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giovedì 6 dicembre 2012

Finale alla portoghese


Due estati fa macinai chilometri nella penisola iberica. Dai vigneti della Rioja arrivai tra le verdi colline della Galicia, passando per le aride mesetas della Spagna centrale.

Da Santiago di Compostela sconfinai insieme alla parlata gallega verso il Portogallo, destinazione Porto. Città affascinante che già avevo visitato da cima a fondo nel 2006 nel mio viaggio iberico post-maturità. Questa volta la scusa per tornare sui miei passi era un aereo low cost che mi avrebbe riportato a casa. Sfruttai la mezza giornata portoghese in riva al fiume Douro, dove sorgono le grandi fabbriche di porto, ormai quasi tutte di proprietà inglese.

Vedendo i bambini che sognano un futuro da Cristiano Ronaldo tuffarsi dal grande ponte che unisce le due rive, spesi i miei ultimi quattro euro, sopravvissuti a trenta giorni di vacanza, comprando una birra in lattina e un panino col baccalà, pietanza tipica di queste terre. Conservando 1,45 euro per il biglietto della metro partii verso l’aeroporto.

Il trasporto cittadino non ha niente da spartire con il medioevo romano. Oltre alla fermata metropolitana per l’aeroporto, ce n'è una esclusiva per lo stadio Dragao, residenza del Futebol Clube Oporto. Squadra orgoglio della città.

Partendo dall’edificio del Se, la cattedrale, e scendendo nelle strette vie della Ribeira, che conducono fino alla riva del Douro, lo sguardo è catturato dalle atmosfere romantiche del quartiere e dalle centinaia di bandiera sui balconi delle case. Drappi rossoverdi portoghesi e biancoazzurri dell’Oporto.

Una città che vive di liquore e di calcio. Mentre aspettavo il vagone che mi avrebbe portato verso una notte insonne su una panchina dell’aeroporto, un pazzo ubriacone mi illustrò queste due passioni nazionali sintetizzandole in una scena da teatro dell’assurdo sulla banchina della metro opposta alla mia.
Con passo zigzagato e sguardo perso iniziò a urlare “Benfica é merda” “Benfica é merda” a ripetizione. La gente rideva, i poliziotti addetti al controllo sicurezza anche. Un ragazzo dal mio lato della banchina prese la palla al balzo e iniziò a chiedere ad alta voce: “Benifica claro que é merda, pero o Sporting Lisboa que é?” e l’ubriacone senza lasciare dubbi alla platea non pagante: "Merda também, o Sporting é merda!"

Iniziò così un cortometraggio di cinque minuti. Il giovane chiedeva: “O Braga?” e il profeta zuppo rispondeva “O Braga é merda”“O Bragança?”,O Bragança é merda”, “E o Setubal?” “O Setubal é merda”, “ E o Guimareis?” “ O Guimareis é merda”.

Per finire con i titoli di coda “ E Oporto que é?”; solo allora il capo popolo sulle ali dell’entusiasmo esclamò “Oporto è campeao” e iniziò a cantare “Campeao campeao”, seguito da un'ovazione dei giovani che aspettavano la metro e da un sorriso dei più anziani.
Evora -  Estate 2006 - Reperto linguistico : primi amori con l'idioma portoghese
Ritornare a Porto, anche solo per mezza giornata era stata una scelta di cuore. Il mondo di lingua portoghese aveva sempre esercitato su di me un grande fascino. La musica, nella variante brasiliana, mi aveva aperto davanti un universo, quando ancora quattordicenne scoprii gli Smoke City; un gruppo che cantava mischiando inglese e portoghese. Grazie a loro imparai la mia prima parola nella lingua lusitana: abacaxi, che significa ananas. Poi fu la volta dell'immersione sonora nella drum’n’bass brasiliana, che ancora oggi è uno dei pochi stili dell’elettronica che apprezzo. 

Con il Portogallo, in particolare, il primo contatto fu attraverso un film. Alla Rivoluzione sulla due cavalli. Storia di tre amici che partono da Parigi sulla mitica macchina Citroen e, attraversando la Spagna franchista, arrivano nel Portogallo della Rivoluzione dei garofani. Giunti pieni d’entusiasmo a Lisbona, si accodano a un gruppo di manifestanti che sventolano bandiere rosse. In realtà il corteo era composto da tifosi del Benfica diretti allo stadio.


Nell’adolescenza poi fu il momento delle letture di Tabucchi e Saramago. Degli elogi a Figo e Rui Costa. Dei cori per Fernando Couto. Io che da tifoso laziale atipico allo stadio spesso mi sentivo a disagio con molti dei cori biancocelesti. La canzone dedicata al difensore portoghese sulle note della “Famiglia Adams” era l’unica filastrocca nera che mi concedevo in curva.

Il Portogallo poi con il tempo si è allontanato dalle mie passioni. Nel calcio, dalla discesa in campo di Cristiano Ronaldo, le mie simpatie per il futbol lusitano sono crollate. Mourinho ha fatto il resto. La passione per la lingua portoghese mi si è strozzata in bocca, inerme nei confronti delle sue cugine romanze che mi hanno conquistato.

Ieri sera, dopo molto tempo, mi è tornata alla mente una parte di quell’infatuazione giovanile portoghese. Mi sono ricordato quel mantra liquoroso “Benfica è merda” guardando distrattamente la sfida di Champions League tra Barcellona e la squadra rossa di Lisbona. La partita è stata archiviata con un pareggio. La notizia più rilevante del match è stato l’infortunio di Leo Messi.

Ma al ’94 succede qualcosa che mi riporta indietro di due anni nella stazione della metro di Oporto. Sui piedi di Cardozo arriva il pallone della vita. Un minuto allo scadere. Una vittoria avrebbe regalato il passaggio del turno alla squadra di Lisbona. Il pallone della vita. Il racconto da conservare per nipoti e figli. Lo scoccare del ’95. Un finale che si potrebbe trasformare nella copia portoghese di un film hollywoodiano. Un Klose lusitano, un Aguero dell’Atlantico osannato in tutte le lingue, un Grosso in piccolo. Con tutta la letteratura che accompagna le imprese allo scadere. Una rovesciata di Pelè ad un soffio dalla Fuga per la vittoriaIl rigore parato all'ultimo infame secondo da Stallone sullo stesso campo.

Cardozo da eroe cinematografico di un film trionfante diventa la controfigura di un b-movie all’italiana. Perso in un finale trash al gusto di mortadella, come il cugino brasiliano Julio Baptista. Inciampa nella replica del peggior spaghetti western de noantri. Da postini pronti per la consegna della vita a reietti che non se devono fa più vede dalle parti di Lisbona e di Roma.


La potenza del calcio è anche questa. Lontano è il 1961 quando il Benfica riuscì a imporsi in finale di Coppa dei Campioni contro i catalani. Lontani sono i ricordi dei racconti su Eusebio. Se oggi, a sei anni di distanza da quando misi per la prima volta piede in Portogallo, mi ritrovo a parlare un buon catalano, mentre le mie conoscenze di portoghese sono ridicole, la colpa è anche degli interpreti di questo gioco.

Se fosse entrato quel pallone, poi tirato alto sopra la traversa da Maxi Pereira, forse domani avrei ripreso armi e bagagli e mi sarei rituffato con entusiasmo nella traduzione di una canzone di fado.

Ma all’ultimo secondo, capendo che gli Dei del calcio hanno scelto altre terre su cui governare, ho ripetuto in silenzio la profezia di quel pazzo visionario: “Benfica è merda!”.

giovedì 29 novembre 2012

113 anni di Barcellona


113 di Barcellona. 113 di Calcio. Da un annuncio sul giornale al tiki taka. Hans-Max Gamper è uno svizzero, capitano del Basilea. A 21 anni arriva a Barcellona e se ne innamora. Cambia il proprio nome in Joan Gamper e pubblica sul giornale “Los Deportes” una chiamata agli scarpini per chiunque voglia giocare a calcio. Rispondono in 11: destino dei numeri. Il 29 novembre 1889 fondano il Futbol Club Barcelona. Sono sei catalani, tre inglesi due svizzeri e un tedesco. Sembra una barzelletta. Diventerà leggenda.

