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lunedì 25 giugno 2012

God save the azzurri.


Meglio la Francia. No con i galli è sempre una dura battaglia e siamo finiti spesso allo spiedo. Meglio l’Ucraina sicuro. Sarebbe troppo semplice e a noi le cose semplice piace complicarle. Che vengano i servi della Corona allora. L’Italia si esalta in queste situazioni e gli azzurri potrebbero riproporre la cattiveria e l’agonismo proposto contro la Spagna e gli inglesi, anche se sudditi come gli spagnoli, non hanno gli stessi sfarzi di corte delle furie rosse.

Dopo aver passato gli ultimi giorni a convincerci che fosse meglio l’Inghilterra, a rievocare precedenti nascosti nel dimenticatoio, a cercare punti di attrito con una nazione che non è la Francia (e di conseguenza siamo stati costretti a limitare il nostro odio alla guida a sinistra e al tempo di merda), ci ritroviamo di colpo nello scenario dei quarti.

La partita si gioca di Domenica. Giorno del Signore. Le due nazionali cercano già dagli inni di guadagnare le simpatie del padrone dei cieli e dei gol fantasma. Iddio la creò, la partita è nostra. Dio salvi la regina cantano i leoni. Ma in cuor loro sperano che inali forza spirituale nel fischietto dell’arbitro per decretare un rigore inesistente o che salvi la pelle monarchica dalla fame di vittoria repubblicana. Il problema è insito nelle parole. Dio è impegnato nella salvezza della regina, ormai mummia, e sembra essersi dimenticato delle sorti calcistiche inglesi dal lontano 1966. Urge un'altra riforma protestante. Un catenaccio protestante.

Ma non bisogna riporre troppo le speranze nell’Altissimo, perché è risaputo essere, di sovente, impegnato in interminabili partite a scacchi e badminton contro divinità orientali.

Inoltre, le bestemmie degli azzurri in campo e le nostre in dolby surround dai divani di casa neutralizzano le parole dell’inno e  gli infiniti segni della croce di Abbate (la doppia b è romana) e di De Rossi, dei quali si dice abbiano problemi a centrare il buco della tazza del cesso, perché impegnati in gesti sacri nel pieno dell’azione di disimpegno della prostata.

Zero a zero sul campo spirituale. Un pareggio che si protrae per tutta la durata del match. Anche se dall’alto dei cieli avranno chiuso il solo occhio e avranno fatto finta di niente perché tra pali, gol in fuorigioco, dominio neocolonialista italiano della metà campo inglese, palle sbucciate e occasioni mancate le nostre bestemmie hanno raggiunto livelli danteschi inconcepibili alle autorità eterne. Viva Dante e Fuck Shakespeare.

Ha inizio la partita.

Al quarto De Rossi fa una cosa alla De Rossi. Con la sua coordinazione da giovine di Ostia Mare, col braccetto sollevato alla De Rossi, che oramai è trend dell’estate da sette anni a questa parte, riceve un cross dalla destra e, in un gesto che nei due emisferi terrestri è appannaggio di pochi, stampa un pallone che sembrava innocuo sul palo destro della porta difesa dal bambinone Hart. Chi ha fatto palo?

Un’ode alla classe e un regalo per i laziali come me. Come avrei potuto continuare nella mia fede di aquilotto se il De Rossi giallorosso avesse insaccato il pallone alle spalle del suddito numero uno inglese? Forse è vero che siedo dalla parte delle forze del male? Ma De Rossi, in cuor suo, sapeva che quel gol avrebbe fatto ricredere molti laziale della loro fede e l’anno successivo non si sarebbe potuto godere il derby come piace a lui. Con la stessa grinta di sempre. Grazie Danielì.

Dopo l’illusione del dominio della lingua del sì ai danni della lingua di Oxford, veniamo tutti ancorati nuovamente alle catene dei nostri divani quando Johnson calcia il pallone con una zampata da corridore, degna del cognome che porta, in faccia a Buffon.

L’Italia dopo 10 minuti di sofferenza diventa padrona del campo. Balotelli è la nostra fortuna e la nostra condanna. Protagonista di una buona prestazione ma mai decisivo sotto porta. Le tante occasioni passate tra i suoi piedi costringono Prandelli a lasciarlo in campo sacrificando Di Natale in panchina. La Germania, nostra prossima avversaria, non ci permetterà  un simile lusso.

Il secondo tempo l’Italia è ancora più padrona del campo. I cronisti Rai, nell’esaltazione della loro nullità, dichiarano che l’Italia avrebbe meritato un 3-1 al primo tempo. Calcio surrealista di una Tv pubblica ampiamente inadeguata a seguire un evento sportivo di tale portata.

Pirlo alterna qualche errore di distrazione a un’impostazione aulica del gioco azzurro. Gli inglesi spesso sono in undici dietro la linea della palla. Capello era considerato un despota, preso di mira per la sua pronuncia e per il suo gioco. Trapattoni è accusato a ogni latitudine di cattivo gioco e di una non impeccabile padronanza delle lingue straniere. Hodgson, dai noi italiani esterofili, è sempre stato considerato un signore. Oggi si rivela per quello che realmente è. Un inglesotto di mezza età che parla goffamente l’italiano e che schiera un catenaccio da seconda guerra mondiale, con una squadra priva di gioco e entusiasmo. Ma nessuno domani lo accuserà di scelte sbagliate o si farà gioco del suo italiano in conferenza stampa.

Giocare all’italiana, dichiarava, non so cosa significhi. Ovvio, perché il gioco dell’Inghilterra non è stato all’italiana bensì alla vaticana. Tutti arroccati dietro Porta Pia a difendere la Porta di Hart.

