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lunedì 8 ottobre 2012

Il solito


Il classico. Emozioni che rotolano su un campo verde. Il solito. Barcellona-Real Madrid non smette mai di regalarci emozioni forti. Un miliardo di anime calcistiche in cerca di bel gioco emigrano simultaneamente nell’oasi futbolistica spagnola. Per novanta minuti la crisi è riposta nel dimenticatoio mentre arbitri, giocatori e spalti sostituiscono banchieri, partiti e parlamenti.

A fronte del clasico il derby di Milano diventa una partita tra scapoli e ammogliati. Impossibile che Sky non lo trasmetta in Italia. Con tutti i soldi che riceve dai clienti, riassume in una profonda analisi un utente del cinguettio più assordante del ventunesimo millennio, che si firma Emi_bar. Concludendo filosoficamente: “però te fanno vedè Cittadella-Gubbio”.

L’inadeguatezza dei canali sportivi italiani è quindi dribblata, da noi amanti del bel gioco, con un fulminante doppio passo informatico.

Le indiscrezioni riguardanti la coreografia si rivelano esatte. Novantotto mila tasselli colorati tinteggiano il Camp Nou disegnando un’immensa senyera, la bandiera catalana, mentre il pubblico intona le note dell’inno barcellonista “Tot el camp, és un clam, som la gent blaugrana”..."Una bandera ens agermana". Una bandiera ci rende fratelli. Anche se sarebbe meglio dire "due" in questo caso: quella del Barcellona e quella catalana. 

Il colpo di scena è al minuto 17 e 14 secondi, che ricorda il 1714, data della conquista spagnola e della derrota della Catalogna. Dagli spalti si alza un coro unanime :“Indipendencia”.

L’effetto è impressionante. Lo stadio è trasformato in teatro, spazio pubblico dove va in scena l’epica battaglia.

Nelle parole del grande scrittore catalano Manuel Vázquez Montalbán “Il Barça è l’esercito disarmato della Catalogna” e agli occhi di molti tifosi blaugrana il Real di Mourinho non solo rappresenta la tanto odiata corona spagnola, ma un esercito rivale, formato da mercenari provenienti da tutto il mondo e guidati da un reietto traduttore portoghese che quando assisteva Bobby Robson alla guida della compagine catalana gridava: “ Hoy, mañana y siempre con el Barça en el corazon”. Alto tradimento.

Quale migliora occasione, dopo la diada dell’undici settembre e il milione di manifestanti in piazza, per reclamare un sentimento largamente condiviso e guadagnare visibilità nel mondo intero.


Ma la partita si gioca sul campo. Abbandonati i convenevoli di benvingut, i veri protagonisti guadagnano la scena. Il Barcellona schiera un’inedita linea difensiva con Adriano e Mascherano come centrali, non disponendo degli infortunati Puyol e Piqué. Mourinho fa fruttare i quarantadue milioni di euro spesi quest'estate lasciando Modrić in panchina. Oltre al croato il Real ha caldamente accomodati nel ruolo di riserve: Essien, Kakà, Higuain. Delle seconde linee che farebbero gola a sceicchi ed oligarchi di entrambi gli emisferi calcistici.

La partita inizia come un Classico. Solito palleggio rapido e calibrato del Barcellona e le merengues  che attendono compatte e ordinate, pronte a colpire con improvvisi contropiedi.

La situazione si sblocca al ventesimo del primo tempo. L’azione parte da un cambio di campo illuminante di Xabi Alonso. Özilavendo una lunga storia d’amore con l’oggetto in arrivo, stoppa deliziosamente. Il risultato delle sue carezze sarà un amplesso multiplo: Di Maria, nuovamente Özil, Marcelo, tacco per Khedira, Benzema, protezione del pallone da attaccante di razza e sorti della sfera deposte nei piedi di Ronaldo che la destina alle spalle di un impotente Valdes. Un’azione alla Barça. Zero ad uno.

Calma. Calma. Calma Il gesto del portoghese ammutolisce il Camp Nou. A peggiorare la scricchiolante struttura culè, ferita nell'orgoglio, ci pensa Dani Alves che esce per infortunio al ventottesimo. Entra Montoya. La difesa del Barcellona ora sembra una scolaresca invitata alla prima di Shining.

Ma gli ingranaggi dell'Arancia Meccanica di Tito Vilanova si rimettono presto in ordine. Classica incursione centrale dell’orchestra guidata da Xavi e Iniesta. Palla larga verso l’esterno a Pedro, un cross deviato due volte e una scomposta elevazione di Pepe. Un guizzo di Messi a tu per tu con Casillas. Pareggio.