La maglia ha gli stessi colori del Basilea di Gamper: azzurro e granata, blaugrana. L’8 dicembre di quello stesso anno il neonato Barcellona disputa la prima partita contro gli inglesi residenti in città, che vinsero per  uno a zero. 113 anni di gloriosa storia iniziati con una sconfitta. Il primo Clasico contro il Real Madrid è del 1902, semifinale di Copa del Rey, vinta dai blaugrana per 3-1.

Da quel lontano 1899 il bottino conquistato sul campo è variopinto: 21 Campionati di Liga, 26 Coppe del Re, 10 Supercoppe di Spagna, 4 Champions League ( una nel ’91 contro la Samp quando ancora si chiamava Coppa Campioni), 4 Coppe delle Coppe,  3 Coppe delle Fiere,  4 Supercoppe Uefe, 2 Mondiali per club, 2 effimere Coppe della Liga,  6 romantici Campionati di Catalunya (tra il 1905-1916) e 4 lunatiche Coppe dei Pireni (sempre tra il 1905-1916).

Trofei e record conquistati da soldati di quello che lo scrittore Montalban ha definito l’esercito senza armi della Catalogna.

Una storia di giocatori farcita di letteratura.

Paulino Alcantara, di origini filippine, debutta a 15 anni in prima squadra, si dice di lui che in una partita tra Francia e Spagna del 1922 finita 0-4 abbia spaccato la rete con un tiro di destro da fuori aerea.
Luisito Suarez, primo Pallone d’Oro del Barcellona nel 1960 e unico spagnolo ad aver vinto il prestigioso premio individuale; Di Stefano lo definiva “El Arquitecto”.
Zamora, portiere “unico”. Galeano lo dipinge così: ”Era il terrore degli attaccanti. Se lo guardavano negli occhi erano perduti: con Zamora in porta, lo specchio si rimpiccioliva e i pali si allontanavano fino a perdersi di vista. Lo chiamavano El Divino. Per vent’anni fu il miglior portiere del mondo. Gli piaceva il cognac e fumava tre pacchetti di sigarette al giorno e qualche sigaro”.
Kubala, terzo marcatore di tutti i tempi della storia del Barcellona dopo Messi e Cesar Rodriguez, il Di Stefano blaugrana; per Montalban: “Kubala ci ha insegnato a vedere il calcio come uno successione di momenti magici”; il popolare cantautore catalano Joan Manuel Serrat gli ha persino dedicato una canzone.

Samitier, raccontato ancora da Galeano:A sedici anni Samitier debuttò in prima divisione. Nel 1918 firmò con il Barcellona in cambio di un orologio col quadrante luminoso, che era una cosa mai vista, e di un vestito col panciotto (…) Samitier, attaccante dal tiro al fulmicotone, spiccava per l’astuzia, il dominio del pallone, l’assoluta mancanza di rispetto delle regole delle logica e l’olimpico disprezzo per le frontiere dello spazio e del tempo”.

Kocsis “Cabeza de Oro”, che finisce per dare nome a un criminale nel romanzo italiano “54” del collettivo italiano Wu Ming.
Il portiere Urruti e il grido di amore del telecronista Joaquim Maria Puyal, dopo un rigore parato che regala la vittoria matematica della Liga '83-'84 (Urruti t’estimo; Urruti ti amo).
Cruijff, soprannominato da Gianni Brera il Pelè biancoMaradona tra prodezze e follieGuardiola, lo slalom di Ronaldo, il reietto SchusterRivaldo e la cilena che all'ultimo minuto di un sofferto match contro il Valencia regala al Barcellona il quarto posto nella Liga e la qualificazione alla Champions League.

E poi ancora RomarioRonaldhino, l'accoglienza con buffet a base di porchetta, al Camp Nou, per il traditore FigoMessi e il suo primo contratto firmato su un fazzoletto di carta.

Partite come battaglie.

Vittorie indimenticabili: il 5-1 inflitto al Milan negli ottavi di finale di Coppa Campioni del 1959 ( tre gol di Kubala), l'uno a zero su punizione di Koeman ai tempi supplementari nella prima finale della Coppa dei Campioni vinta dal Barcellona contro la Sampdoria di Mancini e Vialli, il pareggio all'ultimo secondo di Iniesta a Stamford Bridge contro il Chelsea che regala ai blaugrana l'accesso alla finale di Champions, il 5-0 del calcio totale di Cruijff a casa del Real Madrid nel 1974, il 5-0 al Camp Nou sempre contro i rivali storici della Casa Blanca nel 1994 (questa volta con Cruijff allenatore e con un divino Romario in campo), successi storici nel Clasico, questi ultimiseguiti nell'era moderna da un 2-6 al Santiago Bernabeu e da un 5-0 al Camp Nou (la manita).

Ma anche amare sconfitte: il 3-2 a Berna nella finale di Coppa dei Campioni del '61 contro il Benfica, il 4-0 ad Atene contro un fantastico Milan di Sacchi nella finale della Coppa Campioni nel 1994, la rivincita delle merengues  al Bernabeu del 1995 che dopo averne incassati cinque la stagione precedente al Camp Nou ricambiano il regalo ( tre gol di Zamorano, uno di Luis Enrique e uno di Amavisca).

Dai tulipani al tiki taka.

Un progetto vincente che si è sviluppato; negli ultimi anni; intorno al vivaio giovanile, la cantera. Pochi giorni fa contro il Levante il Barcellona ha battuto un altro record schierando in campo 11 giocatori provenienti dal settore giovanile. Un successo di marca catalano perfezionato dale conoscenze importate dalla cultura calcistica olandese. La Masia, comprata dal club nel 1966, è trasformata in residenza per i giocatori delle giovanili solamente nel 1979. Lo zampino oranj nel decennio successivo ancora coglie i suoi frutti nelle vittorie blaugrana odierne.

Un estratto da Selvaggi e sentimentali di Javier Marias, fervente sostenitore del Real Madrid, è un simpatico esempio di come in quegli anni l’Olanda fosse di casa in Catalogna: La formazione di questo extra-club, tradizionale emblema del nazionalismo catalano recita così: Hesp (olandese), Bogarde (olandese), De Boer I (olandese), Giovanni (brasiliano), Reiziger (olandese); De Boer II (olandese), Rivaldo (brasiliano), Cocu (olandese), Zenden (olandese); Anderson (brasiliano) e Kluivert (olandese). In panchina potrebbero esserci Baia (portoghese), Pellegrino (argentino), Figo (portoghese), Amunike (nigeriano) e, se insistete, Sergi e Guardiola ( spagnoli o catalani, come preferite, non cominciate a fare storie per delle righe o delle barre, comunque rosso-gialle). Tra i titolari avremmo otto olandesi e tre brasiliani, e dei primi -la maggioranza- provenienti dallo stesso club, l’Ajax. Ci sarebbe da ricordare che da lì è venuto anche l’allenatore Van Gaal (olandese), e che il suo aiutante è Koeman (olandese). Se Cruijff fosse il presidente dell’entità forse il Barça finirebbe per giocare nella Liga dei Paesi Bassi.

Da quei semi di tulipano piantati negli anni '70 e trattati con cura nel ventennio successivo germoglierà il sistema blaugrana di calcio moderno.

Amato e odiato. Perdente e vittorioso. Romantico, spavaldo, umile, criticato e osannato. In 113 anni di storia il Barcellona è stato centro di gravità permanente della società catalana e motivo di ammirazione per appassionati di tutto il mondo. In tre parole, estrapolate dal discorso di insediamento alla presidenza di Narcis de Carreras del 1968 e immortalate sugli spalti del Camp Nou: “Més que un club”. Più di una squarda.  

lunedì 8 ottobre 2012

Il solito


Il classico. Emozioni che rotolano su un campo verde. Il solito. Barcellona-Real Madrid non smette mai di regalarci emozioni forti. Un miliardo di anime calcistiche in cerca di bel gioco emigrano simultaneamente nell’oasi futbolistica spagnola. Per novanta minuti la crisi è riposta nel dimenticatoio mentre arbitri, giocatori e spalti sostituiscono banchieri, partiti e parlamenti.