Le scelte di Prandelli nel secondo tempo sono quasi obbligate. Dentro Diamanti per Cassano, fuori Abbate e De Rossi per problemi muscolari (forse le famose prostate, ndr) sostituiti da Nocerigno e Maggio u timido ( cit. Edoardo Di Stefano e Valerio Zilli). Il primo così soprannominato perché crea il panico nella difesa avversaria e dona a tutti l’illusione del gol-goduria a qualche minuto dal termine. Il secondo perché appena entrato e con forze fresche ma timido nell’inserirsi a destra. Fa rimpiangere a qualche mio co-spettatore i vecchi tempi: “Metti Zambrotta!”.

Nel complesso un’Italia superiore. Difesa impeccabile che non si fa trascinare nel gioco sporco cercato da Carroll nella seconda metà della ripresa, che intruppa, spinge, casca, protesta, inciampa, goffa e rotola. Bene Montolivo e Diamanti. De Rossi e Pirlo due certezze. Gran partita di Thiago Motta, anche se si è visto poco ha fatto un importante lavoro oscuro.

Un’ Inghilterra sotto le aspettative riesce ad essere l’eccezione anche ad un teorema fondamentale del calcio: il teorema della spina dorsale. Elaborato in uno spogliatoio senza acqua calda in una traversa della Tiburtina il teorema enuncia: “quando si ha un buon portiere, un buon difensore centrale, un buon mediano e una buona punta gli altri sette possono essere anche delle costole rotte”. Non è così in effetti per la spina dorsale inglese: Hart, Terry, Gerrard e Rooney.
Soprattutto il centrocampista, ammirato da De Rossi, non è più il calciatore elogiato nelle liriche dei tifosi Red Devils sulle note di Que serà serà: “ Steve Gerrard Gerrard, he’ll pass the ball forty yard, he’s big he’s fucking hard, Steve Gerrard Gerrard.” Una spina dorsale che accusa la pesantezza tattica del catenaccio monarchico.

Ma la supremazia italiana rimane  in astratto, non è spietata come la diplomazia inglese. Al calcio vince chi segna e le belle prestazioni vengono dimenticate tra la sera e qualche articolo d’elogio il giorno successivo. Calci di rigore. Penalties, che in inglese suona come una penalità per l’Italia, incapace di chiudere la partita nei 120 minuti di dominio assoluto. Penalità e sofferenza. La squadra che ha giocato il calcio peggiore potrebbe passare il turno. Se perdiamo brucio tutti i dischi dei Beatles di mio padre. Se incontro qualche mio amico acconciato come gli Oasis gli faccio lo scalpo inneggiando a Braveheart. Siete inglesi. Il mio rispetto va a Giggs, gallese fiero, che si è rifiutato di vestire la vostra maglia, anche se ne aveva il diritto. Un grande campione che non ha voluto vivere lo scempio di questa nazionale. Al diavolo la Common Law inglese. Chiaccheroni. Abbandonate il campo, come osate passare il turno?

Shakespeare vi avrebbe abbandonato al vostro destino.

Ovviamente queste divagazioni storico-politiche nel momento del triplice fischio, che decreta i calci di rigore, sono sostituite da bestemmie in varie salse e in mille dialetti diversi provenienti da tutto lo stivale. Dio speriamo parli ancora aramaico e nella remota ipotesi che, nel corso dei secoli dei secoli, tu abbia appreso la lingua del colonialista e dell’Ipad ascoltaci: God save the azzurri.

Balotelli da eterna condanna passa al ruolo di momentanea salvezza. Calcia il primo rigore. Hart cerca la sfida sul piano astratto dei ghigni. Forse non conosce bene il suo compagno del City. Spietato, con freddezza insacca. Un Balotelli che sempre è un interrogativo per i compagni e per i tifosi tutti, infonde, per una volta, sicurezza al collettivo.  Gerrard si ricorda degli elogi di De Rossi e non sbaglia. 1-1. Montolivo lo sapevamo. In ogni casa abbiamo pensato, detto, gridato : “No Montolivo No.” E infatti Montolivo non segna. Ma ci facciamo coraggio, rievocando il teorema del rigore, inventato in uno spogliatoio con le docce rotte in via Casilina, secondo il quale: "Chi sbaglia per primo vince".

Quando Rooney sistema la zolla del dischetto malediciamo qualsiasi cosa strisci, voli o cammini aldilà della Manica, dalla zolla dei capelli dello stesso Rooney a tutti i datori di lavoro londinesi dei nostri amici emigrati. Buffon entra in trance. Sperimenta il metodo Mapuchi di ipnotizzazione contro il talento inglese, indica il lato dove si sarebbe buttato con la manica ed il guantone. Il lato della Manica è l’altro. Spiazzato. Ma si sa che questo metodo raccoglie i suoi frutti a posteriori. 1-2 per i monarchici. 

Pirlo si presenta sul dischetto con l’aria di uno appena svegliatosi dal sonnellino pomeridiano. Un’aria alla Pirlo. Il cucchiaio di Totti fu un elogio alla romanità. Il Francescone nazionale si sedette a tavola con Van Der Sar, prese il cucchiaio pieno di brodo, tirò su rumoreggiando come si fa a tavola tra amici, e non sazio passò la scarpetta sul fondo del piatto delizioso. Il gesto di Pirlo è la classe di chi mangia degli spaghetti aglio olio e peperoncino con il cucchiaio. Solo alcuni se lo possono permettere. Pirlo è uno di questi. Classe innata, naturalezza dell’olio e imprevedibilità del peperoncino. Tutto contornato da un basso profilo. Pirlo non è il tipo che seduto a tavola si lamenta del troppo piccante. Nel silenzio sacrale dei pasti prende il cucchiaio e scava la fossa per il portiere avversario incredulo, a cui rimangono in viso lacrime al gusto di aglio. L'assurdo. Gli avanzi. 2-2.

