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mercoledì 5 settembre 2012

Il pareggio sottosopra di Del Piero.


Del Piero ha firmato per il Sydney Football club. Sarà uno Sky blue, gentilizio del club, come da tradizione anglosassone.

Il giro del mondo in 80 squadre è terminato a otto ore di fuso orario dal meridiano di Torino.

Contratto biennale per due milioni di dollari australiani a stagione, l’equivalente di un milione e seicento mila euro.

Una vacanza lunga due anni, lontano dai riflettori italiani e dal calcio europeo. Del Piero sarà il pioniere, il pirata, il galeotto alla scoperta di un nuovo mondo. Waltzing Matilda. Il richiamo del grande continente australiano. You’ll come a waltzing Matilda with me.

Prima di lui nel Sidney Fc hanno già militato Benny Carbone e Juninho Paulista, con magre fortune, diciotto presenze in due ed un bottino di soli tre gol (in quattro partite) per l’attaccante italiano ex Roma ed ex Inter (anche se fu ex di una ventina di squadre nella sua carriera).

Una scelta radicale. Una sconfitta ed una vittoria. Del Piero abbandona il grande calcio per rifugiarsi in un progetto stimolante nella terra dei canguri, entrando di diritto nella lunga lista dei pensionati del calcio europeo.

La sua scelta, inizialmente, fu obbligata dalle decisioni della dirigenza bianconera. Quando ad Ottobre 2011, durante un’assemblea degli azionisti, Andrea Agnelli dichiarò "Del Piero è il nostro capitano, rappresenta il legame tra il vecchio e il nuovo stadio. Gli dedicherei un applauso perché ha fortemente voluto rimanere ancora qui con noi, per quello che sarà il suo ultimo anno in bianconero", in molti rimasero sorpresi.

Uno strappo allo stile Juve. Se mai ce ne fosse stato uno. Sicuramente un precedente nelle relazioni tra grandi campioni, che a lungo hanno vestito una maglia, e una dirigenza che si rivela irrispettosa, più che irriconoscente.
I cammini nella vita si separano, ma ci sono modalità che in alcuni casi vanno rispettate. Legame tra vecchio e nuovo stadio?

Uno schiaffo a Del Piero e all’immagine che rappresenta, a Torino, in Italia e all’estero. Saranno trattati ugualmente, quando verrà il momento, i vari Buffon, Pirlo e Marchisio? 

In una prima analisi la decisione dell’ultimo dieci juventino di emigrare, scarpini in spalla, a ventiquattro ore di aereo dal vecchio continente è una sconfitta. Non personale, ma nei confronti di quella stessa dirigenza che lo ha rinnegato con poca classe e poco garbo.
Non servi più qui. Pensionamento anticipato. Non rientri nei nostri piani. Trovati un’altra famiglia. Lontano da qui . Sottinteso e sperato.

Molte sono le storie di calciatori, a fine carriera, pronti a calciare palloni su altri lidi.

La maggior parte lo ha fatto consapevolmente, valutando serenamente le proprie situazioni. Scelte non imposte. Pensionati felici. Cannavaro a Dubai, Nesta e Di Vaio in Canada sono solamente gli ultimi naufraghi di un esodo dorato che iniziò prima con Pelè negli Stati Uniti, continuando con Zico e Leonardo in Giappone e arrivando a Effenberg e Romario nella penisola araba, propaggine che volgeva lo sguardo a Oriente, verso Cina e Russia.

Anche se molti, lontano da casa, non sono durati più di una stagione.

In questo senso quella di Del Piero è stata una scelta forzata, non studiata. Costretto all’esilio, anche se ancora voglioso di dimostrare il massimo, di giocare e di vincere.

Altri, prima di lui, scelsero nuove avventure meno esotiche e più competitive. Pirlo alla Juve, dato per finito, ancora fa rimpiangere alla dirigenza del Milan il proprio errore, la scelta avventata, il non averlo spinto a giocare all’estero.

Raul, che dopo una vita nel Real Madrid, ha vissuto una seconda giovinezza nello Schalke 04, fino alle semifinali di Champions League. Il giorno del suo addio a Gelsenkirchen, i tifosi tedeschi lo hanno omaggiato come neanche fecero in Spagna, dopo 18 anni di onorato servizio. Due anni intensi. Una porta sbattuta in faccia a Madrid, un’occasione per dimostrare a tutti il suo valore in Germania. Nel calcio che ancora contava. Dopo l'addio di Raul, lo Schalke ha ritirato la maglia numero 7 dell'attaccante spagnolo.