A fronte del clasico il derby di Milano diventa una partita tra scapoli e ammogliati. Impossibile che Sky non lo trasmetta in Italia. Con tutti i soldi che riceve dai clienti, riassume in una profonda analisi un utente del cinguettio più assordante del ventunesimo millennio, che si firma Emi_bar. Concludendo filosoficamente: “però te fanno vedè Cittadella-Gubbio”.

L’inadeguatezza dei canali sportivi italiani è quindi dribblata, da noi amanti del bel gioco, con un fulminante doppio passo informatico.

Le indiscrezioni riguardanti la coreografia si rivelano esatte. Novantotto mila tasselli colorati tinteggiano il Camp Nou disegnando un’immensa senyera, la bandiera catalana, mentre il pubblico intona le note dell’inno barcellonista “Tot el camp, és un clam, som la gent blaugrana”..."Una bandera ens agermana". Una bandiera ci rende fratelli. Anche se sarebbe meglio dire "due" in questo caso: quella del Barcellona e quella catalana. 

Il colpo di scena è al minuto 17 e 14 secondi, che ricorda il 1714, data della conquista spagnola e della derrota della Catalogna. Dagli spalti si alza un coro unanime :“Indipendencia”.

L’effetto è impressionante. Lo stadio è trasformato in teatro, spazio pubblico dove va in scena l’epica battaglia.

Nelle parole del grande scrittore catalano Manuel Vázquez Montalbán “Il Barça è l’esercito disarmato della Catalogna” e agli occhi di molti tifosi blaugrana il Real di Mourinho non solo rappresenta la tanto odiata corona spagnola, ma un esercito rivale, formato da mercenari provenienti da tutto il mondo e guidati da un reietto traduttore portoghese che quando assisteva Bobby Robson alla guida della compagine catalana gridava: “ Hoy, mañana y siempre con el Barça en el corazon”. Alto tradimento.

Quale migliora occasione, dopo la diada dell’undici settembre e il milione di manifestanti in piazza, per reclamare un sentimento largamente condiviso e guadagnare visibilità nel mondo intero.


Ma la partita si gioca sul campo. Abbandonati i convenevoli di benvingut, i veri protagonisti guadagnano la scena. Il Barcellona schiera un’inedita linea difensiva con Adriano e Mascherano come centrali, non disponendo degli infortunati Puyol e Piqué. Mourinho fa fruttare i quarantadue milioni di euro spesi quest'estate lasciando Modrić in panchina. Oltre al croato il Real ha caldamente accomodati nel ruolo di riserve: Essien, Kakà, Higuain. Delle seconde linee che farebbero gola a sceicchi ed oligarchi di entrambi gli emisferi calcistici.

La partita inizia come un Classico. Solito palleggio rapido e calibrato del Barcellona e le merengues  che attendono compatte e ordinate, pronte a colpire con improvvisi contropiedi.

La situazione si sblocca al ventesimo del primo tempo. L’azione parte da un cambio di campo illuminante di Xabi Alonso. Özilavendo una lunga storia d’amore con l’oggetto in arrivo, stoppa deliziosamente. Il risultato delle sue carezze sarà un amplesso multiplo: Di Maria, nuovamente Özil, Marcelo, tacco per Khedira, Benzema, protezione del pallone da attaccante di razza e sorti della sfera deposte nei piedi di Ronaldo che la destina alle spalle di un impotente Valdes. Un’azione alla Barça. Zero ad uno.

Calma. Calma. Calma Il gesto del portoghese ammutolisce il Camp Nou. A peggiorare la scricchiolante struttura culè, ferita nell'orgoglio, ci pensa Dani Alves che esce per infortunio al ventottesimo. Entra Montoya. La difesa del Barcellona ora sembra una scolaresca invitata alla prima di Shining.

Ma gli ingranaggi dell'Arancia Meccanica di Tito Vilanova si rimettono presto in ordine. Classica incursione centrale dell’orchestra guidata da Xavi e Iniesta. Palla larga verso l’esterno a Pedro, un cross deviato due volte e una scomposta elevazione di Pepe. Un guizzo di Messi a tu per tu con Casillas. Pareggio.

Il secondo tempo parte con l’acceleratore. Scambi vertiginosi, classici duelli, duri contrasti e un rigore reclamato per parte. Poi al sessantesimo una Pulce argentina, catalana d'adozione, erede del genio di Dalì, con una pennellata estesa, disegna un baffo ricurvo, una traiettoria surrealista, che finisce sotto il sette inutilmente protetto da un Casillas in caduta libera.

Esplosione di gioia. Esultanza incontenibile. Di questo parlava poco settimane fa Sandro Rosell, presidente del Barcellona. I nostri ad ogni gol gioiscono sempre. Non come altri. Riferito al tanto odiato Cristiano Ronaldo, nemesi di Messi.

Destino vuole che sotto gli occhi dei centomila tifosi blaugrana segni un’altra volta il portoghese. Cristiano 2, Lionel 2. Freddezza di un cecchino professionista e genio di un bambino spensierato. Due facce della stessa medaglia.

Le speranze catalane di una clamoroso finale si fermano prima contro una monarchica traversa, che si oppone alla maestria indipendentista del tikitaka e al tiro del giovane Montoya, e successivamente muoiono sul fondo, al lato del reale Casillas, soffocate nel fiatone di un Pedro troppo stanco per concludere lucidamente.

Pareggio. Un risultato che in situazioni di classifica differenti avrebbe giovato al Madrid, ospite nella bolgia del Camp Nou, ma che di fatto lascia invariata un'impietosa classifica che vede Mourinho ed i suoi inseguire le mire monopoliste blaugrana a meno otto punti.

Un pareggio più netto per i Messisti e Cr7isti che continueranno senza sosta il loro scontro di religioni, di visioni opposte del mondo del Calcio e di infinite diatribe citando doppi passi, palloni d'oro e tagli di capelli. Io nel mio relativismo continuo ad apprezzare e ad amare i gregari ed i rifinitori oscuri: Xabi Alonso, Özil, Xavi, Iniesta e Busquets.

Una vittoria simbolica per gli indipendentisti. Un pareggio amaro per Mou e un pareggio felice per Tito Vilanova. Una vittoria per gli amanti del bel gioco. Un Classico mai al di sotto delle aspettative. Un Classico inedito, per l'assenza di strascichi polemici, risse da bar e accanimento verso l'arbitro. Un Classico da godersi sugli spalti e nel campo. Il solito. Ma ogni volta sempre migliore di quello precedente...


lunedì 17 settembre 2012

Un lunedì da cialtroni: esultanze, ammonizioni e yogurt

Rubrica che sintetizza rapidamente, alla nobile maniera delle chiacchere da bar, il calcio giocato e parlato nel fine settimana appena trascorso:


  • Mio padre, romanista, dopo la vittoria dell’Atalanta a San Siro: "Con questo risultato, il successo della Lazio a Bergamo acquista più valore". La mania giornalistica di revisionare i risultati a posteriori ha contagiato anche lui. 
  • Al terzo gol del Bologna ero fuori casa. Un mio amico mi dà la notizia grazie all'aggiornamento internet sul cellulare. Una smorfia del tifoso romanista allo stadio, in tempo reale, si trasforma in un sorriso, in differita, a chilometri di distanza. La forza della tecnologia.
  • Con l’abbandono di Ibra il Milan sembra trovarsi in una situazione di crisi simile a quella vissuta dall’Inter post-Mourinho, senza però essere stata, nell’ultimo ciclo, vincente come la sua rivale. 
  • Il problema dell’Inter era non aver cambiato nulla dopo l’addio del portoghese. Sarebbero dovuti arrivare Kuyt e Mascherano. Arrivò solo Benitez che, tra l'altro, si ritrovò con lo stesso organico mourninhano. Il problema del Milan, al contrario, è di aver effettuato una rivoluzione a metà. Preso coraggio, partiti i fuoriclasse della rosa, i nuovi rinforzi sono solamente delle controfigure. Meglio sarebbe stato inserire attori emergenti e vivere un anno di purgatorio serenamente, puntando al futuro. Erano proprio indispensabili Pazzini e Bojan?
  • Contro il Chievo Verona due gol molto belli di Hernanes, che ha però diversi problemi nell'esultare. Al primo gol, il difensore avversario Sardo protesta animosamente rincorrendolo e facendogli notare che avrebbe dovuto fermare l'azione perché Mauri era a terra. Al terzo gol, invece, il brasiliano è braccato dai compagni di squadra Cana e Candreva che vogliono festeggiare abbracciandolo. Hernanes si libera con forza, li scansa quasi prepotentemente, perché gli impediscono di eseguire la sua classica esultanza con annesso salto in aria. Tra arbitri, avversari e compagni non si può più esultare in santa pace.
  • All’Olimpico Lamela sigla il momentaneo 2-0 per la Roma. I giocatori del Bologna protestano perché un loro compagno era a terra durante l’esecuzione del tiro dell’argentino. Colpevole non è Lamela, che giustamente finalizza l’azione (come Hernanes a Verona), ma gli avversari che quasi si fermano,convinti che l’attaccante giallorosso avrebbe stoppato l’azione.