Buffon al rigore successivo perfeziona il metodo Mapuchi precedentemente utilizzato. Young frastornato. Palla sulla traversa, come Trezeguet nel mondiale 2006. 2-2.  Il prossimo sul dischetto è Nocerigno. Un goffo Romario che tira una scarpata precisa all’angolo opposto di Hart Cuor di Leone, trasformato in gazzella  dall’urlo del centrocampista italiano. 3-2. Buffon decide di accantonare il metodo Mapuchi, ormai a rischio scoperta da parte del MI6 inglese e opta per il metodo “Gato Lopez”, che come il precedente metodo fu descritto dal cantastorie Soriano nei suoi articoli riguardanti la nobile arte del calcio. Il metodo Gato Lopez consiste semplicemente nel parare rigori ed a Gigi, stavolta, gli riesce benissimo. Rigore parato a Ashley Cole.3-2. La vittoria è nei nostri piedi.

Dai Diamanti non nasce niente. Ma stavolta dai piedi di Diamanti nascono le semifinali. 4-2. La Repubblica batte la Monarchia ai calci di rigore. Alla ghigliottina. Se il Calcio governasse il mondo e le guerre imperialiste si facessero a suon di contropiedi e calci di rigore invece che con bombe e massacri, la lingua di Dante avrebbe il posto che si merita nel globo pallonaro.

God saved the azzurri. Tutto prevedibile. Uno scherzetto giocato dall’alto dei cieli al Papa. Semifinale Germania-Italia. Dovrà soffrire anche lui una volta nella vita ,non solo noi sudditi, repubblicani o relativisti.

Scacciata la paura del biscotto. Divorato il pudding inglese. Ci ritroviamo in semifinale avendo vinto una sola partita sul campo e avendo segnato un solo gol su azione. Ci aspettano i crucchi. I crauti. La Merkel. Il rigore europeista contro i rigori dagli undici metri. Ci vorrebbe una dose di Tiramisù per avere la meglio contro i teutoni. Classe da cucchiaio e fame da dessert sotto porta. Il menù servito all’Inghilterra è giusto, mancano caffè e ammazzacaffè per neutralizzare la vendetta nordica. Il sangue tedesco versato nel 2006 è conservato in ampolle nascoste nella Foresta Nera e sarà bevuto dagli uomini di Loew prima della semifinale di Giovedì. Ci vogliono 11 Grosso in campo.

La gioia esplode. Con quel che costa la benzina la gente ha anche il coraggio di fare caroselli nelle città italiane. Forse l’offerta dell’Eni che nel weekend propone la benzina a 20 centesimi di meno è una trovata legata agli strombazzamenti con bandiere tricolori. Ma i prezzi di Luglio 2006, quando gli azzurri divennero campioni del mondo, erano ancora più bassi di quelli scontati proposti oggi. Alle pompe di benzina c’è la fila, ringraziamo Eni per il regalo, dimenticandoci dei prezzi precedenti e delle politiche lobbistiche della compagnia, che come le altre ha reso improponibile le spese per gli spostamenti.
Così il Calcio sommerso da scandali, dubbi, dichiarazioni ambigue, spese folli e ingaggi stratosferici che sono un insulto per il lavoratore medio, sfruttato, giovane e precario, per un giorno diventa orgoglio nazionale sportivo.

Se solo avessimo la possibilità, noi poveri tifosi studenti senza futuro, di umiliare tutti gli Hart ghignanti che incontriamo sul nostro cammino. Se avessimo la possibilità di calciare un rigore, di dimostrare la nostra classe. Se solo avessimo la possibilità di affondare la crisi e zittire il nostro datore di lavoro con un cucchiaio...

Ma quando il pallone di Diamanti gonfia la rete ci dimentichiamo di tutto:  dei problemi, degli esami, delle ragazze e delle mogli, degli scandali, del costo della vita e degli ingaggi assurdi dei nostri idoli. Torniamo a fare la fila davanti al televisore alla ricerca di un po’ di adrenalina a prezzo scontato.

God save the azzurri. Ma qualcun altro, meno impegnato, salvi pure noi.

martedì 10 gennaio 2012

Il Pallone d'oro alla carriera.