Del Piero avrebbe potuto giocare ad essere Raul, ad essere nuovamente Del Piero. Essere rimpianto a Torino. Giocare ai livelli che gli spettano.

Una sconfitta. Lontano dai risultati, dai campionati europei. Se Alessandro non è da Juve, non è da nessun’altra squadra. Non è da Malaga, non è da Liverpool, non è da Tottenham.
Aver scelto l’Inghilterra o la Spagna forse gli avrebbe dato qualche soddisfazione nei confronti di chi lo aveva cacciato, sbattendogli la porta in faccia.
Pinturicchio poteva dare ancora molto al calcio europeo ma è voluto essere un pensionato del calcio. Senza, però, averlo programmato. Gestendo una situazione surreale da un giorno all’altro. Soccombendo alle scelte unilaterali del club per poi, solo successivamente, analizzare la situazione. Senza prendere la palla a balzo. La palla che rotola nei campi di calcio europei.

Con l'Australia si passa da una sconfitta agonistica ad una vittoria personale.

Del Piero ha perso per non aver scelto l’Europa che conta, per aver escluso la rivalsa sul campo, ma ha vinto scegliendo Sidney.
“La situazione, il posto migliore” nelle sue parole. Ha puntato il dito nell’emisfero australe, dopo aver viaggiato mentalmente nei quattro angoli del mappamondo calcistico (River Plate, America, Svizzera, Thainlandia, Cina, Brasile) e ha deciso. Waltzing Matilda. Alla ricerca dell'Australia. 

Del Piero in America sarebbe stato uno dei tanti. Sarebbe stato un Henry, un Beckham. Un Del Piero pensionato sul set di Hollywood. Andare in Argentina o Brasile avrebbe significato una rivalsa a metà. Calcio che conta, ma agli antipodi. Lo stesso Trezeguet prima dell’emozionante esperienza argentina con il River è passato per il purgatorio spagnolo dell’Hercules. Seedorf è al Botafogo. Ma Seedorf non è Del Piero.

La Cina che dispensa stipendi da favola, 12 milioni a Drogba e 10.8 allo sconosciuto Conca (!!!), è davvero quello che merita un campione a fine carriera? Del Piero sarebbe durato mezza stagione alla corte cinese. Geograficamente e culturalmente. Come Cannavaro a Dubai: mezza stagione da giocatore, ora dirigente dell'Al-Ahli. Del Piero non meritava uno scempio simile, lui che a denti stretti ha vissuto l'anno di purgatorio juventino in Serie B. Affondare e riemergere con la sua squadra, la sua vita.

La Svizzera sarebbe stato un ripiego. Affacciata sul cortile di casa, troppo vicina. Con il richiamo torinese a poche centinaia di chilometri a bussargli alla porta. I ricordi e l'amaro di un addio non voluto.

Se non deve essere il calcio europeo che conta la sua nuova famiglia, che almeno sia una terra lontana e corallina. Dal Vecchio Continente al Nuovissimo Continente.

Meglio scappare allora. Essere il primo, non una controfigura. Un fuggiasco verso l'inglese nasale degli aussies verso i g'day mate (buongiorno in slang australiano), verso una terra calda e vasta, lontano dal cortile di casa. Non il prestigio della Premiere, ma l'accoglienza dell'Australia.

Nella terra sottosopra. Downunder. Lontano fisicamente. Dall’altra parte del mondo. Culturalmente, molto più vicino di quanto uno possa immaginare. Dallo Scudetto all’Opera House. Dopo “aver fatto tutto qui” Alex ha “bisogno di qualcosa di diverso”.

Questa scelta tanto radicale, che stupisce in molti, trova le sue ragioni nel contesto sociale dell’Australia e nella progettualità studiata dalla dirigenza del Sidney. La figura di Del Piero dovrà rappresentare un intero movimento, quello italiano, ma anche un accordo che pone al centro la rinascita del calcio australiano a livello nazionale.
Nel paese del rugby, del cricket e dell’australian football (sport praticato da Vieri fino ai quattordici anni), Pinturicchio sarà l’ambasciatore del Calcio. Una scommessa, una vittoria. Un campione che sceglie come priorità l’ambiente in cui vivere, in cui far crescere per alcuni anni i propri figli, senza badare molto all’ingaggio ( “solamente” 1.6 mil). Controcorrente.