  • Mettere palla fuori perché un avversario o un proprio compagno si trova a terra è una brutta abitudine mascherata da fair play. Molte persone approfittandone chiamano “esperienza” il rotolarsi doloranti sul terreno di gioco, guadagnando tempo e facendo fermare l’azione. Giocassero a rugby si rialzerebbero dopo un secondo. In quello sport sembra che la stessa pratica la chiamino “debolezza”. Punti di vista.

  • A Genova Immobile viene ammonito inspiegabilmente dopo aver siglato il vantaggio sulla Juve. L’attaccante genoano era andato ad esultare sotto gli spalti dei propri tifosi. Colpevole di aver condiviso con il proprio pubblico la gioia del golAncora più incredibile in Germania: nello scontro tra Hannover 96 e Werder Brema, Huszti segna in rovesciata al novantatreesimo il gol del 3-2 che chiude la partita all'ultimo respiro. Orgasmo del calcio. Sogni di bambino che si realizzano. Il premio? Un’espulsione per somma di ammonizioni istantanea: la prima per essersi tolto la maglietta, la seconda per essersi arrampicato sulla gradinata della propria tifoseria. 


  • Questo è il calcio che sogniamo? Un fiume di ammonizioni per esultanze, gioie e gol? Mi ricordo anni fa che Messi fu multato per aver mostrato una scritta di ringraziamento alla propria mamma, sotto la maglietta da gioco. La Fifa e le varie Leghe non perdono occasione per parlare di fair play, del rispetto, della gioia di giocare a calcio ma allo stesso tempo continuano a reprimere azioni che sono vitalità per questo sport. Sbaglio o la pubblicità della “Seria A Tim” mostra dei bambini che giocano a calcio, sorridono, corrono ed esultano in maniera gioiosa dopo un gol? Alcuni levandosi addirittura la maglietta? Perché allora continuare ad ammonire ed espellere goffamente dei giocatori che sono rimasti solamente dei bambini felici? Come sempre i Palazzi predicano bene e razzolano male.
  • Nella giornata appena conclusa erano due i derby ospitati da capitali europee. A Londra si giocava Qpr-Chelsea, finita 0-0. La nuova squadra di Julio Cesar ha fermato la squadra di Di Matteo nel primo pareggio stagionale in Premier League dopo tre vittorie consecutive. Il Chelsea rimane comunque primo a dieci punti, seguito dalla United a nove. Il Qpr naviga ancora in bassa classifica; solo due punti in quattro partite, come il deludente Liverpool di Suarez e Borini. 
  • A Madrid, invece, era di scena il “derby povero” tra Atletico e Rayo Vallecano, finito in goleada: 4-3 per gli uomini di Simeone. Anche il Barcellona ne fa quattro in trasferta contro il Getafe e consolida ancora di più il primato; quattro partite e punteggio pieno, seguito in vetta dal Malaga a due distanze. Incredibile sconfitta del Real contro il Sevilla per uno a zero. Adesso le merengues sono a meno otto dai catalani.
  • I giornali spagnoli pro-Casa blanca esorcizzano i passi falsi, ricordando che l’ultima volta che il Real era partito così male in Liga finì vincendo la nona Champions League. Vedremo martedì contro il City di Mancini come inizierà la stagione europea per Mourinho e se le profezie giornalistiche si avvereranno.
  • Facendo zapping tra le varie partite, cambio su “Diretta gol”. Trevisani è il telecronista di Genoa-Juve. Immobile si mangia clamorosamente un gol davanti Buffon scatenando più commenti:” Immobile ci ha messo quaranta minuti prima di tirare”,“ Incredibile che un giocatore fortissimo come lui nell’uno contro uno si possa divorare una chiara occasione da gol uno contro zero”. Ormai molte telecronache hanno raggiunto il livello di discussione da bar tra amici. Molti opinionisti cercando nuovi gerghi, innovazioni linguistiche e sintattiche fanno rimpiangere sempre di più la sobrietà dei fasti delle epoche telecronistiche passate. Una volta, addirittura, ho sentito un commentatore sentenziare, dopo una goffa azione:“Male male”. Un tormentone dello slang calcistico da spogliatoio che oramai ha invaso le strade e le piazze delle parlate giovanili. Questo è ciò che ci meritiamo dalla modernizzazione del calcio? Un pensiero personale, con parole non mie: “Male male!”.



  • Già diventato tormentone di internet il video degli spot nipponici di Nagatomo. Esilarante il modo in cui il terzino dell’Inter si cala in un ambiente da “manga liceale”. L’effetto pubblicità da yogurt ha già maturato i suoi tardivi frutti con Ferrara (testimonial Danone qualche anno fa), che con la Sampdoria ha centrato la sua terza vittoria consecutiva. Fermenterà allo stesso modo la classifica dell’Inter? I tifosi ci sperano, l’unica differenza è nella data di scadenza dello yogurt di Nagatomo, compagni e Stramaccioni. Sulla loro di confezione è scritto a lettere cubitali: da consumarsi il prima possibile.


venerdì 31 agosto 2012

Miglior giocatore d'Europa?




La corona del principato del calcio europeo è proprietà di Andrés Iniesta. Il centrocampista spagnolo vince il premio come miglior calciatore d’Europa, con 19 voti; staccando di due misure Messi e Ronaldo, fermi entrambi a 17.

La delegazione spagnola, rappresentata da Marca (vicina al Real Madrid), ha votato per Cristiano Ronaldo, anche se in passato si era lamentata, a titoli cubitali, per il fatto che il Pallone d’Oro non sia mai stato assegnato ad uno spagnolo (chiara polemica anti-Messi).

Iniesta, a mio avviso, è il calciatore più forte del mondo, in questo periodo. Aver vinto un mondiale, due europei e tre Champions League da protagonista (solo per citare i trofei più prestigiosi) gli permette di avere un  “minimo” vantaggio su Ronaldo e Messi, ancora a secco nelle grandi competizioni con le loro nazionali.

Le doti del centrocampista blaugrana oltrepassano, inoltre, i confini del campo: non fa differenza essere madridisti, barcellonisti, spagnoli, catalani, patteggiatori di Messi o di Ronaldo, tifosi dell’Espanyol o semplici appassionati di calcio; tutti si trovano d’accordo sul valore e sui meriti di Iniesta.

Quando dedicò il gol vittoria del mondiale al suo amico Daniel Jarque, giocatore dell'Espanyol, scomparso nel 2009, fece emozionare tutta la penisola iberica, senza distinzioni.

Nel 2011 in una partita amichevole della Spagna contro la Colombia al Bernaebu, tutto lo stadio si alzò in piedi ad applaudire il barcellonista Andrés. Gesti che valgono più di molti trofei e riconoscimenti ufficiali.


Persino le truppe integraliste di tifosi amanti della Pulce e di Cr7 firmano un armistizio calcistico ogniqualvolta si parli del centrocampista spagnolo. Messi è più forte di Ronaldo. No. Ronaldo è più forte di Messi. Ma Iniesta rimane Iniesta. Gareggia contro se stesso. Nessuno lo critica, tutti lo amano. Solo la Fifa, troppo indaffarata tra tangos di Rosario e fados di Funchal, si era dimenticata di questo fenomeno.