Il Pallone d’Oro 2011 è stato consegnato a Lionel Messi. Un gesto che ha posto un sigillo immaginario alla competizione del premio per il miglior giocatore del mondo. Sarà così per molto tempo, a meno che un cataclisma non cambi le attuali gerarchie calcistiche o che il Barcellona si prenda un anno sabbatico lontano dai campi. Certo, come si sarebbe potuto dare il Pallone d’Oro, quest’anno, ad un altro giocatore, se l’anno scorso, anche dopo una Champions League vinta dall’Inter di Mourinho e un’eliminazione umiliante dell’Argentina contro una grande Germania ai mondiali sudafricani, la Pulce era stata premiata nuovamente, per la seconda volta, come migliore creatura nel globo a forma di palla?
Da quando Messi è Messi, il premio si è adattato alle magie del campione argentino. Un sonnifero allegro per i giurati, per gli spettatori e per gli appassionati di calcio di tutto il mondo. Iniesta, Xavi, Snejder, Eto’o o Forlan potranno vincere quanti più trofei una bacheca può sopportare, potranno portare club o nazionali sgangherate alla conquista di finali e semifinali mondiali, ma finché la Pulce salterà di campo in campo, seminando prurito e fastidio nelle file difensive avversarie, non c’è ragnatela di passaggi che tenga: il mondo ha bisogno di un solo eroe.
Il Palcoscenico di incoronazione è allestito a Zurigo, dove è celebrato il Calcio moderno in un’atmosfera che è un misto tra galà e ritrovo di famiglia.
Sky dedica un’ ampia presentazione alla cerimonia con ospiti in studio, i quali si sfidano a colpi di pronostici e motivazioni. A Messi si perdona il fatto di non aver vinto niente con la nazionale ma a Guardiola si rimprovera, in parte, di aver vinto solo col Barcellona. Strani concetti costacurtiani.
Il collegamento della Svizzera ha inizio e sono costretto a cambiare canale dopo neanche due minuti. I conduttori in studio, Trevisani e Cattaneo, parlano sopra i presentatori ufficiali, spesso anche fuori tema, in segno di poco rispetto per lo spettatore attento. Decido di mettere l’opzione in lingua originale ma la mia delusione è massima quando scopro che in qualsiasi caso sarò costretto a sentire la voce dell’interprete italiana. Voglio sentire i protagonisti che parlano, le loro espressioni, il loro inglese zoppicante, i sorrisi e le pause. Messi tradotto dallo studio diventa uno scugnizzo che parla un italiano accademico. Io voglio il Messi argentino, cresciuto a Rosario.
Sono quindi costretto a cambiare su Eurosport, dove la cerimonia è in versione integrale, senza interruzioni dallo studio.
I presentatori sono una signora nonsochissia e Ruud Gullit in persona. Le signore passano in secondo piano, qui si parla di Calcio e anche un’avvenente Shakira, di rosso vestita, passa quasi inosservata in confronto alle apparizioni di Zinedine Zidane e Ronaldo. I balletti li lasciamo per altre occasioni, questa è la casa dei doppi passi e delle finte smarcanti.
La presentatrice oltretutto nell'annunciare i tre contendenti commette un errore inammissibile : pronunciando il nome di Lionel Messi si lascia trasportare da un’enfasi esagerata. Già è tutto scritto; oltre ai pronostici ora anche le urla della presentatrice fanno intendere chi sarà il vincitore di questa edizione.
Ma la trama della serata prevede prima il climax delle premiazioni “secondarie”. Viene premiato il miglior allenatore di squadra femminili : un giapponese che si addentra in una tiritera in nipponico stretto. Dalla televisione non si vede se i presenti abbiano degli auricolari per la traduzione simultanea. In un momento di pausa del discorso la gente non sa se applaudire, ma l’audience, composta prevalentemente da campioni indiscussi, è spigliata con il giapponese, imparato nelle lunghe trasferte per le partite di Coppa Intercontinentale e Mundialito, e sa che bisogna applaudire solo dopo aver ascoltato la parola : arigatohh.
Miglior giocatrice donna è una giapponese vestita da geisha, premiata da Shakira, che scalza dal trono la brasiliana Marta vincitrice del premio ininterrottamente dal 2006 al 2010 ( prima Fifa World Player e successivamente Balon d’Or).
Il Giappone a livello femminile come la Spagna per intenderci.
Le premiazioni interessanti si avvicinano. Il Presidential Award è vinto da Sir Alex Ferguson. Blatter impiega cinque minuti di orologio per elencare tutto quello che ha vinto l’allenatore scozzese nella sua carriera.
Chi si aspetta discorsi strappa lacrime ha sbagliato palcoscenico, qui non siamo agli Oscar. Ferguson prende il microfono, rilassato e solo leggermente emozionato. Con un accento scozzese, di cui a volte si perde qualche parola per strada dice: “ Grazie per questo premio, la mia fortuna è stata avere grandi fuoriclasse in questi anni di carriera al Manchester. Nel calcio contano i risultati. Conta vincere ed è quello che continuerò a fare. Cercare di vincere.” Freddo e spietato, un grande uomo, senza fronzoli ed eccessi, la nuda verità.
Guardiola è premiato come miglior allenatore tra il terzetto che comprende lo stesso Ferguson e l’assente Mourinho; non presentatosi alla cerimonia così come i calciatori del Real Madrid invitati: Xabi Alonso, Ramos, Casillas e Cristiano Ronaldo. Per preparare la partita di oggi ( martedì ndr) contro il Malaga. Anche se è naturale pensare che l’assenza sia voluta anche per evitare di assistere alle vittorie degli eterni rivali catalani.
L’allenatore del Barcellona dedica, in primis, il premio ai suoi due contendenti. Successivamente a tutto l’apparato della società  dal presidente ai raccheta palle. Poi ripropone un concetto già espresso durante il conferimento della medaglia d’oro del Parlamento catalano, per il quale lui non è altro che l’”escollit” ( scelto, prescelto) per portare avanti un lavoro iniziato generazioni fa. Il suo unico merito. Ultima dedica, infine, con un rapido cambio inglese-catalano al suo assistente Tito Vilanova.
Il premio Puskas per il miglior gol dell’anno è assegnato a Neymar. Serpentina contro il Flamenco e gioco di prestigio all’ultimo difensore prima di marcare la rete. Sconfitti il gol di Messi contro l’Arsenal, pallonetto soffice al portiere e tiro di contro balzo e quello che a mio avviso sarebbe dovuto essere premiato : rovesciata di Rooney contro il Manchester City. Il gol è stato votato dagli internauti e credo abbia prevalso la “modernità” delle finte di Neymar e il fascino creato attorno alla sua immagine ultimamente, contro una “pura”, “classica” e “antica” rovesciata dell’attaccante inglese. Un gesto tanto semplice e complesso allo stesso tempo, che sicuro rimarrà impresso nella memoria degli appassionati più a lungo del gol del brasiliano.
Uno dei premi più significativi e indicativi della nostra era calcistica è quello che incorona la formazione tipo: i migliori undici giocatori del mondo.
Il modulo è un 4-3-3 : Casillas, Dani Alves, Piquè, Vidic, Sergio Ramos, Xabi Alonso, Xavi, Iniesta, Cristiano Ronaldo, Messi, Rooney.
Esclusi il difensore e l’attaccante dello United vi sono solo giocatori che militano con il Real e con il Barça, con prevalenza di spagnoli( sei su undici). La nuova mappa del calcio mondiale. Non solo tra i migliri non è presente neanche un giocatore italiano, ma neanche uno che militi nel nostro campionato.