Se nasce, questo viaggio in Australia, da una sconfitta calcistica, si capovolge, downunder, come vittoria personale. Una vacanza-studio dai buoni intenti. Non un dorato esilio all'ombra di palme di datteri. Un impegno professionale ed umano. Una scommessa. Una rinascita culturale. Un’opportunità. Un pareggio sentimentale.

                                                                I've been around the world
                                                          A couple of times or maybe more
                                                         I've seen the sights, I've had delights
                                                                  On every foreign shore
                                                            But when my mates all ask me
                                                                 The place that I adore
                                                                  I tell them right away:

                                                           give me a home among a gumtrees...

                                                           
Ho fatto il giro del mondo un paio di volte, ma quando i miei compagni mi chiedono quale posto adori più di tutti gli rispondo: datemi una casa all'ombra di un eucalipto, piena di alberi di prugne, qualche animale ed un canguro. L’Australia Sundance. Santa Del Piero. Una nuova terra. Sky blue. Cielo azzurro. Un'altra avventura che pareggia la sconfitta precedente, quella dell'orgoglio, della riscatta e delle emozioni. Un'altra vita.


A volte un pareggio può rivelarsi un affare inaspettato. Good luck.


Note:
Per un approfondimento dell'aria musicale e sportiva che si respira in Australia, più qualche citazione (visto che questo blog si chiama spoorts and culture):

Home among a gumtrees : canzone folk che elogia la terra ed alcune tradizioni australiane (citata a fine pezzo)


Downunder: è il nome con cui viene soprannominata l'Australia. Terra sottosopra. Un divertente classico degli anni 80'. "I come from the land downunder".


Waltzing Matilda: canzone simbolo. Considerata da molti il vero inno australiano, cantata spesso allo stadio durante le partite di rugby dei Wallabies ( e di riflesso nel calcio).


Sidney Swans song: canzone della squadra di football australiano di Sidney. Inizialmente un gioco praticato solo a Melbourne e nel Victoria, da qualche decennio è giocato in tutto il continente, un misto tra rugby e calcio, gioco molto fisico e duro (Vieri lo praticò fino a 14 anni). 


Stefano Accorsi e Libero de Rienzo nei panni di Bart e Andrea, tifosi juventini (nel film vanno al Delle Alpi per Juve-Atalanta), forse, avranno ispirato la scelta di Santa Del Piero?



martedì 5 giugno 2012

For de porta.


Questa sera andiamo a mangiare a Genazzano. “Scusate ma Genazzano dove cazzo sta?”. Il festeggiato decide per una gita fuori porta, che per noi che siamo dei Castelli Romani e quindi idealmente già “ for de porta”, sarebbe più che altro una gita fuori dal cortile.

Non ci facciamo demotivare dalla domanda geografica di un nostro amico, ormai abituato a bazzicare solo Roma centro, perché da poco trasferitosi dentro “la porta”.

Siamo cinque maschi che vivono una seconda giovinezza ormonale. Va da sé che i discorsi vertano principalmente su ragazze e calcio. Con ampie ellissi tecnico-tattiche parliamo del passo felpato di una stangona mora o del doppio passo di Cristiano Ronaldo, della solidità della nazionale tedesca e della solidità fisica delle giovani di Berlino.

Prima di accomodarci al ristorante prescelto, di cui si dice specialità della casa siano gli spaghetti a “Coa de sorica” ( poi uno mica lo fa apposta a parlare sempre di calcio e ragazze), decidiamo di scaldarci con un aperitivo.

Sullo schermo trasmettono Russia – Italia, amichevole di preparazione agli Europei che si giocheranno a breve in Polonia e Ucraina, valida per le battute tra amici sulla questione del calcioscommesse.