A Monaco, finalmente, i delegati hanno rivolto lo sguardo oltre l’eterno conflitto tra l’argentino ed il portoghese e si sono accorti della presenza di questo mago del pallone.

Il problema, ora, sorge nell’analizzare la validità di questo premio: miglior giocatore d’Europa oggi si traduce in “Pallone d’Oro”, vista la scarsa presenza di giocatori fuori dal Vecchio Continente che possano minimamente pensare di entrare a far parte dei migliori undici giocatori del mondo.

Vero è che le votazioni per il Pallone d’Oro sono più complesse.

Ma il dubbio rimane e la domanda sorge spontanea: se si sono uniti da poco, dopo anni di polemiche, i premi del Pallone d’Oro e del Fifa World Player, a cosa serve il riconoscimento per il miglior giocatore d’Europa?

Il baraccone della Fifa ogni giorno ne inventa una. Speriamo almeno che, a Gennaio, non deluda le nostre aspettative e riesca finalmente ad assegnare “el Balón de oro” al meritevole Andrés. Altrimenti questo premio non sarà valso niente.

Niente negli annali o nelle statistiche, tanto nei sentimenti. Perché per noi Iniesta non ha vinto un Pallone d'Oro. Ne ha già vinti molti.

domenica 26 agosto 2012

L'antipasto è servito.


"Facciamo un antipastino"
L’antipasto a tavola serve a saziare il giusto, a far venire l’acquolina in bocca, ad occupare lo spaziotempo che, altrimenti, sarebbe monopolizzato da molliche di pane e grissini.

Allo stesso modo, nella tavola quadrata, ricoperta da un panno color verde prato e da carta di giornali sportivi capitolini, piemontesi e meneghini esperti in notizie fasulle, l’antipasto non deve mai eccedere la portata principale che è quella del calcio giocato. Del campionato di Seria A.


Il mio personale buffet è servito in Catalogna, terra di autonomia, fútbol e turisti italiani caciaroni.
Le Olimpiadi sono agli sgoccioli e l’argomento medaglie, da queste parti, scotta. Catalogna, Paesi Baschi e Galicia rivendicano il proprio bottino.

I giornali spagnoli riscoprono sport dimenticati: taekwondo, canoa e balletti sincronizzati al cloro. Quantomeno, però, regalano ad atleti, fino a ieri sconosciuti, il privilegio della prima pagina, che nell’era d’internet conta quasi quanto una medaglia d’oro.

I giornali sportivi italici, al contrario, ripongono le fatiche, i successi e le delusioni olimpiche a fondo pagina, lasciando i titoli principali alle conferenze stampa di Mazzarri, alle sfuriate degli Agnelli, ai pensieri di Leonardo e alle finte notizie di calciomercato.
La cerimonia di chiusura delle Olimpiadi decreta la fine dell’antidolorifico a cinque cerchi. Quando comincia il campionato?

Nell’ esaltazione della potenza britannica, monarchica e, come da poco ricordato dall’Ecuador, colonialista, assistiamo al trionfo delle contraddizioni del mondo moderno. Sudditi, capi di stato e imprenditori a dare il loro omaggio alla corona e al business. L’inno della Grecia, suonato obbligatoriamente secondo copione, e la premiazione del vincitore della maratona maschile, di nazionalità ugandese, ci ricordano che da domani non ci sarà alzabandiera o cerimonia  a premiare i deboli e le nazioni sul lastrico.

Le Spice Girls e i Madness ( One step beyond forse sarebbe stata più azzeccata di Our house) ci salutano. Un passo avanti. Gli Who ci danno l’arrivederci. Antipasto olimpico finito.
Olimpiadi finite: One step beyond
Cameriere: quando inizia il campionato?

Anche da quest’altra parte del Mediterraneo si riaccendono, di colpo, frizioni mai sopite. L’interminabile affare Modric. Song, nuovo acquisto del Barcellona, sesto di 10 fratelli e 17 sorelle. Novità di un mercato in crisi che anticipa la Liga e l'eterno confronto tra le due superpotenze calcistiche iberiche.

La prima conferenza stampa di Mourinho è attesa più di una sforbiciata di Rajoy. Molti aspettano al varco della prova iniziale il nuovo allenatore blaugrana. Tito Vilanova. El Tito. Come dicono da queste parti. Molti sì, ma altri. Perché qui nessuno ha mai messo in discussione la scelta della dirigenza catalana. Si segue un progetto. La scelta è stata scontata. Vilanova è uno di casa.

El Tito, dovrà avere la meglio contro El Dedo. Il dito infilato di prepotenza nel suo occhio, in uno degli infiniti scontri tra merengues e cules, da “The only one”, come si è da poco autosoprannominato Mourinho.

La Liga non inizia come l’anno precedente. 6 a 0 e 5 a 0 messi a segno dalle due pretendenti alla vittoria. Il Real si ferma al Bernabeu con un pareggio a mezz’aria, impattando con il Valencia, con Pepe e Casillas a terra. Due punti persi sono un'eternità.

Mou, Vilanova, El Dedo e "El hombre del bigote"
La sera è il turno del Barça. La vediamo al Bar Siviglia. Nome andaluso, spagnolo, covo di madridisti. Il proprietario ad ogni tapa, serve una battuta: “ Rilassati! Non vedi già tre ne avete fatti”, includendomi a mia insaputa, nella tifoseria blaugrana. Questo si chiama progetto. Altro che Bojan, Luis Enrique, cantere primaverili e adolescenti promettenti. Trovarsi una giovane catalana come ragazza, confondersi tra tifosi blaugrana ed il progetto è partito. Non servono milioni. Més que un club. Ad ogni cerveza, poiaggiunge: “Non ti preoccupare, tanto già è deciso quest’anno, hai visto contro il Valencia? Rigore negato a Di Maria”. 

Il giorno dopo, i commenti degli avventori dei bar del centro sono totalmente differenti: “Già avete iniziato, come al solito! Fuorigioco di Soldado inesistente!”. Tutti gridano al Villarato. Teoria complottista per la quale viene accusato Angel Maria Villar, presidente della Federazione spagnola, di favorire un equipo rispetto ad un altro nel corso del campionato. 

Cameriere: quando inizia la Serie A? Basta con questo antipasto catalano-madridista, cocida e butifarra

Almeno qui in Italia i complotti li analizziamo sinteticamente in : grandi contro piccole, Juve contro tutti. Il materiale abbonda, la fantasia fa il resto.

In Spagna la tiritera è: Barça contro Madrid. Madrid contro Barça. Le altre squadre sono persino escluse dalle chiacchere da bar e dalle teorie di complotti astrali.

Quando inizia questa dannata Serie A?

El Clasico, che vedrò tranquillamente spaparanzato in Italia, mi esime dal confronto faccia a faccia con baristi madridisti, affezionati blaugrana e Villarato di ogni genere. Ma non mi libera, ahimè, da una domanda ossessiva che, a prescindere dal risultato, dalla storia di ogni partita, dalle manita e dalle rivincite,  torna ciclicamente a corrodere le mie credenze calcistiche: "Ma il Pallone d'Oro a Iniesta quando glielo date?".

Prima di tornare nello stivale un assaggino della dieta italiana è servito proprio nella capitale catalana. Trofeo Gamper. Barcellona – Sampdoria. I blucerchiati qui li ricordano ancora come quelli degli anni novanta. Finalisti di Coppa Campioni proprio contro i blaugrana; rispediti a Genova a mani vuote da un gol su punizione di Koeman nei tempi supplementari.

I negozi di cianfrusaglie sono piene di placche con su scritto “ Qui vive un Sampdoriano”, oltre ai classici “Aqui viu un culé” ( Qui vive un culé, tifoso del Barça). Penso alla solidarietà tra città di porto, alle affinità linguistiche, a Cristoforo Colombo, genoano e catalano, ai luoghi comuni sull'avarizia che accomunano i due lidi.

