti di un calcio stellare.
Lo spennellone
Primi due anni buoni, perdiamo una finale di Coppa Italia contro il Catania, quarti di Europa League e terzo posto nella seconda stagione di Campionato, con un grande Peter Crouch acquistato dal Tottenham che segnava in qualsiasi maniera. Crouch fu un acquisto obbligato essendo un pallino storico del Gazzobba; una volta rischiò di essere bandito per secoli da casa Cimotto perché un gol segnato con lo “spennellone” inglese all’ultimo minuto provocò quel fenomeno fisico che i letterati chiamano ”raffica di bestemmie di gaudio”. Tutto questo alle tre di notte con la madre di casa Cimotto militante di "Comunione e Liberazione" che dormiva nella stanza di sopra.
Crouch a parte, ingraniamo e diventiamo campioni d’Europa il primo anno di partecipazione alla Champions con lo scheletro della formazione dell’anno precedente della Lazio e con l’aggiunta di Palmieri ( giocatore inventato da Iss Pro, baluardo difensivo dai piedi a spirale), Cigarini, Giovinco e Cavani. Zarate pallone d’oro. Calcio virtuale allo stato puro. L’anno dopo facciamo il botto sul mercato, tutti via, arrivano Silva ,Ozil, Benzema, Thiago Silva e Busquets. Vinciamo tutte le coppe inventate, ma in cinque stagioni non riusciamo mai a vincere un campionato. Con 92 punti finiamo per due anni secondi. La Roma davanti a noi ne fa sempre qualcuno in più. 93. 94. I cugini hanno costruito la squadra anti-Lazio acquistando Ribery, Aguero, Nasri, Guti, Iniesta e Ferdinand. Altro che progetto. Calcio virtuale allo stato puro. Un anno gli vendemmo anche il povero Lichsteiner. Fantascienza intergalattica.
La stagione successiva firmiamo con Messi, Ibra e qualche altro fenomeno. Andiamo falliti e finisce così la nostra avventura. Come ai tempi di Cragnotti.
Sembrava che per noi due il calcio virtuale avesse fatto il suo corso ma un giorno di quelli vuoti, con le lancette dell’orologio che scorrono lente, mi arrivò una chiamata del Gazzobba a casa: “Devi venire subito. Mi sono comprato Fifa 12”. Apriti cielo. Ma chi il Gazzobba? Colui che se vedeva lo stemma della Ea sports correva a prendere benzina e fuoco? Bestemmiatore dei tre mondi, fisico in provetta e presidente delle due Laf, Lega anti foulard e Lega anti Fifa? Un’occasione da non perdere. I cattolici di tutto il vicinato sono avvertiti repentinamente onde evitare possibili fraintendimenti.
Da critico professionista non saprei dire quale tra i due giochi sia migliore. Di certo Fifa ha fatto passi da gigante e la parte tecnica su trasferimenti e svolgimento tornei è di gran lunga su un altro livello. Decidiamo di provare l’ebbrezza di cominciare una Master League dalla Serie B, cosa impossibile a Iss Pro visto che i medici sconsigliano,per salvaguardare la salute, di scegliere formazione militanti nel campionato cadetto della Konami quali il Quatzola.
Ciofani in uno dei suoi famosi calci rotanti
La scelta ricade sull’Ascoli. Il “Projetto” era di conquistare la promozione la prima annata. Iniziamo con un paio di scoppole servite a freddo. Ancora ci dobbiamo abituare. Continuiamo con scoppole a portar via, scoppole fritte, scoppole al vapore e scoppole grigliate. Crediamo forse che sia il fatto di distrarci ogni volta che la voce di Caressa pronunci il nome di “Papa Waigo” a non garantirci la giusta concentrazione per portare a casa almeno un pareggio. Fatto sta che dopo una cocente scoppola contro il Sassuolo riavviamo da capo. Basta. Si rivoluziona tutto da oggi. Iniziamo nuovamente, ma stavolta con il Padova ( che a Fifa è “Padua”, forse alla maniera padana, chissà). Il “Projetto” era quello di conquistare la promozione la prima annata. Cutolo, Milanetto e Succi i nostri eroi. Dopo una partenza stravolgente ordiniamo due scoppole alla giudea, scoppole salate, scoppole tritate, scoppole al curry, scoppole sottolio. Rischiamo l’esonero. Diventiamo i monarchi assoluti di Scoppolandia.
Le imprecazioni si moltiplicano. Sinceramente io posso capire la difficoltà sempre crescente dei giochi di calcio virtuale, ma prendere tre gol da Caridi del Grosseto è proprio frustante. Per non parlare di Ciofani dell’Ascoli che quando lo avevamo noi era una pippa al sugo e ora sulla fascia si diletta in doppi passi, tunnel, piroette e calci rotanti.
Io ci provo a continuare a credere nel “Projetto” ma il Gazzobba assicura che appena ha tempo si va comprare Iss Pro 12 e al diavolo Fifa, Blatter, Platini e Ciofani.
Isterismo da calcio virtuale. L’amore per il pallone porta a tali pazzie. Malattie incurabili. Ma attenzione a non illudersi tanto facilmente . Questo mondo soprannaturale è solamente l’altra faccia di una medaglia ben nota. A volte non si allontana di tanto dalla realtà. Così come i videogiochi ti fanno innamorare di piccoli particolari, di controfigure e attori secondari di questo sport, nel calcio reale spesso sono i Gottardi, i Marco Lanna, i Guglielminpietro, gli Hargreaves, i Poggi e i Fabio Junior che lasciano un tocco di magia nell’aria . Esseri normali che per un giorno o per un’esistenza intera diventato degli eroi o dei mostri, ti riportano dolcemente indietro con gli anni, a quando eri bambino e sognavi un futuro da calciatore. Così è il calcio virtuale.
Certo vincere due Champions League con la Lazio e poi rischiare di essere esonerato con il Padua è un’esperienza che non auguro a nessuno.