Visto che, come accennato in precedenza, una palla che rotola è sempre una buona scusa per sentirsi esperti del momento, un bambino di sei anni, in piena maturazione di una sua personale coscienza calcistica si sente attratto dalla nostra presenza di finti filosofi e esordisce : “Perché tifate Russia?” “No guarda, noi non tifiamo Russia, solo che il mio amico, è un amante del bel gioco. Si sente, come tutti i maschi in età adulta, un tecnico da bar e suggeriva all’attaccante russo dal nome impronunciabile di tirare invece che allargare sulla fascia”. “Ma come amante del bel calcio? Io non tiferei mai contro la mia squadra. Ma perché hanno arrestato i giocatori? Ma arrestano anche Buffon?”.

Io credevo fosse difficile parlare con i bambini di sesso, guerre e morti, non credevo sinceramente lo fosse per il calcio. Ma fin qui mi sbagliavo.

Dobbiamo pesare bene le parole per non rovinare le grandi aspettative che un ragazzo di sei anni conserva romanticamente nei confronti di questo sport.

Smarcando con un doppio passo alla Edmundo il giovane che ormai ci marcava a uomo , veniamo incastrati dal padrone del bar che ci svela come lui sia un tifoso della Roma ma simpatizzante del Milan. “ So obbligato perché ce sta un regazzino del paese che gioca col Milan baby e quindi quando diventa famoso lo faccio sposa co mi fija e me paga er mutuo della casa”. Ormai se sono queste le emozioni che ci può regalare questo sport meglio interessarsi subito al salto in alto e al tiro del giavellotto.

Salutiamo e promettiamo di tornare dopo cena per un amaro.

A tavola come antipasto si parla della solidità tedesca e di come Neuer assomigli all’attore di Spider Man. Poi per il resto delle portate si parla di ragazze e di cibi locali.Il calcio ci viene servito solo di ritorno al bar. Mentre stiamo sorseggiando un buon amaro sentiamo degli strombazzamenti di clacson accompagnati da forti urla; il rumore proveniente dal fondo della vallata si sta avvicinando a noi.

La mezzanotte è passata da qualche minuto e non capiamo a cosa sia dovuto questo baccano: una festa cittadina, un matrimonio, un addio al celibato o semplicemente qualche ubriacone risorto nella vallata.



Il padrone del bar, tifoso della Roma, simpatizzante per il Milan a causa delle leggi del mercato, ci dice: “Nce fate caso, questi so li juventini!”.

“I juventini?” chiediamo. L’aveva detto come se fossero una specie animale in via d’estinzione, che in quel giorno e a quell’ora della notte si rimpadronivano delle strade per dimostrare che esistevano ancora. “Si li juventini, stanno a festeggià lo scudetto!”.

Non crediamo al tifoso impostore fino a che non vediamo sfilare sotto i nostri occhi una decina di macchine sonanti con bandieroni della Juve, accompagnate dai canti dei passeggeri “I campioni dell’Italia siamo noi”. Forse passata la mezzanotte e essendo tecnicamente già 2 Giugno la combriccola di juventini-genazzanesi faceva la propria “sobria parata”, o forse quei tifosi festeggiavano il fatto che Buffon non avesse preso reti nell’amichevole contro la Russia e i 3 gol erano stati segnati tutti ai danni di De Santis e questo li rendeva automaticamente campioni morali della Coppa Italia, grazie a un decreto emanato da pochi minuti dalla Figc.

Niente di tutto questo, i genazzanesi festeggiavano proprio la vittoria dello Scudetto, avvenuto il 6 maggio sul campo e festeggiato il 13 maggio a Torino.

In un calcio senza memoria, in cui i campioni di oggi sono costretti a scendere in campo il giorno successivo per la difesa di un altro trofeo, in cui non c’è attimo per i festeggiamenti che già bisogna salire su un aereo e scappare dal campo, in cui i detentori, appena vinta una competizione, già devono pensare a difenderla, i genazzanesi si riappropriano del loro tempo perduto e in barba al calcioscommesse, alle inutili notizie di calciomercato, alla sconfitta della Coppa Italia e all’amichevole di una deludente Italia festeggiano il loro personale scudetto, un mese dopo.