Accecati dalle piccole beghe del nostro cortile non ci siamo resi conto che il calcio ormai ha preso la valigia ed è emigrato dallo Stivale. I giocatori di prima classe, viaggiano oramai solo verso Inghilterra e Spagna. 
Con che pretesto si può convincere un fuoriclasse a venire in Italia, con la situazione di stadi, club e tifoserie che sono ancora quelle di trent’anni fa? Da noi, non si può negarlo, arrivano solamente seconde scelte, giocatori in esubero, fuori rosa o tutt’al più vecchie glorie alla ricerca di nuovi stimoli.
L’unico italiano presente a Zurigo era Farina, difensore del Gubbio, premio fair play, per aver denunciato ed essersi opposto alle combine di alcune partite di Serie B. Questo la dice tutta sulla situazione attuale del nostro calcio.
Per l'intera cerimonia sul palco si sono avvicendati ognuno con una propria concezione di lingua inglese: Pelè, Karembeu, Lothar Mattheus, Blatter e Shakira. Inoltre sono saliti a ritirare i premi per i calciatori assenti del Real Madrid : Zinedine Zidane e Butragueño.
La passarella di grandi è chiusa dal più grande giocatore degli ultimi vent’anni: Luis Nazario da Lima, anche conosciuto come Ronaldo, O’Fenomeno, salito in cattedra per annunciare finalmente il vincitore del Pallone d’Oro 2011. Parla in spagnolo Ronaldo. La lingua dei campioni del mondo, patria attuale del bel gioco. Il calcio rimodella anche il potere geopolitico.
Si avvera quello che i più noti opinionisti sportivi ripetevano da mesi, in una litania senza sosta : il terzo pallone d’oro consecutivo, eguagliando così il record di Michelle Platini, vincitore dal 1983 al 1985.
Messi nuovamente incoronato re, ma il Pallone d’Oro è un riconoscimento personale e il calcio è un gioco di squadra, per questo la Pulce ancora non è il più forte di tutti i tempi. Escludendo i mostri sacri come Pelè e Maradona, giocatori come Zidane, Cruyff, Platini, Baggio, Iniesta o Matthaus hanno saputo colmare quel vuoto di tecnica che li distacca da Messi con altre doti e personalità, portando i loro club o le loro nazionali sul tetto più alto del mondo o ad un soffio dal traguardo, dimostrando qualità eccezionali che nessun colpo di tacco o finta di corpo potrà mai eguagliare.
Il Pallone d’oro, indubbiamente, diviene proprietà esclusiva di Lionel Messi per molto tempo a venire. Cosa dovrà mai accadere perché un giocatore come Iniesta possa trionfare in questa competizione?
I successi della Pulce sono meritati, senza ombra di dubbio, però la situazione attuale, merita, secondo me, alcune considerazioni.
Negli ultimi trent’anni, per restringere il raggio d’analisi, il Pallone d’Oro è stato sempre vinto da attaccanti, se si escludono solamente Cannavaro ( 2006) Sammer ( 1996), entrambi i premi conditi da un’infinità di polemiche, il tuttofare Matthaus ( 1990) e i centrocampisti, non certo difensivi, Figo ( 2000) e Nedved ( 2003). Un premio votato all’attacco quindi che, tra le tante qualità calcistiche, ne premia solo una.
Un’altra concezione fuorviante è sicuramente il premio su base annua. Sembra che alcune volte valgano le competizioni ( Cannavaro 2006) e altre no ( Iniesta o Snejder 2010). Oltretutto ci sono giocatori che possono fare un’annata eccezionale e sparire l’anno successivo ( lo stesso Cannavaro) mentre il lavoro di altri giocatori si riesce a quantificare solo in archi di tempi più lunghi: penso a Xavi, che da anni muove il gioco della squadra più forte al mondo quasi silenziosamente.
Per questo la Fifa, che è rappresentazione vivente del Calcio Moderno, con tutti i suoi difetti e pregi, per una volta, da gran baraccone commerciale e mediatico che è diventato, non farebbe male a imitare e prendere in prestito un’idea da un altro grande circo mondiale: Hollywood.
Parlo dell’istituzione di un Pallone d’oro alla carriera. Cosa diversa dal già esistente “Presidential award” che ha premiato negli anni : Ferguson, la regina di Giordania e l’attrice protagonista di “Sognando Beckham”.
Un premio istituito per calciatori, che per il meccanismo odierno dell’assegnazione del Pallone d’Oro non sono stati in grado di vincerlo, ma lo meriterebbero come Messi merita dieci Palloni d’Oro consecutivi.
Fuoriclasse e giocatori che sono stati un esempio nel campo e hanno fatto innamorare di questo sport milioni di ragazzi. 
Un premio alla carriera, perché il calcio si gioca negli anni e non solo anno per anno.
Come non riconoscere merito a giocatori del calibro di : Giggs, sempreverde guerriero del centrocampo del Manchester, presente sul campo da quando Messi a malapena era nato e otto anni prima che Blatter diventasse presidente della Fifa.
Zanetti: calciatore esempio per onestà e amore del gioco. Vero trascinatore dell’Inter campione d’Europa.
Iniesta: decisivo nella Coppa del Mondo. Dedica il gol della vittoria al defunto capitano dell’Espanyol, squadra rivale nel derby di Barcellona. Grande giocatore e fuoriclasse. Costruttore insieme a Xavi dei tre palloni d’Oro di Messi.
Veron: che a 35 anni trova ancora fantasia e tempo per vincere un campionato nell’Estudiantes, squadra che lo lanciò a soli 19 anni.
Francesco Totti: uno dei migliori giocatore italiani in attività, sempre fedele ai colori giallorossi, che mai ha ceduto alle lusinghe di grandi club stranieri.
Stesso discorso valido per Del Piero.
Maldini: forse il più grande difensore di tutti i tempi, ingiustamente fischiato il giorno dell' addio al calcio dai suoi stessi tifosi.
Buffon: vincitore morale del Pallone d’Oro del 2006. Rimasto alla Juventus retrocessa in Serie B, non scappato come un mercenario verso eserciti stranieri.
Klose: gran marcatore, che pur di conquistare un posto da titolare nei prossimi europei, non solo è andato a giocare con una squadra di almeno due categorie inferiori, ma si è anche abbassato lo stipendio, al contrario di fenomeni parcheggiati in campionati russi e sauditi.
Raul: sempre ad un soffio dal premio, ma mai raggiunto. Bandiera della Casa Blanca e una nuova giovinezza con lo Schalke che lo porta fino alle semifinali di Champions.
Henry: che dopo anni di militanza nell’Arsenal di Wenger, si prende il lusso di tornare per due mesi a 34 anni, di entrare in una partita di Fa cup e segnare il gol della vittoria, in uno stadio che mai lo ha dimenticato. 
E questo rimanendo solo negli ultimi dieci anni. Come loro ce ne sarebbero molti altri che meriterebbero un tale riconoscimento.