Ciava.

venerdì 9 settembre 2011

El Clasico sul Camino. El futbol verso Santiago di Compostela.

Spoorts and Culture - El Clasico sul Camino. El futbol verso Santiago di Compostela

630 chilometri percorsi tra vesciche, doppi passi e religioni calcistiche.

Il cammino di Santiago è un concentrato sintetico di tutti gli aspetti della vita. Gente pazza, innamorata, nordica, disoccupata, benestante, atea o credente si mette in marcia a dei ritmi sconosciuti alla quotidianità.

Le sofferenze e le gioie si ampliano, i problemi si accantonano,le paure svaniscono o riemergono,i dubbi rimangono o si risolvono, si diventa tutti passanti, viaggiatori in un limbo sospeso tra civiltà conosciuta e nuovo mondo inesplorato.


Le persone cercano santi, Dei, ombre o feticci e le discussioni variano dai dolori muscolari alla natura terrena di Gesù, dalla geografia alla politica estera. Non è raro quindi ritrovarsi con un compagno di "sali e scendi" a conversare delle cose più astratte ma anche delle più semplici e terrene, calcio incluso, che universalmente è punto di contatto tra storie personali a volte totalmente diverse.

Tutto il mondo è un pallone che gira. Il calcio è religione. Sul cammino di Santiago non si può non parlare di calcio.

Visioni di santi e templari si alternano nei sogni alle giocate paradisiache di Messi, ai passaggi di Iniesta e alle sfuriate diaboliche di Mourinho.

La Spagna che è attraversata dal Cammino da est a ovest e da cima a fondo è anche questo:  tanto "futbol" ma soprattutto è “El Clasico”.

La mia iniziazione a questo evento che va oltre la pura rivalità sportiva procede a piccoli passi.

Il primo periodo del mio Cammino viaggio in compagnia di un gruppo consistente di persone, tra cui due ultrà casertani, uno della Fiorentina l’altro della Lazio, entrambi con tatuaggi e collanine che testimoniano la fede calcistica. Bizzarri a volte i cammini della vita.