Per noi cittadini della metropoli, drogati di calcio moderno e di notizie inutili di calciomercato in momenti morti della stagione, se mai l’Italia dovesse vincere l’europeo, o una delle nostre squadre di club trionfare in qualsiasi competizione e vorremmo festeggiare a oltranza, senza osservare galatei Fifa, sappiamo già dove andare a fare caroselli. Un buon piatto di spaghetti alla “Coa de sorica”, due chiacchere con gli amici e una strombazzata per le vie di Genazzano. Anche se fosse due mesi dopo un’ importante vittoria. Il calcio in provincia si prende i suoi tempi.

martedì 22 maggio 2012

Fischi per fiaschi


Si condannino i fischi all’inno. Non si condanni una spettacolarizzazione sfrenata del calcio. Non si condanni la scelta di far cantare quell’inno alla prima cantante di passaggio, ripescata o scoperta in qualche reality show, nella patria dei televoti.

Si condannino i fischi e non si condannino i politici, leghisti e non, che ogni giorno offendono la patria silenziosamente. Si condannino i fischi all’inno e non si condanni a parole chi siede su quelle tribune, che l’Italia e il suo sport ha rovinato.

Che si condannino per una volta i fischi all’inno, di questa patria tricolore che troppo spesso si  dimentica dei suoi figli.

Che si condannino i fischi e non si condannino i tagli. Che si condannino i napoletani e le loro tarantelle e non si condannino i giochi di potere romani.

Che si condannino i fischiatori e non si condannino gli eversori, gli evasori e i revisionisti della Liberazione.
Chi condanna e chi si scandalizza ha preso fischi per fiaschi.

Che si prendano tutti i fischi Schifani, Lapo Elkann, Napoleone e Garibaldi. Che son meglio i fischi del silenzio assordante, dell’omertà o delle grida a squarciagola per difendere una patria, sempre meno amata, che molto toglie e poco dona. Fischiando si tiene sveglia l’attenzione.

Noi che condanniamo senza spiegazioni, faremmo bene a riflettere sui motivi e sulle cause, e ci accorgeremmo che dopo qualche istante, pensandoci su,  fischietteremmo anche noi. 

giovedì 10 maggio 2012

Movimento 3 stelle.


Quando una vecchia signora riconquista i riflettori dopo anni di buio sofferente, i discorsi, le parole e le argomentazioni sono appunto da vecchia signora, da garante dell’ancien régime, da padrona indiscussa e nostalgica di un tempo passato.

La Juve è tornata al centro del mondo calcistico italico dopo anni di penitenza, ricostruzioni fallite, progetti marci e annate decisamente amare.

Ha vinto lo Scudetto senza mai perdere in Campionato e mostrando un calcio dinamico, moderno, rapido e un ottimo gioco di squadra, con un allenatore giovane, di casa, alla sua prima esperienza importante. Alla faccia di tutti i progetti decantati in Italia, ma che sempre, affannosamente, cercano conforto in santoni stranieri; quando in realtà la soluzione  si potrebbe trovare tranquillamente nel giardino di casa.
Conte ha saputo riportare la Juve al centro dell’attenzione e già solo questo sarebbe bastato dopo anni in cui i bianconeri erano considerati alla stregua di una qualsiasi provinciale italiana.

Anche se non avesse vinto lo Scudetto, il progetto Conte sarebbe stato allo stesso modo un progetto vincente, quando è la mentalità che fa la differenza e bisogna solo farsi trovare pronti all’occasione giusta.

Sfruttare le contingenze ( no competizioni europee uguale più riposo), gli errori degli altri, sul campo e nel mercato ( affare Pirlo) e delineare una mentalità che intimorisca l’avversario ( allo Juventus Stadium non si passa) sono gli giusti ingredienti, che aggiunti ad un’ottima rosa, possono fare la differenza in un’annata.

L’unico grande difetto di questa avventura è il fatto di essere italiana, geneticamente instabile. In qualsiasi altra regione calcistica europea si sarebbe lodato il grande lavoro di questo gruppo, analizzando meriti e fortune e sarebbe stata elogiata la fame di riscatto e di rinascita.

Qui da noi, queste riflessioni passano in secondo piano e lasciano spazio alla polemica sulle tre stelle.  L’umiltà non è figlia delle nostre terre e riconoscere di essersi lasciati alle spalle una cattiva conduzione societaria e aver cominciato un nuovo ciclo, pronti a lottare per gli stessi obiettivi del passato, ma con una nuova politica trasparente, è una cosa impensabile, non solo in casa Juve, ma per qualsiasi club italiano dai Dilettanti alla Serie A. Da noi, tutti sono perseguitati, tutti sono vittime di complotti, anche gli stessi complottisti.