Il calcio è anche questo. Non solo trofei, gol, dribbling o vittorie. Il calcio è sudore, emozioni, ricordi e sconfitte.
Henry non cambierebbe mai l’emozione di tornare a casa sua e segnare un gol davanti ai tifosi di sempre neanche per quattro palloni d’oro consecutivi.
Per questo l’istituzione di un Pallone d’oro alla carriera premierebbe chi come lui ci ha fatto innamorare di questo sport. Grandi uomini diventati grandi campioni. Se lo meritano loro e ce lo meritiamo,sicuramente, noi amanti del Calcio.

Ciava.

mercoledì 2 novembre 2011

Storie di calcio virtuale : da World Cup a Scoppolandia.

La generazione di mezzo alla quale appartengo in gioventù si nutriva di calcio. Alcuni iniziavano a militare nelle squadre locali all’età di sei anni,altri sceglievano scherma o rugby, due sport di grandi tradizioni a Frascati,ma, indifferentemente dal piccolo impegno sportivo di ognuno,si giocava tutti quanti a pallone. Nei parchi, nelle ville, nei giardini, negli anfratti, all’oratorio, in cameretta e sui balconi. Si finiva sempre sudati credendosi Baggio, Maldini,Raul o Batistuta. Uno contro uno, porta a porta, porta unica, portieri volanti, tutti contro tutti, tedesca,porticina e tornei a eliminazione diretta. Palloni di carta, succhi di frutta, palline, pali con zaini, felpe e traverse immaginarie.
Non sazi, calata la sera ci sfidavamo a Subbuteo in epici scontri Olanda-Argentina, Inghilterra - Francia, Juve - Roma. Dal piede alle dita la passione era sempre la stessa. Non di rado si spendevano le 500 lire al videogioco con schermata preistorica del bar sottocasa  smanettando con i comandi e imprecando contro il tempo scaduto e gli spicci terminati. Chi aveva l’Amiga o il Nintendo a volte organizzava con gli amici sessioni interminabili di calcio virtuale. Tiri segreti, bidimensionalità, campi ghiacciati e joystick rettangolari. World Cup. Tasto A Tasto B. Stile Barça perché a pensarci al calcio si può giocare anche solo con due pulsanti, facendo le cose più semplici. E poi fantacalcio, le figurine, Volpi e Poggi ( calciatori mediocri che hanno fatto la fortuna dei dentisti di tutta Italia): il calcio era la nostra pietanza preferita.
Si sognava tutti di diventare dei campioni, segnare all’ultimo minuto il gol decisivo al derby o procurare il rigore inaspettato a tre dal termine nella finale del Mondiale. Anche chi era terzino e aveva i piedi di a forma di Colosseo quadrato ( quello della pubblicità della Nike) non rinunciava a queste fantasie. Quando ci si è poi resi conto che la strada verso il successo era alquanto complicata, si decise di sognare, quantomeno, di diventare i dominatori incontrastati del calcio virtuale. Erano gli anni di Winning Eleven. Con l’avanzare delle tecnologie il Calcio divenne Totale.
Realtà e immaginazione si mischiavano in unico calderone. Ricordo il mio primo gol a Winning Eleven al pari di come ricordi le mie vittorie da giovane terzinaccio nei campionati nazionali. Cross da calcio d’angolo, la difesa avversaria ( comandata da Alan) allontana di testa, la palla finisce sui piedi di Edgar Davids che tira un missile terra-aria sotto il sette. Olanda 1- altra squadra 3.Una sconfitta che valeva come una vittoria. Da buon principiante, erano mesi che prendevo scoppole da tutti senza mai marcare una rete e quel gol mi ha aperto le porte del fantastico mondo del calcio virtuale.
Da lì un’infinita serie di diagonali al limite dell’aria, Zenden Overmars attaccanti laterali, Nedved e Poborsky macinatori di fasce, Roberto Carlos punta esterna ( pratica da me mai usata perché ero molto conservatore e realista anche alla Play, i rigori tutt’oggi li calcio come andrebbero calciati, ovvero chi ha buona tecnica con precisione e chi è uno zapparo bomba centrale.), filtranti con triangoli e falciate da dietro quando si rosicava. Se si spegneva la Play era il massimo degli affronti. Ho visto gente non parlarsi per mesi e non rispondere al telefono ad amici di una vita per un calcio d’angolo o un gol non meritato.