Finché l’occhio non cade sul cimelio che scatena definitivamente la mia fame cieca e becera. “ Qui vive un lupacchiotto”. "Qui si esagera!" penso.

Bandiera catalana giallorossa
Portatemi a Roma. Rimpatriatemi. Devo soffrire anche qui? Dopo le simpatie per Zeman, le spillette e le magliette catalane giallorosse, che ho comprato con un sorriso sulla faccia e un sussulto al cuore, anche questo devo sopportare? Basta. Torno a Frascati. Ho bisogno del campionato. Della Lazio.

Una boccata d’aria serie-aistica si respira già prima di salire sull’ avion. “Ao so annato a vede er Campnò, me so fatto a foto. Hai visto si? Già quattro pappine ianno fatto questi al Real Sociedad. Te credo co qua pippa de Jose Angel stavano, porelli. Solo noi se la potevamo pia quella sola. Nartra mentalità er Barça. Artro che noi, questi già dall’Allievi so na macina. Artro che Jose Angel. Questi puntano tutto sulla cantina (cantera, ndr)”.

Sono quasi a casa, le chiacchere da bar sono linfa vitale. L’addio alla Catalogna, oltre che alla Spagna e al suo fútbol, è siglato, ideologicamente e linguisticamente, dal ragazzo che mi precede nella fila all’imbarco.

L’hostess lo saluta “Gracias”, lui risponde disinvolto “Pregos”. Sto tornando. Antipasto finito. Ora serviteci il campionato.

giovedì 26 gennaio 2012

Il ritorno della Coppa del Re: un classico italiano.

Lo scontro di Coppa Italia tra Napoli e Inter fa poca notizia nella nostra Repubblica calcistica. Liberi da ogni monarchia e corona, diventiamo per una settimana dei sudditi devoti allo spettacolo della Coppa del Re, quando a contendersi lo scettro del torneo sono Barcellona e Real Madrid.

In una nazione che di calcio si nutre sarebbe da sciocchi gustarsi la magia di una partita, ricca di storia ed emozioni che vanno oltre una vittoria e una sconfitta, senza nessun affanno e in piena tranquillità. Per questo, da veri partigiani che siamo, prendiamo ognuno le difese di una formazione o dell’altra.
Parlare del Barça o della Casa Blanca diventa come sfogarsi e sgolarsi in una delle più classiche discussioni tra romanisti e laziali, tra interisti e juventini al bar sotto casa. Ognuno con le sue lenti ed ognuno con il suo odio. Forse perché, ad oggi, il nostro calcio è sempre meno ricco di spunti e per questo cerchiamo conforto e passione in altri campionati.
Dieci anni fa forse ci saremmo accomodati comodi in poltrona pronti per goderci lo spettacolo. Cosa impossibile oggi, quando prendere le parti di Mou o di Guardiola, di Pepe o di Xavi è, in sintesi, una scelta se non di gusti, di una concezione di vita.
Lo Special one, a mio avviso, ha cambiato la concezione di questo scontro.
In Italia prima si poteva godere delle prodezze di Rivaldo o di Zidane allo stesso modo.
Fino a qualche anno fa addirittura, il tifoso medio, da una parte elogiava il grande gioco del Barcellona ma dall’altra sperava di incontrare una formazione che la contrastasse sul campo.
Molti di noi che oggi tifano blaugrana ciecamente, si schierarono dalla parte dell’Arsenal di Wenger quando, negli ottavi di finale della Champions dello scorso anno, i londinesi passarono in vantaggio al Camp Nou e solo grazie a una scellerata espulsione ai danni di Van Persie persero il biglietto per i quarti di finale. Altri tifarono il Chelsea di Ancelotti, schierato in campo con perfezione tattica, condannato da Iniesta all’ultimo minuto in una semifinale di due anni prima.
Poi è arrivata l’Inter di Mourinho. Ma è raro che in Italia si tifi per un’italiana, troppe faide interne e brutte storie nel nostro campionato. Così gran parte degli italiani quel giorno tifò per la "remuntada" catalana.
Il portoghese da nastro nascente col Porto era passato per un periodo nella terra delle buone maniere londinesi. La sua irriverenza e stravaganza erano ancora ben viste agli occhi di tutti gli amanti del Calcio. Il nuovo che si affacciava. Ma spesso, come accade nella nostra storia recente, è stata l’Italia che più di tutti lo ha influenzato, positivamente con le vittorie e negativamente nel carattere. Mourinho si è trasformato in Mourinho nei suoi anni italiani.
In un calcio malato come il nostro il portoghese si è ambientato a meraviglia, plasmando definitivamente la sua personalità di provocatore.
Gli interisti lo amano, gli altri, tutti, lo odiano. 
Trasferitosi in terra iberica, ha portato il suo nuovo credo nello spogliatoio madridista: noi contro tutti.
Le conferenze stampa, le provocazioni, la poco umiltà di fronte ai propri avversari ci hanno aiutato ancora di più ad amare il Barcellona.
Mourinho ci ha tolto quel poco di romanticismo che avevamo preservato con avidità. Quando sognavamo che la squadra più debole vincesse contro la corazzata. Il calcio è bello per questo, ci siamo sempre detti. Ora ad ogni Barcellona-Getafe, Barcellona- Rayo Vallecano speriamo tutti in una goleada. Grazie a Mourinho.
I pochi a suo favore ormai si contano sulle dita di una mano: qualche interista sentimentale e un mucchio di similamanti del calcio, anticonformisti a tutti i costi ( “Basta co sto Barcellona” “Dopatiladrisimulatori” “CristianoRonaldotiralemine !”)
Il ritorno di Coppa del Re era l’occasione buona per far ricredere i detrattori. Un passaggio del turno, aggiunto all’attuale situazione in campionato che vede il Real a +5 dal Barça, sarebbe bastato per le conferenze stampa dei prossimi quattro mesi.
Il portoghese ormai messo alle corde dagli stessi tifosi, dalla stampa che lo compara al comandante Schettino e da parte dello spogliatoio, sognava una fantomatica rivincita per calmare le acque.
Il madridismo si è stretto attorno alla squadra sperando nell'impresa. Dagli archivi storici è rispuntato il mito dell’ultimo due a zero in terra nemica,nella semifinale di Champions dell’annata 2001/2002, con gol di Zidane e MacManaman dopo un non positivo pareggio al Bernabeu per 1-1.
Si vociferava addirittura di un intervento del fantasista francese, trascinatore di quei galactitos, per motivare lo spogliatoio.
A vedere come scendono le due squadre in campo sembra che gli incoraggiamenti dell’ambiente madridista abbiano funzionato. Peccato che dopo dieci secondi dal fischio d’inizio davanti a Pinto ci si sia trovato, al posto di Zidane o Raul, el Pepita Higuain che spreca una ghiotta occasione. Piquè sembra convinto che in porta ci sia Valdes e lascia sfilare una palla lenta per colpa di una sistematica abitudine, che prevede la presenza del portiere titolare come primo giocatore ad impostare il gioco. Pinto che non è Valdes, ritarda l’uscita e Higuain ci ricorda grazie alla sua nonfreddezza perché l’Argentina di Messi non riesce ad affermarsi a livello mondiale.
Il Real Madrid ha venticinque minuti di buon ritmo, organizzazione discreta, rapide ripartenze, poca concretezza e un pizzico di sfortuna quando una sassata di Ozil si ferma contro l’incrocio dei pali.
Il ritmo è altissimo e il Barcellona perde Iniesta per un infortunio a centrocampo. Entra Pedro e Fabregas da finto centravanti retrocede nella mediana. Sarà proprio il nuovo entrato a siglare alla prima chiara occasione da rete il vantaggio dei blaugrana, dopo un’ottima giocata del solito Messi.
Cristiano Ronaldo nell’altra metà campo è l’emblema della sofferenza. Regala ai telespettatori delle sequenze video che ogni compagnia pubblicitaria di gel e non comprerebbe a peso d’oro.
Poco dopo allunga le distanze Dani Alves con un missile terra aria. Aggiunge un gol al tabellino e un balletto al repertorio in compagnia di Abidal.
Si va al riposo con la Casa Blanca tramortita. Il tutto fa pensare ad una partita chiusa e qualificazione in cassaforte. Ma il Real reagisce e stupisce. Un assist delizioso parte dal sinistro di Ozil per Cristiano Ronaldo che lascia sfilare il pallone e con un bel dribbling supera Pinto e accorcia il divario.
Neanche il tempo di metabolizzare che il Madrid trova il pareggio dopo una disattenzione di Piquè che rinvia maldestramente sulla testa di Callejon. Il pallone carambola sui piedi di Benzema, che supera splendidamente Puyol con un pallonetto e pareggia i conti.
Gli ultimi venti minuti sono carichi di tensione e il Camp Nou nel suo silenzio sembra quasi voglia scongiurare un incubo imminente.
Per loro fortuna ci sarà solo da annotare un’espulsione ai danni di Sergio Ramos.
La partita finisce 2-2 ed il Barcellona passa il turno.
Un bello scontro, di quelli veri che oggigiorno mancano in Italia. Anche se troppi sono gli interventi duri.
Da quando Mourinho è sulla panchina del Real ogni classico vede giocate strabilianti affiancate a botte da orbi. I blaugrana in questo marasma si sono adeguati andando spesso a cercare il fallo, ma il peccato originale è dei merengues, che spesso confondono la grinta con la cattiveria. Alcune entrate non si vedono nei nostri campi neanche in seconda categoria. Ogni fischio del direttore di gara ormai è un reclamo, una richiesta di giallo o un’indignazione tra entrambe le parti. Il tutto questo a scapito del buon gioco e di una tranquillità nel giudizio arbitrale.
Alcuni dicono che il Madrid ha dominato, ma se questo forse può essere vero riguardo alle chiare occasioni da rete, certo non lo è stato nella costruzione del gioco. La palla era sempre tra i piedi di Busquets, Messi e Xavi e il Real è stato bravo soprattutto a giocare di rimessa, grazie ad un Mesut Ozil illuminante.
Le accuse di arbitraggio scandaloso si rincorrono da Madrid alla Catalogna.
Dalle nostre parti, ci si dimentica di Inter-Napoli e delle polemiche annesse. Si prendono le difese di Pinto, si accusa Pepe di antisportività, si elogia Messi, si attacca Mourinho e si inalberano discorsi infiniti su falli, prestazioni, cantere, mentalità e arroganza. Il bel calcio è da molto tempo emigrato all’estero. Tra un caffè e l’altro ora anche le solite chiacchere da bar fanno le valigie verso altri lidi. Ma l’euforia e lo spirito di chi discute sono sempre gli stessi. Un classico.