Dopo qualche giorno di camminata tra piccoli villaggi e campagne arriviamo a Burgos. Apprendiamo da fonti vicine al mondo civilizzato che la sera si sarebbe giocata la partita amichevole Italia – Spagna. L’evento, insolito per la vita di un pellegrino, si presentava come un’ottima scusa per rompere la routine serale che prevede solitamente chiacchere a base di birra, frutta secca e vesciche. Il calcio per una notte allontanava le nostre pene di grandi camminatori.

Ci presentiamo al pub per vedere l’incontro in 61 persone così suddivise : 22 spagnoli (cifra che comprende a loro insaputa indipendentisti baschi e catalani) 20 italiani ,(tra cui un sudtirolese,che a stento parlava italiano, ma bestemmiava come un toscano inviperito e amava la Juve al pari della sua ragazza) 5 francesi, che per tutto il primo tempo hanno discusso dell’affaire Zidane – Materazzi con eccessi di liason e “r mosce”, 7 neutri , 3 ignari e 4 ubriaconi imbucati.

L’atmosfera era quella da finale mondiale, l’inno italiano credo l’abbiano sentito fino a Santiago. Per una serie di motivi mi sono ritrovato in silenzio e seduto mentre tutti gli altri cantavano l’inno abbracciati e a squarciagola. Un insieme di sentimenti che in quel momento mi allontanavano dal riconoscermi nel testo dell’inno d’Italia. Sarà stata la presenza al mio fianco del sudtirolese, che neanche conosceva l’indirizzo della sua via di casa, figurarsi l’inno di Mameli o le chiacchere con i molti compagni baschi e catalani o forse ancora l’atmosfera di internazionalismo respirata sul Cammino, fatto sta che sono rimasto seduto e muto. Non brindo all’Italia stasera,brindo a me stesso.

La partita è un mix di accenti, dialetti e idiomi : un basco con la maglietta dell’Inghilterra impreca contro Ramos, “polentoni” del Nord elogiano Cassano, padre e figlia di Bilbao tifano solo per Llorente, un’inglese tifoso del Liverpool maledice Aquilani e quando quest’ultimo segna e chiude la partita con un 2-1 -a mio avviso meritato dall'Italia ( non è d’accordo il giorno dopo il giornale “Marca” )- facciamo appena in tempo a correre verso l’ostello, rischiando di rimanere chiusi fuori.

Sul cammino si è in Spagna ma alle 10, massimo 11 di sera tutti sotto le coperte e silenzio assoluto, la mattina si marcia.
Rimango d’accordo con Daniel, tifoso madridista e intenditore di calcio, di fermarci la Domenica in un paese che abbia almeno un bar che proietti la finale di andata del “Clasico” di Super Coppa di Spagna ( nel Camino capita anche di fermarsi in villaggio in cui la massima attrazione turistica sia un alimentari ).

Da lì a tre giorni ci perdiamo facilmente, bastano due minuti o quattro chilometri in più al giorno per non rivedersi mai più sulla strada che porta a Santiago.
In quel periodo inizio a viaggiare con una berbero marocchina cresciuta in Germania. Nascondo ai suoi occhi la voglia sfrenata di assistere alla partita, ma poi quando le confesso i miei peccati mi rivela che anche lei è una gran frequentatrice di stadi a causa del lavoro del suo compagno,che in patria si occupa del marketing promozionale del Borussia Dortmund; così come unica clausola per la prossima tappa decidiamo che essenziale sarà la presenza di un bar con annesso teleschermo.

Arrivati a Carrion de Los Condes decidiamo di fermarci e troviamo alloggio in un istituto di suore. Gli orari di chiusura sono molto rigidi: la porta verrà chiusa alle 10. El Clasico inizierà alle 10. Bisogna elaborare un piano. Nel frattempo la berbera dà forfait alla visione per la stanchezza accumulata nella lunga camminata sotto il sole delle "Mesatas” spagnole e io non tardo ad accodarmi ad un gruppetto di tre catalani giovanissimi , sul Camino dopo aver terminato il liceo e in procinto di iscriversi all’università.