Il secondo tempo parte con l’acceleratore. Scambi vertiginosi, classici duelli, duri contrasti e un rigore reclamato per parte. Poi al sessantesimo una Pulce argentina, catalana d'adozione, erede del genio di Dalì, con una pennellata estesa, disegna un baffo ricurvo, una traiettoria surrealista, che finisce sotto il sette inutilmente protetto da un Casillas in caduta libera.

Esplosione di gioia. Esultanza incontenibile. Di questo parlava poco settimane fa Sandro Rosell, presidente del Barcellona. I nostri ad ogni gol gioiscono sempre. Non come altri. Riferito al tanto odiato Cristiano Ronaldo, nemesi di Messi.

Destino vuole che sotto gli occhi dei centomila tifosi blaugrana segni un’altra volta il portoghese. Cristiano 2, Lionel 2. Freddezza di un cecchino professionista e genio di un bambino spensierato. Due facce della stessa medaglia.

Le speranze catalane di una clamoroso finale si fermano prima contro una monarchica traversa, che si oppone alla maestria indipendentista del tikitaka e al tiro del giovane Montoya, e successivamente muoiono sul fondo, al lato del reale Casillas, soffocate nel fiatone di un Pedro troppo stanco per concludere lucidamente.

Pareggio. Un risultato che in situazioni di classifica differenti avrebbe giovato al Madrid, ospite nella bolgia del Camp Nou, ma che di fatto lascia invariata un'impietosa classifica che vede Mourinho ed i suoi inseguire le mire monopoliste blaugrana a meno otto punti.

Un pareggio più netto per i Messisti e Cr7isti che continueranno senza sosta il loro scontro di religioni, di visioni opposte del mondo del Calcio e di infinite diatribe citando doppi passi, palloni d'oro e tagli di capelli. Io nel mio relativismo continuo ad apprezzare e ad amare i gregari ed i rifinitori oscuri: Xabi Alonso, Özil, Xavi, Iniesta e Busquets.

Una vittoria simbolica per gli indipendentisti. Un pareggio amaro per Mou e un pareggio felice per Tito Vilanova. Una vittoria per gli amanti del bel gioco. Un Classico mai al di sotto delle aspettative. Un Classico inedito, per l'assenza di strascichi polemici, risse da bar e accanimento verso l'arbitro. Un Classico da godersi sugli spalti e nel campo. Il solito. Ma ogni volta sempre migliore di quello precedente...


giovedì 21 giugno 2012

Ieri : un altro mondo, un altro calcio. Oggi : Repubblica Ceca - Portogallo.


Mi ricordo da giovane agli Europei del 68, gli unici vinti dagli azzurri, quando il calcio era altra cosa e il mondo era un altro mondo, ma non bastava che fosse diverso da ora, si voleva cambiarlo radicalmente e sono sicuro che se avessero saputo che ci sarebbe toccata la drastica realtà attuale, i giovani sessantottini non avrebbero alzato un dito, preferendo un vile mondo borghese al capitalismo moderno di oggi.

Si ma che te ricordi? Non stavi a parlà dell’Europei? Sempre co ste storie de politica.
.
A regazzì io er monno l’ho vissuto sulla mia pelle, non annà de prescia che arivo ar dunque.

Mi ricordo, dicevo, da giovane agli Europei del 68, gli unici vinti dagli azzurri, quando il calcio era altra cosa, che a quei tempi non avevamo bisogna di tecnologia, il calcio era semplicemente poesia. Due anni prima durante la coppa del Mondo che si chiamava ancora coppa Jules Rimet, l’Inghilterra si aggiudicò il suo unico titolo mondiale grazie a un gol fantasma. A quei tempi non giravano tutti questi soldi e un gol annullato o convalidato non spostava miliardi ma forse qualche quintale di gioia e muoveva qualche piccolo numero negli albi d’oro. Assistenti di linea e ausiliari del traffico ancora non esistevano.

Ma de che stamo a parlà der 66 o der 68 famme capì?

Ao il calcio è ncontinuo fluire, nt’agità mo arivo ar punto.

Insomma la tecnologia non esisteva, le regole di allora erano inconcepibili per i ritmi calcistici moderni.
Nel 68 passammo la semifinale contro l’Urss, la grande madre dell’est, grazie al lancio della monetina, dopo i tempi supplementari finiti in pareggio. I rigori non esistevano e sono stati inventati da un agente della Cia, qualche anno più tardi, in accordo con una lobby cestistica di Boston.

Un calcio che non esiste più. Hai capito? E non credere che sia finita qui.