Non è colpa degli Agnelli, se la Juve vuole la terza stelletta sulla maglia. Le cause sono tutte da cercare nel dna di noi italiani, tutti quanti immuni dalla giustizia che pretendiamo per gli altri.

Al posto degli juventini, tutti si sarebbero comportati alla stessa maniera. Come si può domandare da un lato trasparenza, giustizia e legalità nella vita politica nazionale se poi nel calcio questi discorsi non valgono più?
Mi si obbietterà che stiamo parlando di un gioco e, che in questi casi, l’istinto e le emozioni contano più che la razionalità. Ma veramente il calcio nel 2012 può essere considerato solamente un gioco? Con tutti gli interessi, gli sponsor e il baraccone mediatico che vive per il pallone? Oggi più che mai, un gol annullato, un fuorigioco o un’espulsione valgono da soli, milioni di euro e come minimo il rispetto delle regole basilari viene richiesto a tutti quelli che decidono di far parte di questo mondo: allenatori, società, arbitri, giornalisti etc…

Vista da altri lidi, la polemica del trentesimo scudetto è un’offesa per gli amanti del calcio, che credono ancora, nel grande fascino di questo sport e nella sua potenza educativa.

Inoltre perseverando nell’errore si è spesso ristretto questo importante dibattito alle sole Inter e Juve. Vecchi veleni e vecchie diatribe riemerse in occasione della vittoria dello Scudetto juventino.

Sandro Veronesi, scriveva giorni fa su La Repubblica, che la Juve avrebbe conteggiato 28 scudetti se solo l’Inter si fosse privata dello scudetto, assegnatoli a tavolino nel 2005-2006. Quando in realtà nelle argomentazioni di tutti gli osservatori calcistici manca un punto fondamentale: l’offesa ai principi dello sport, il danno alle altre società partecipanti al torneo, la mancanza di rispetto verso i propri tifosi.
Gli amanti di questo sport chiedono solo chiarezza, rispetto per una passione e poche chiacchere. Juve o Inter, il problema è sapere cosa è successo in quegli anni, chi sono stati i colpevoli e come si può prevenire un ritorno a quei meccanismi.

I virtuali assegnatari di quegli scudetti, dovrebbero essere le società retrocesse sul campo, le squadre pulite penalizzate dagli accordi tra dirigenti e arbitri e soprattutto tutti i tifosi presi in giro.

Inter campione o nessun campione, la vittima di quegli anni è stata lo sport e il fatto che si sia speculato sopra una passione di milioni di tifosi è un problema che rimarrà sempre.

Al calcio manca ancora questo, un pizzico di maturità per capire ed iniziare ad apprezzare le vittorie reali. Ma qui siamo ancora ad acclamare Scudetti comprati, presidenti e dirigenti corrotti ( Tanzi, Cragnotti, Moggi), che snaturano la bellezza di questo sport.

In Italia il tifoso prende a cuore le politiche societarie, spesso senza coscienza critica. Le dirigenze in Italia sono odiate solo quando le squadre sono sull'orlo del baratro, in annate fallimentari o quando i presidenti mettono il bastone tra le ruote delle tifoserie organizzate. I tifosi juventini parlano in prima persona quando dicono:" per la giustizia solo noi siamo i ladri". Così facendo commettono un grave errore. Si può criticare una gestione, anche vincente, e condannarla verbalmente perché ha macchiato una storia centenaria di successi e trionfi. Ma gli juventini ( così come molti altri) preferiscono mettersi dalla parte di una dirigenza corrotta e condannata, purché sia vincente. Così facendo si rendono complici del degrado calcistico nostrano, non meritandosi nessun elogio.

Impadronirsi della terza stelletta, a questo punto, sarebbe non riconoscere delle regole di convivenza comune, anche se considerate sbagliate dai juventini. I festeggiamenti poco contano se si è l'unici invitati alla festa. L’unica via da percorrere è chiedere ulteriori accertamenti  e continuare a lavorare sul nuovo progetto. 