Winning Eleven si trasformò presto in Iss Pro Evolution acquistando alcuni diritti in più e conservando alcune pecionate. In quegli anni vincere un torneo a Pro equivaleva ad essere incoronato monarca assoluto. Le gesta di una vittoria sugli altri avversari poteva erano tramandate oralmente per mesi e mesi. E se successivamente si fosse persa una normale amichevole, si sarebbe sempre potuto tirar fuori la scusa di essere il campione del torneo da 16 iscritti e di averlo vinto con la Repubblica Ceca, mica con il Brasile o con l’Argentina. Le ragazze cadevano ai nostri piedi. In realtà la Play veniva prima di tutte le ragazze, le quali di solito sbuffavano da dietro i divani : “Che palle co sti videogiochi”. “Silentiiiiiii….non potrete mai capire la goduria di un gol da fuori aria e dello sbefeggio del contendente dopo ore di strabismo e di un etto di calli al pollicione!”.
Nelle mie prime grandi sessioni di Iss Pro, quelle che esci dopo sette ore di calcio virtuale e commenti il tempo meteorologico fino ad allora coperta dalle tende della cameretta con un : “C’è sole ma tira anche vento”, fui iniziato alle pratiche del gioco dal mio amico Alan, appassionato di calcio e di professione brasiliano. Eravamo soliti sfidarci a colpi di quadrati e rettangoli indossando le magliette delle formazioni da noi scelte. Il fatto che una persona abbia le magliette del Milan di Ayala e Andrè Cruz (il difensore) vi lascia immaginare la vastità della collezione. I nostri scontri andavano da Nigeria - Sud Corea a Argentina - Portogallo, Camerun - Australia e Milan - Psg. Quando si segnava era d’obbligo qualche balletto sotto la finestra. A dire il vero le partite a casa sua erano le più difficile:  espugnare la sua cameretta era molto complicato a causa di una foto ben visibile sul muro, che lo immortalava giovanissimo in braccio a nientepopodimeno che Pelè nello stadio nientepopodimeno che il Maracanà. Troppa soggezione nello sfidante. E se Pelè fosse sceso dalla foto venendo in suo aiuto?  Meglio perdere che immischiarsi in problemi più grandi di noi.
Quasi da subito iniziai ad alternare queste sessioni con altre, in compagnia del mio grande amico Giulio (anni dopo soprannominato Gazzoba), già ai tempi bestemmiatore doc. Il passaggio dalla Play Station 1 alla Play 2 fu rapido. Bastò schierare una volta con l’Inter Toldo come ariete centrale ( al bando le chiacchere sul conservatorismo) e segnare un gol di sinistro rasoterra all’ultimo minuto. Potete immaginare gli sberleffi rivolti al mio opponente. “ Segna sempre lui, l’ariete Toldddddddddooooooooo”. Il Gazzobba che già ai tempi era uomo di grande calma e saggezza si limitò a imprecare tutti i santi cristiani, a maledire metà discendenza della famiglia Moratti, a offendere le mie credenziali di buon giocatore, ad accusare le divinità buddiste e l’oroscopo di Paolo Fox. Ritornato in sé, si avviò con molta tranquillità verso lo sgabuzzino, ripresentandosi un minuto dopo  con martello in mano. Le bestemmie erano ora svanite. Si passava alla classica violenza da Hooligans di Iss Pro. La foga con cui si scaraventò contro l’incolpevole piattaforma virtuale mi riportò alla mente lo scontro iniziale di “2001 Odissea nello Spazio”.
Fui bandito per un mese da casa sua e tornai solo dopo che si comprò la Play Station 2 per testare il nuovo Iss Pro. Quando si compra l’ultimo numero della serie i commenti sono sempre sbalorditivi: “ Sembra vero” “ Che gioco! Si sono superati questa volta”, “ Gran realistico”. Senza accorgersi del fatto che siano identici ai complimenti dell’anno prima; persino a quelli rivolti a Iss Pro 2, che per far girare l’attaccante dovevi muovere a tempo con le mani la televisione, altrimenti il giocatore sarebbe andato dritto senza fermarsi.
Tra tutti questi pixel il mio più grande pregio è stato quello di non possedere mai né Play Station né X-box. Mi sono fermato alla prima Nintendo di Mario Bros e del già citato World Cup. Le suddette esperienze a casa di amici mi fecero diventare ( pseudonimo che uso ancora oggi) “il giocatore più forte di Iss Pro Evolution Soccer di tutta l’Europa Centrale a non possedere una Play Station a casa”. Anni fa mi arrivò notizia da parte di un mio amico in viaggio in Germania che a Dresda ci fosse un ragazzo che rivendicava lo stesso titolo. Adesso il quesito sarà affidato a geografi e storici per stabilire se Dresda sia o no Europa Centrale.