Due ragazze e un ragazzo. Capisco subito come la pensano e sfodero in trenta secondi tutto il mio misero repertorio di catalano, facendogli intendere che stasera sarò il quarto "culè "( come sono chiamati i tifosi del Barça ).

Le suore si rivelano adepte della scuola di pensiero di “Suor Paola” e ci dicono che avremmo potuto vedere tranquillamente tutto il primo tempo al Bar España di fronte all’istituto per bere in tranquillità. Per il secondo tempo ci avrebbero lasciato a disposizione la loro sala tv. El clasico religioso.

Andiamo molto presto al bar e ci dobbiamo sorbire tutte le previsioni del tempo e un mega servizio sull’arrivo del Papa a Madrid per la giornata mondiale della gioventù. Partono subito gli insulti alle gerarchie ecclesiastiche e ai tifosi del Real considerati da noi tutti dei Papa Boys.  La ragazza più bella è la più agguerrita. Conosce la formazione a memoria, conserva un odio viscerale verso tutto quello che è Madrid, Mourinho lo vorrebbe alla forca e mi dice convinta per introdurmi al clima del match : “Giulio, oggi bisogna essere sicuri ma cauti, stiamo andando a vedere la partita in Spagna, a casa loro, al Bar España, dobbiamo vincere” ; intendendo per Spagna la Castilla y Leon , regione nella quale ci trovavamo. Siam catalani in terra straniera.

La tensione è ai massimi livelli e quando Ozil mette a segno il primo gol le urla di gioia dei madridisti ci lasciano ammutoliti nel nostro angolo indipendentista blaugrana. Ai tre poveri ragazzi sembrava avessero strappato il diploma, rubato la carta d’identità e ucciso le nonne. La ragazza esce a fumare due volte consecutive e ogni volta che rientra nel bar il Barça firma un gol, 1-2. Situazione capovolta. La tifosa superstiziosa riesce altre tre o quattro volte per fumare, sperando in una goleada, ma per sua sfortuna non siamo a Napoli, dove queste cose funzionano veramente. Non sono le sue sigarette ma due tossine chiamate Iniesta e Messi a  indebolire i polmoni difensivi del Real intossicandoli con le loro giocate fumose.

Il gol di Xabi Alonso è una ninna nanna agrodolce, siamo nella stanza delle suore oramai e i catalani si limitano alle imprecazioni esclusivamente contro esseri naturali, lasciando le divinità al di fuori delle maledizioni . Vengono prese di mira le acconciature dei giocatori del Real e lo stile di Mourinho, anni luce distante dalla classe del Pep.

Il giorno dopo loro prendono l’auto e tagliano quasi cento chilometri di cammino per motivi di tempo. Se la ragazza ultrà mi avesse chiesto di seguirla al Camp Nou, tifare Barça, maledire a vita il Real, metter su una famiglia nell’entroterra catalano con i manifesti di Iniesta e Messi in cucina, in salone e nelle camerette dei futuri figli, avrei lasciato perdere il cammino e tutto il resto in Italia e l’avrei seguito senza batter ciglio. Per fortuna non è andata così.

Tre giorni dopo, causa lieve tendinite rallento un po’ e la gente che ero abituato a vedere mi passa avanti. Sei chilometri possono essere un’eternità. Mi fermo in un ostello decente e alle 10 sono già pronto a dormire. Fa un caldo pazzesco, il vichingo che dorme sotto di me nel letto a castello sta conquistando tutta la Scandinavia nel sonno a colpi di “russate” e il neozelandese che mi è accanto nei piani alti, che sembra il protagonista di “Stargate”,solo che ancora più goffo, è da un’ora che si gratta senza sosta per qualche strana infezioni che predilige le pelli dell’emisfero australe.