Comportandosi diversamente si darebbe vita a una surreale interpretazione delle regole. Il Milan non potrebbe riconoscere lo Scudetto attuale e così si potrebbe andare a ritroso per anni, perché non si potrebbero considerare valide le scelte di assegnare anno per anno gli Scudetti a chi di dovere. I club, altresì, potrebbero non riconoscere l’autorità Juventina di giocare la Serie A, se a loro avviso la punizione della retrocessione in B non fosse stata adeguata.

Gli Scudetti è vero, si vincono sul campo, ma il Calcio ormai ha superato i confini degli stadi e si gioca anche nei Palazzi, nelle televisioni e sui giornali. La scelta della giustizia sportiva deve essere accettata al pari di un fischio arbitrale per un fuorigioco inesistente o per un gol fantasma.

Quello che tutti i tifosi di calcio vogliono è una nuova Juve, da lodare per le conquiste sul campo e per lo stile. Discussioni e movimento per le tre stelle non giovano ai bianconeri e al calcio tutto. O almeno, che siano discussioni costruttivi, che aprano un dibattito ampio e serio nel mondo del calcio.

La Juve, in conclusione, non conteggiando i due scudetti recriminati ne guadagnerebbe in immagine e rispettabilità, che nel calcio malato di oggi non sono virtù da poco, a volte più preziose di un trofeo.

martedì 6 dicembre 2011

La rivoluzionaria maratona del calcio : dal venerdì al lunedì.