venerdì 9 settembre 2011

El Clasico sul Camino. El futbol verso Santiago di Compostela.

Spoorts and Culture - El Clasico sul Camino. El futbol verso Santiago di Compostela

630 chilometri percorsi tra vesciche, doppi passi e religioni calcistiche.

Il cammino di Santiago è un concentrato sintetico di tutti gli aspetti della vita. Gente pazza, innamorata, nordica, disoccupata, benestante, atea o credente si mette in marcia a dei ritmi sconosciuti alla quotidianità.

Le sofferenze e le gioie si ampliano, i problemi si accantonano,le paure svaniscono o riemergono,i dubbi rimangono o si risolvono, si diventa tutti passanti, viaggiatori in un limbo sospeso tra civiltà conosciuta e nuovo mondo inesplorato.


Le persone cercano santi, Dei, ombre o feticci e le discussioni variano dai dolori muscolari alla natura terrena di Gesù, dalla geografia alla politica estera. Non è raro quindi ritrovarsi con un compagno di "sali e scendi" a conversare delle cose più astratte ma anche delle più semplici e terrene, calcio incluso, che universalmente è punto di contatto tra storie personali a volte totalmente diverse.

Tutto il mondo è un pallone che gira. Il calcio è religione. Sul cammino di Santiago non si può non parlare di calcio.

Visioni di santi e templari si alternano nei sogni alle giocate paradisiache di Messi, ai passaggi di Iniesta e alle sfuriate diaboliche di Mourinho.

La Spagna che è attraversata dal Cammino da est a ovest e da cima a fondo è anche questo:  tanto "futbol" ma soprattutto è “El Clasico”.

La mia iniziazione a questo evento che va oltre la pura rivalità sportiva procede a piccoli passi.

Il primo periodo del mio Cammino viaggio in compagnia di un gruppo consistente di persone, tra cui due ultrà casertani, uno della Fiorentina l’altro della Lazio, entrambi con tatuaggi e collanine che testimoniano la fede calcistica. Bizzarri a volte i cammini della vita.

Dopo qualche giorno di camminata tra piccoli villaggi e campagne arriviamo a Burgos. Apprendiamo da fonti vicine al mondo civilizzato che la sera si sarebbe giocata la partita amichevole Italia – Spagna. L’evento, insolito per la vita di un pellegrino, si presentava come un’ottima scusa per rompere la routine serale che prevede solitamente chiacchere a base di birra, frutta secca e vesciche. Il calcio per una notte allontanava le nostre pene di grandi camminatori.

Ci presentiamo al pub per vedere l’incontro in 61 persone così suddivise : 22 spagnoli (cifra che comprende a loro insaputa indipendentisti baschi e catalani) 20 italiani ,(tra cui un sudtirolese,che a stento parlava italiano, ma bestemmiava come un toscano inviperito e amava la Juve al pari della sua ragazza) 5 francesi, che per tutto il primo tempo hanno discusso dell’affaire Zidane – Materazzi con eccessi di liason e “r mosce”, 7 neutri , 3 ignari e 4 ubriaconi imbucati.

L’atmosfera era quella da finale mondiale, l’inno italiano credo l’abbiano sentito fino a Santiago. Per una serie di motivi mi sono ritrovato in silenzio e seduto mentre tutti gli altri cantavano l’inno abbracciati e a squarciagola. Un insieme di sentimenti che in quel momento mi allontanavano dal riconoscermi nel testo dell’inno d’Italia. Sarà stata la presenza al mio fianco del sudtirolese, che neanche conosceva l’indirizzo della sua via di casa, figurarsi l’inno di Mameli o le chiacchere con i molti compagni baschi e catalani o forse ancora l’atmosfera di internazionalismo respirata sul Cammino, fatto sta che sono rimasto seduto e muto. Non brindo all’Italia stasera,brindo a me stesso.

La partita è un mix di accenti, dialetti e idiomi : un basco con la maglietta dell’Inghilterra impreca contro Ramos, “polentoni” del Nord elogiano Cassano, padre e figlia di Bilbao tifano solo per Llorente, un’inglese tifoso del Liverpool maledice Aquilani e quando quest’ultimo segna e chiude la partita con un 2-1 -a mio avviso meritato dall'Italia ( non è d’accordo il giorno dopo il giornale “Marca” )- facciamo appena in tempo a correre verso l’ostello, rischiando di rimanere chiusi fuori.

Sul cammino si è in Spagna ma alle 10, massimo 11 di sera tutti sotto le coperte e silenzio assoluto, la mattina si marcia.
Rimango d’accordo con Daniel, tifoso madridista e intenditore di calcio, di fermarci la Domenica in un paese che abbia almeno un bar che proietti la finale di andata del “Clasico” di Super Coppa di Spagna ( nel Camino capita anche di fermarsi in villaggio in cui la massima attrazione turistica sia un alimentari ).

Da lì a tre giorni ci perdiamo facilmente, bastano due minuti o quattro chilometri in più al giorno per non rivedersi mai più sulla strada che porta a Santiago.
In quel periodo inizio a viaggiare con una berbero marocchina cresciuta in Germania. Nascondo ai suoi occhi la voglia sfrenata di assistere alla partita, ma poi quando le confesso i miei peccati mi rivela che anche lei è una gran frequentatrice di stadi a causa del lavoro del suo compagno,che in patria si occupa del marketing promozionale del Borussia Dortmund; così come unica clausola per la prossima tappa decidiamo che essenziale sarà la presenza di un bar con annesso teleschermo.