Nel frattempo gli Iss Pro si susseguivano e sul mercato iniziava a farsi sentire anche la concorrenza di Fifa. L’ultimo e unico Fifa che avevo era quello del 98 per il computer. Un gioco che ha fatto la storia. Si poteva trasferire i giocatori facilmente e si terminava sempre con corazzate del tipo: Barthez, Thuram, Hierro, Maldini, Roberto Carlos, Beckham, Redondo, Giggs, Zidane, Ronaldo e Batistuta con l’aggiunta di panchine che avrebbero fatto gola a mezza Europa. Da qualsiasi posizione del campo il tiro centrava la porta, prima del centrocampo non si poteva tirare, si poteva intervenire in scivolata sul portiere pronto a rinviare rimediando un’espulsione. Rimasti in sette la partita era vinta a tavolino dal computer. Si usciva rosicando ma da veri assassini. Couto e Montero a Fifa 98 giocavano col completo di Rambo Uno per questo motivo.
L’anno scorso addirittura qualche appassionato si è sbilanciato nel profetizzare il sorpasso di Fifa sul suo rivale storico. Il Gazzobba, estremista di Iss Pro, confutava queste tesi con bestemmie al quadrato e snocciolando a suo favore ben sette leggi della fisica per cui i movimenti dei giocatori di Fifa fossero irreali, tra queste la legge del : “Ma come cazzo fa Gattuso a fa ngo così?”.
Fifa doveva ancora aspettare. Erano ormai due anni che io e Gazzobba non ci sfidavamo più tra noi in lunghissime sfide condite da sinossi come :”Sti sempre a scula” “Zitto che so più forte io,na vedi mai con me a palla” “Io non ho toccato niente, la scivolata me l’ha fatta er computer, anfame!”. Avevamo preso, infatti, l’abitudine di giocare in due con la stessa squadra e sfidare il computer. Ecco quindi un Europeo vinto con l’Italia con gol di Perrotta ai supplementari, un Mondiale con la Spagna e una Champions con il Liverpool, quest’ultima sudata quattro camicie. Ma tutto ovviamente iniziando le semplici competizioni e selezionando di volta in volta la squadra. Finché l’anno scorso ci imbarcammo in quella magica avventura che tutti gli appassionati conoscono con il nome di Master League. Intenzionati ad andare al sodo  ci siamo presi subito la Lazio, con i giocatori in rosa dell’anno scorso, per risparmiarci due stagioni con i vari Castolo, Minanda e Jaric. Colonne portanti di un calcio stellare.
Lo spennellone
Primi due anni buoni, perdiamo una finale di Coppa Italia contro il Catania, quarti di Europa League e terzo posto nella seconda stagione di Campionato, con un grande Peter Crouch acquistato dal Tottenham che segnava in qualsiasi maniera. Crouch fu un acquisto obbligato essendo un pallino storico del Gazzobba; una volta rischiò di essere bandito per secoli da casa Cimotto perché un gol segnato con lo “spennellone” inglese all’ultimo minuto provocò quel fenomeno fisico che i letterati chiamano ”raffica di bestemmie di gaudio”. Tutto questo alle tre di notte con la madre di casa Cimotto militante di "Comunione e Liberazione" che dormiva nella stanza di sopra.
Crouch a parte, ingraniamo e diventiamo campioni d’Europa il primo anno di partecipazione alla Champions con lo scheletro della formazione dell’anno precedente della Lazio e con l’aggiunta di Palmieri ( giocatore inventato da Iss Pro, baluardo difensivo dai piedi a spirale), Cigarini, Giovinco e Cavani. Zarate pallone d’oro. Calcio virtuale allo stato puro. L’anno dopo facciamo il botto sul mercato, tutti via, arrivano Silva ,Ozil, Benzema, Thiago Silva e Busquets. Vinciamo tutte le coppe inventate, ma in cinque stagioni non riusciamo mai a vincere un campionato. Con 92 punti finiamo per due anni secondi. La Roma davanti a noi ne fa sempre qualcuno in più. 93. 94. I cugini hanno costruito la squadra anti-Lazio acquistando Ribery, Aguero, Nasri, Guti, Iniesta e Ferdinand. Altro che progetto. Calcio virtuale allo stato puro. Un anno gli vendemmo anche il povero Lichsteiner. Fantascienza intergalattica.
La stagione successiva firmiamo con Messi, Ibra e qualche altro fenomeno. Andiamo falliti e finisce così la nostra avventura. Come ai tempi di Cragnotti.
Sembrava che per noi due il calcio virtuale avesse fatto il suo corso ma un giorno di quelli vuoti, con le lancette dell’orologio che scorrono lente, mi arrivò una chiamata del Gazzobba a casa: “Devi venire subito. Mi sono comprato Fifa 12”. Apriti cielo. Ma chi il Gazzobba? Colui che se vedeva lo stemma della Ea sports correva a prendere benzina e fuoco? Bestemmiatore dei tre mondi, fisico in provetta e presidente delle due Laf, Lega anti foulard e Lega anti Fifa? Un’occasione da non perdere. I cattolici di tutto il vicinato sono avvertiti repentinamente onde evitare possibili fraintendimenti.
Da critico professionista non saprei dire quale tra i due giochi sia migliore. Di certo Fifa ha fatto passi da gigante e la parte tecnica su trasferimenti e svolgimento tornei è di gran lunga su un altro livello. Decidiamo di provare l’ebbrezza di cominciare una Master League dalla Serie B, cosa impossibile a Iss Pro visto che i medici sconsigliano,per salvaguardare la salute, di scegliere formazione militanti nel campionato cadetto della Konami quali il Quatzola.
Ciofani in uno dei suoi famosi calci rotanti
La scelta ricade sull’Ascoli. Il “Projetto” era di conquistare la promozione la prima annata. Iniziamo con un paio di scoppole servite a freddo. Ancora ci dobbiamo abituare. Continuiamo con scoppole a portar via, scoppole fritte, scoppole al vapore e scoppole grigliate. Crediamo forse che sia il fatto di distrarci ogni volta che la voce di Caressa pronunci il nome di “Papa Waigo” a non garantirci la giusta concentrazione per portare a casa almeno un pareggio. Fatto sta che dopo una cocente scoppola contro il Sassuolo riavviamo da capo. Basta. Si rivoluziona tutto da oggi. Iniziamo nuovamente, ma stavolta con il Padova ( che a Fifa è “Padua”, forse alla maniera padana, chissà). Il “Projetto” era quello di conquistare la promozione la prima annata. Cutolo, Milanetto e Succi i nostri eroi. Dopo una partenza stravolgente ordiniamo due scoppole alla giudea, scoppole salate, scoppole tritate, scoppole al curry, scoppole sottolio. Rischiamo l’esonero. Diventiamo i monarchi assoluti di Scoppolandia.
Le imprecazioni si moltiplicano. Sinceramente io posso capire la difficoltà sempre crescente dei giochi di calcio virtuale, ma prendere tre gol da Caridi del Grosseto è proprio frustante. Per non parlare di Ciofani dell’Ascoli che quando lo avevamo noi era una pippa al sugo e ora sulla fascia si diletta in doppi passi, tunnel, piroette e calci rotanti.
Io ci provo a continuare a credere nel “Projetto” ma il Gazzobba assicura che appena ha tempo si va comprare Iss Pro 12 e al diavolo Fifa, Blatter, Platini e Ciofani.
Isterismo da calcio virtuale. L’amore per il pallone porta a tali pazzie. Malattie incurabili. Ma attenzione a non illudersi tanto facilmente . Questo mondo soprannaturale è solamente l’altra faccia di una medaglia ben nota. A volte non si allontana di tanto dalla realtà. Così come i videogiochi ti fanno innamorare di piccoli particolari, di controfigure e attori secondari di questo sport, nel calcio reale spesso sono i Gottardi, i Marco Lanna, i Guglielminpietro, gli Hargreaves, i Poggi e i Fabio Junior che lasciano un tocco di magia nell’aria . Esseri normali che per un giorno o per un’esistenza intera diventato degli eroi o dei mostri, ti riportano dolcemente indietro con gli anni, a quando eri bambino e sognavi un futuro da calciatore. Così è il calcio virtuale.
Certo vincere due Champions League con la Lazio e poi rischiare di essere esonerato con il Padua è un’esperienza che non auguro a nessuno.

Ciava.