In finale incontrammo la Jugoslavia. Nazioni che non esistono più, altri mondi, un altro calcio, il buco dell’ozono era il contrario del catenaccio, i palloni erano di ghisa, altro che Cristiano Ronaldo e il suo gel.
Lo stadio Olimpico era stracolmo. Pareggiamo zero a zero e sai che succedeva nel 68 se pareggiavi in finale? Dovevi rigiocare la partita. Un’ altra volta. Un altro calcio regazzì. Niente Di Biagio, niente Baggio, niente Ramos, niente Toldo e De Boer. Decideva la monetina, che io dico l’euro e i mercati finanziari sono padroni delle nostre vite e una monetina non può decidere l’esito di una partita?

Altrimenti se era una finale si rigiocava, altro che rigori. Come fanno ancora oggi in quella coppa inglese che non mi ricordo mai quale è, che so troppe le coppe in Inghilterra e a noi c’è rimasta solo la pubblicità della Tim per quella mezza competizione che chiamiamo Coppa Italia.

Siamo andati all’Olimpico. Siamo tornati a casa e due giorni dopo ci siamo ripresentati all’Olimpico per la ripetizione della finale. Adrenalina era una parola che ancora non avevano inventato. Deja vù, stress, marketing, show business non facevano parte del nostro vocabolario calcistico.

Hai capito sì? Che volemo fa voi che te parlo della Grande Olanda? Del Calcio Totale? Della Danimarca del 92 ripescata dopo l’esclusione della Jugoslavia?

Mo che c’avete voi regazzì? E pubblicità daa Nike, tiettele strette.

Prima de tutto ogni giorno a stesso storia. Secondo me stavo a pia ncaffè tranquillo ar bar non t’ho chiesto niente io, hai fatto tutto da solo e se proprio lo voi sape noi gioventù calcistica tecnologica di oggi abbiamo Repubblica Ceca-Portogallo.

Ma che stai a dì?

Devi sapere che per la nostra generazione questa partita è un cult. Ha un gusto vintage tecnologico. Ti spiego.
Per me il massimo dell’elogio di un calcio perduto sono i mondiali del 94, i primi di cui abbia ricordo. Romario, Bebeto, Baggio, Lalas, Ococha, Taffarel che si legge Taffareu. Siamo giovani e la memoria è giovane. Siamo stati costretti a crearci dei miti fittizi e tecnologici.

Repubblica Ceca-Portogallo è uno di questi.

Nelle estenuanti sessioni calcistiche digitali abbiamo sognato tornei, campioni, mondiali ed europei.
Eliminando Brasile, Argentina, Italia, Spagna e le corazzate dei club, Repubblica Ceca-Portogallo era un classico delle partite di Pes di livello medio-simpatico.

Hanno giocato un migliaio di finali tra amici. Nedved, Luis Figo, Joa Pinto, Nuño Gomez, Jan Koller e le sue sponde, Rui Costa e Karel Pobolski te sei portato i caschi.

Non servivano accordi, biscotti o combine. Se un tuo avversario sceglieva la Repubblica Ceca te sceglievi automaticamente il Portogallo.Il rosso accesso contro il verde. La speranza e il sangue versato in campo.
Oggi per noi giovani drogati di cerchio-triangolo-iccse-quadrato sarà come una finale casalinga e se non ci fosse stato l’odiato Cristiano Ronaldo nelle file dei lusitani avremmo tirato una monetina per scegliere chi tifare.

All’Europeo del 2004 sognavamo tutti una finale tra queste due grandi squadre, ma la Repubblica Ceca fu eliminata in semifinale dalla Grecia, vincitrice a sorpresa di quella manifestazione. Hai capito sì vecchiè? La Grecia. Mica solo voi avete avuto la poesia, la Danimarca, l’Urss, il Nottingham Forest e il Grande Toro. Noi abbiamo la Grecia, il Porto, l’Alaves, il Valencia eterno perdente e la Repubblica Ceca.

A regazzì vedi d’annattene va. Che quanno er calcio aveva er diritto de chiamasse tale sta squadraccia che dici te manco esisteva. Se chiamava Cecoslovacchia. Hai capito si? No come quelle pippe della Slovacchia che vi hanno passato la sveja a voi nuove generazioni nei mondiali del 2010. N’artro calcio, n’artro mondo.Cecoslavacchia, Jugoslavia, Urss.

Se i sessantottini per le strade ed i capitani di Urss e Italia nello spogliatoio avessero saputo che questo mondo e questo sport sarebbero finiti così, i primi sarebbero rimasti a casa, caldi in poltrona, ed i secondi avrebbero conservato quella monetina per tirargliela in fronte a Cristiano Ronaldo.
Goditi sto Repubblica Ceca-Portogallo che io me conservo i miei de ricordi.

N’altro mondo, n’altro calcio.