Arrivati a Carrion de Los Condes decidiamo di fermarci e troviamo alloggio in un istituto di suore. Gli orari di chiusura sono molto rigidi: la porta verrà chiusa alle 10. El Clasico inizierà alle 10. Bisogna elaborare un piano. Nel frattempo la berbera dà forfait alla visione per la stanchezza accumulata nella lunga camminata sotto il sole delle "Mesatas” spagnole e io non tardo ad accodarmi ad un gruppetto di tre catalani giovanissimi , sul Camino dopo aver terminato il liceo e in procinto di iscriversi all’università.

Due ragazze e un ragazzo. Capisco subito come la pensano e sfodero in trenta secondi tutto il mio misero repertorio di catalano, facendogli intendere che stasera sarò il quarto "culè "( come sono chiamati i tifosi del Barça ).

Le suore si rivelano adepte della scuola di pensiero di “Suor Paola” e ci dicono che avremmo potuto vedere tranquillamente tutto il primo tempo al Bar España di fronte all’istituto per bere in tranquillità. Per il secondo tempo ci avrebbero lasciato a disposizione la loro sala tv. El clasico religioso.

Andiamo molto presto al bar e ci dobbiamo sorbire tutte le previsioni del tempo e un mega servizio sull’arrivo del Papa a Madrid per la giornata mondiale della gioventù. Partono subito gli insulti alle gerarchie ecclesiastiche e ai tifosi del Real considerati da noi tutti dei Papa Boys.  La ragazza più bella è la più agguerrita. Conosce la formazione a memoria, conserva un odio viscerale verso tutto quello che è Madrid, Mourinho lo vorrebbe alla forca e mi dice convinta per introdurmi al clima del match : “Giulio, oggi bisogna essere sicuri ma cauti, stiamo andando a vedere la partita in Spagna, a casa loro, al Bar España, dobbiamo vincere” ; intendendo per Spagna la Castilla y Leon , regione nella quale ci trovavamo. Siam catalani in terra straniera.

La tensione è ai massimi livelli e quando Ozil mette a segno il primo gol le urla di gioia dei madridisti ci lasciano ammutoliti nel nostro angolo indipendentista blaugrana. Ai tre poveri ragazzi sembrava avessero strappato il diploma, rubato la carta d’identità e ucciso le nonne. La ragazza esce a fumare due volte consecutive e ogni volta che rientra nel bar il Barça firma un gol, 1-2. Situazione capovolta. La tifosa superstiziosa riesce altre tre o quattro volte per fumare, sperando in una goleada, ma per sua sfortuna non siamo a Napoli, dove queste cose funzionano veramente. Non sono le sue sigarette ma due tossine chiamate Iniesta e Messi a  indebolire i polmoni difensivi del Real intossicandoli con le loro giocate fumose.

Il gol di Xabi Alonso è una ninna nanna agrodolce, siamo nella stanza delle suore oramai e i catalani si limitano alle imprecazioni esclusivamente contro esseri naturali, lasciando le divinità al di fuori delle maledizioni . Vengono prese di mira le acconciature dei giocatori del Real e lo stile di Mourinho, anni luce distante dalla classe del Pep.

Il giorno dopo loro prendono l’auto e tagliano quasi cento chilometri di cammino per motivi di tempo. Se la ragazza ultrà mi avesse chiesto di seguirla al Camp Nou, tifare Barça, maledire a vita il Real, metter su una famiglia nell’entroterra catalano con i manifesti di Iniesta e Messi in cucina, in salone e nelle camerette dei futuri figli, avrei lasciato perdere il cammino e tutto il resto in Italia e l’avrei seguito senza batter ciglio. Per fortuna non è andata così.

Tre giorni dopo, causa lieve tendinite rallento un po’ e la gente che ero abituato a vedere mi passa avanti. Sei chilometri possono essere un’eternità. Mi fermo in un ostello decente e alle 10 sono già pronto a dormire. Fa un caldo pazzesco, il vichingo che dorme sotto di me nel letto a castello sta conquistando tutta la Scandinavia nel sonno a colpi di “russate” e il neozelandese che mi è accanto nei piani alti, che sembra il protagonista di “Stargate”,solo che ancora più goffo, è da un’ora che si gratta senza sosta per qualche strana infezioni che predilige le pelli dell’emisfero australe.

Alle 10 e 30 mi ricordo che è il giorno del ritorno della Supercoppa, mi alzo di fretta e scappo dall’albergue alla ricerca di un bar aperto. La partita fortunatamente iniziava alle undici di sera. Orari iberici.

Non sono l’unico pellegrino. Questa volta ci sono una ventina di camminatori rimasti in piedi per seguire le loro rispettive squadre. I madridisti sono in leggera maggioranza ma per questa occasione i tifosi blaugrana sono almeno una decina. Il match inizia ai tavoli del bar, birre offerte a giro, digestivi di cui non ricordo il nome e altre prelibatezze. Ci sono anche due italiani che stranamente  non hanno interessi per la partita. Preferiscono l’alcool, le ragazze, le messe in chiesa e le chiacchere. Si incontra veramente di tutto sul Camino. Un poeta, pellegrino contromano, li amava chiamare “Cattocomunisti”.

Alla mezzanotte sono già tutti ubriachi come il risultato altalenante. Un catalano di 40 anni in quindici minuti ha fumato più spinelli di quanti chilometri avesse camminato dall’inizio del Camino. Il risultato finale è di 3-2 per il Barça. Disperazione per i madridisti. Cervezas offerta dai vincitori . Premio miglior fumatore in campo va al catalano. Premio “Ubriaco d’oro” ad un ragazzo di Madrid, che il giorno dopo, causa “resaca alcolica” è costretto a prendere l’autobus.

Alle 2 e mezza siamo ancora fuori a fare baccano, si affacciano i poveri pellegrini della pensione di sopra, la padrona del bar ci invita ad andare a dormire. Solo in quel momento, non so come, scopriamo che uno dei più accaniti tifosi del Madrid era l’hospitalero dell’albergue municipale, che avrebbe dovuto chiudere le porte alle 10 in punto . Scatta l’ovazione generale e partono cori da stadio su "Can't take my eyes off you" in versione “Hospitalero…lalalalala…”.

Ultima giro di birra alla sua salute e poi al letto, almeno io, i catalani hanno continuato un’altra ora a far baldoria.

Il giorno dopo, con le facce tra il bianco e il blaugrana per aver dormito male ci salutiamo tutti, chi camminerà 50,chi 35, chi molto meno . Ognuno il suo cammino.
Intanto il calcio si fa da parte per un po’ finché in un bar leggendo “Marca” apprendo che la Liga spagnola entra in sciopero. Un saggio signore di Burgos, di professione critico, nel senso che non gli va bene niente, mi dice stizzito che la Spagna è vicina al tracollo, la disoccupazione tocca record storici, la classe politica è incapace, Madrid è occupata dal Papa e la situazione è veramente delle peggiori ma in pochi alzano la voce. Mentre se si ferma la Liga spagnola succede un disastro. Non togliere lo sport ai spagnoli. Tutto va a rotoli, ma il Barça ha vinto e son tutti contenti. Mi dice poi che gli spagnoli si interessano di sport, ma solo quando Nadal, la nazionale di calcio o Jorge Lorenzo vincono; quando perdono non se li fila nessuno.

Per dispiacere del mio anziano compagno la Liga riapre i battenti e le protagoniste del Clasico iniziano con due spettacolari 6 a 0 e 5 a 0. Un altro pianeta. Preludio di una lunga sfida anche quest’anno.
Il mio Camino sta per terminare e io vicino alla meta mi sento un fuoriclasse.

Arrivare a Santiago è stato come vincere il mio personale Pallone d’Oro. Sarò come Messi penserete. No. Messi ne ha vinti due di seguito (al momento di scrivere, oggi sono diventati tre, ndr). Nei miei progetti futuri non ho quello di rifare il Camino a breve. Chi mi conosce sa che sono come Ronaldo (il Fenomeno, non solo per i capelli ) , che ne ha vinti sì due, ma a distanza di cinque anni . Così nel aspettando di tornare sul Camino e di rivincere il mio secondo Pallone d’oro mi consolerò con tutti gli altri “Classici” che ci saranno di qui a cinque anni. 

Buen camino
.

Ciava