Alle 10 e 30 mi ricordo che è il giorno del ritorno della Supercoppa, mi alzo di fretta e scappo dall’albergue alla ricerca di un bar aperto. La partita fortunatamente iniziava alle undici di sera. Orari iberici.

Non sono l’unico pellegrino. Questa volta ci sono una ventina di camminatori rimasti in piedi per seguire le loro rispettive squadre. I madridisti sono in leggera maggioranza ma per questa occasione i tifosi blaugrana sono almeno una decina. Il match inizia ai tavoli del bar, birre offerte a giro, digestivi di cui non ricordo il nome e altre prelibatezze. Ci sono anche due italiani che stranamente  non hanno interessi per la partita. Preferiscono l’alcool, le ragazze, le messe in chiesa e le chiacchere. Si incontra veramente di tutto sul Camino. Un poeta, pellegrino contromano, li amava chiamare “Cattocomunisti”.

Alla mezzanotte sono già tutti ubriachi come il risultato altalenante. Un catalano di 40 anni in quindici minuti ha fumato più spinelli di quanti chilometri avesse camminato dall’inizio del Camino. Il risultato finale è di 3-2 per il Barça. Disperazione per i madridisti. Cervezas offerta dai vincitori . Premio miglior fumatore in campo va al catalano. Premio “Ubriaco d’oro” ad un ragazzo di Madrid, che il giorno dopo, causa “resaca alcolica” è costretto a prendere l’autobus.

Alle 2 e mezza siamo ancora fuori a fare baccano, si affacciano i poveri pellegrini della pensione di sopra, la padrona del bar ci invita ad andare a dormire. Solo in quel momento, non so come, scopriamo che uno dei più accaniti tifosi del Madrid era l’hospitalero dell’albergue municipale, che avrebbe dovuto chiudere le porte alle 10 in punto . Scatta l’ovazione generale e partono cori da stadio su "Can't take my eyes off you" in versione “Hospitalero…lalalalala…”.

Ultima giro di birra alla sua salute e poi al letto, almeno io, i catalani hanno continuato un’altra ora a far baldoria.

Il giorno dopo, con le facce tra il bianco e il blaugrana per aver dormito male ci salutiamo tutti, chi camminerà 50,chi 35, chi molto meno . Ognuno il suo cammino.
Intanto il calcio si fa da parte per un po’ finché in un bar leggendo “Marca” apprendo che la Liga spagnola entra in sciopero. Un saggio signore di Burgos, di professione critico, nel senso che non gli va bene niente, mi dice stizzito che la Spagna è vicina al tracollo, la disoccupazione tocca record storici, la classe politica è incapace, Madrid è occupata dal Papa e la situazione è veramente delle peggiori ma in pochi alzano la voce. Mentre se si ferma la Liga spagnola succede un disastro. Non togliere lo sport ai spagnoli. Tutto va a rotoli, ma il Barça ha vinto e son tutti contenti. Mi dice poi che gli spagnoli si interessano di sport, ma solo quando Nadal, la nazionale di calcio o Jorge Lorenzo vincono; quando perdono non se li fila nessuno.

Per dispiacere del mio anziano compagno la Liga riapre i battenti e le protagoniste del Clasico iniziano con due spettacolari 6 a 0 e 5 a 0. Un altro pianeta. Preludio di una lunga sfida anche quest’anno.
Il mio Camino sta per terminare e io vicino alla meta mi sento un fuoriclasse.

Arrivare a Santiago è stato come vincere il mio personale Pallone d’Oro. Sarò come Messi penserete. No. Messi ne ha vinti due di seguito (al momento di scrivere, oggi sono diventati tre, ndr). Nei miei progetti futuri non ho quello di rifare il Camino a breve. Chi mi conosce sa che sono come Ronaldo (il Fenomeno, non solo per i capelli ) , che ne ha vinti sì due, ma a distanza di cinque anni . Così nel aspettando di tornare sul Camino e di rivincere il mio secondo Pallone d’oro mi consolerò con tutti gli altri “Classici” che ci saranno di qui a cinque anni. 

Buen camino
.

Ciava