Il calcio spalmato minuto per minuto. Uno dei fine settimana più lunghi della storia del Campionato italiano è giunto al termine. Ma il baraccone del calcio non si ferma e se aggiungiamo anche la partita di Giovedì della Lazio in Europa League contro il Vaslui e la due giorni di Champions alle porte ci accorgiamo che non c’è giorno nello stivale che non si parli di spread, di nuovi governi, di crisi dell’Europa e di Calcio. E tra poco si parlerà di mondiale per club, di panettoni, acquisti natalizi, di campioni d’inverno,europei, ritiri e vacanze dei calciatori, in una fornace che mette alla prova anche i più preparati allenatori da bar.
Il fatto che scriva per hobby e non per professione mi permette di diluire i tempi, quello che in termini tecnici romaneschi sarebbe “fa’ npo’ come me pare”, e srotolare una panoramica della giornata trascorsa direttamente al martedì.
Sulle testate che di sport vivono ( e quando si parla di sport si intende calcio, qui nella penisola) si è costretti ad assistere alla fiera della suspence : “Vittoria del Milan aspettando l’Udinese”, “Vittoria dell’Udinese aspettando la Juve”, “Vittoria del Napoli aspettando la Lazio” e aspetta che aspetta quando finisce la partita all’Olimpico si fa fatica a ricordare cosa abbia fatto il Milan il venerdì precedente.
I rossoneri hanno vinto, hanno atteso l’Udinese alla prova Inter ( o forse era viceversa), sperando che ritardasse, invece la squadra friulana si è presentata all’appuntamento in tempo. Uno a zero al Meazza. Con dedica speciale a tutti gli scettici, increduli che la squadra di Guidolin potesse tenere ritmi alti anche quest’annata. Da segnalare un rigore sbagliato per parte. Il tiro di Pazzini, già divenuto famoso per la sua scivolata, è un elogio alla vendetta. Da laziale penso: chi la fa l’aspetti. L’anno scorso uno scivolone difensivo di Biava fece vincere un'Inter in inferiorità numerica, annullando i sogni da grande Europa di noi poveri aquilotti. 
Oggi la vendetta è servita fredda, nella fredda Milano. L’Inter è costretta a dimenarsi nei bassifondi della classifica, in una situazione che non si presentava da 65 anni. Io fossi la Lega Calcio ritirerei la squadra solo per l’impresentabilità del campo. Ma come, stiamo parlando con i Campioni d’Europa, del mondo e delle due Italie e ti presenti con un manto del campo che neanche in provincia di Potenza in seconda categoria (discorso valido anche per il Milan). Quando i grandi club pensano a imitare le grandi d’Europa, si concentrano solo sui giocatori e sugli ingaggi, l’ambiente e tutto ciò che ruota intorno al calcio sembra che siano aspetti secondari.
Poveri interisti. A peggiorare il tutto aggiungiamo anche che gli errori nerazzuri fin qui sono stati tutti imputati all’allenatore di turno. A mio avviso la colpa più grande è di Moratti che dopo la chiusura di un ciclo con Mourinho non è stato in grado di esaudire le richieste di Benitez, uno dei migliori allenatori in circolazione, mettendogli a disposizione la stessa rosa dell’anno precedente. Niente Mascherano, niente Kuytt, niente Torres, niente partenze di Maicon e Milito. Al portoghese si regalarono Eto’o, Lucio e Snejder, per la nuova gestione arrivarono Biabiany e Coutinho e neanche si riuscirono a far partire giocatori ormai fuori dal progetto e in cerca di nuove sfide.
La Domenica pomeriggio invece ci delizia con la sconfitta della Roma e la vittoria della Juve. I bianconeri conservano la testa della classifica grazie ad un 2-0 contro un Cesena in assetto tartaruga. L’espulsione incredibile di Antonioli e il rigore fischiato a Giaccherini fanno ripetere il mantra: “Quest’anno devono fa vince’ la Juve”. 
Il mio amico Gazzobba, fisico d’altri tempi ed esperto bestemmiatore dell'antimateria, lo dice almeno da Luglio. A suo sostegno un grafico e una formula matematica in grado di prevedere l’esito del campionato italiano rispetto al minutaggio concesso a ogni squadra e alla scaletta di notizie di Studio Sport. Applicando questo sistema bisogna stare attenti ad eliminare i corpi estranei al calcio giocato della Serie A, altrimenti la classifica si presenterebbe sotto quest’aspetto: Juve, tifosi della Juve, stadio della Juve, Marotta, Milan, Galliani, Inter, Mourinho, Napoli, De Laurentis, Roma, Luis Enrique, Barcellona, Messi, Nadal, Cagnotto, Vezzali, Udinese e Lazio.
Come si può notare schema alquanto improbabile per il fatto che i tre posti disponibili per la Champions League sarebbero occupati esclusivamente da entità juventine.
Detto ciò quello che servirebbe realmente al calcio italiano, non è tanto il ritorno della Vecchia Signora nei posti che gli competono, tanto quanto una riforma della gestione del sistema stesso, che sia in grado di revocare un’espulsione ingiusta come quella di Antonioli.
Da rosso ai rossi e Rossi si passa a Firenze, non per la tradizione politica toscana ma per la partita andata in scena al Franchi. La Roma termina addirittura in otto e prende tanti gol quanti suoi giocatori lasciano il campo, messi in punizione da cartellini un po' più che gialli e in ugual numero ai fischi che servono all’arbitro per decretare la fine dell’incontro.
La partita sicuramente poteva evolversi in maniera differente senza la sciocca espulsione di Juan, ma il calcio è fatto anche di questo. Da notare come la Roma sfrutti a suo favore questi episodi che nel calcio fanno la differenza, solo contro le “piccole”, così come accaduto nella vittoria di Novara, che ha avuto il difetto di nascondere agli occhi dell’ambiente giallorosso gravi problemi strutturali della squadra, grazie all’entusiasmo dei gol di Bojan e Osvaldo. Udinese, Lazio e Fiorentina non hanno perdonato. Avranno anche vinto grazie a piccoli episodi contro la Roma, ma se episodio è traducibile con gol o espulsione, allora hanno vinto giocando al calcio.

L’espulsione che rimedia nel finale Bojan è rivelatrice del brutto momento che sta passando la compagine di Luis Enrique. Un gesto inutile, di resa ad un destino amaro, istintivo e adolescente. Il giovane catalano si dovrà scusare doppiamente, per il rigore e per il fatto di avere buttato a terra la maglia della Roma. L’inferno per i nostri cugini e il paradiso per noi laziali che ci pavoneggiamo nello sfottò capitolino : “A.S Roma Calciotto 1927”, “Ultima ora: Bojan si scopre cugino di Valdes e nipote di Zubizareta”. Quello che non si spiega è il perchè della parata del giovane talento romanista, oramai in una partita persa. Suarez, con la sua elasticità almeno aveva garantito il passaggio in semifinale dell’Uruguay contro la sorpresa Ghana, in una delle pagine più tristi per i valori dello sport. Bojan ha garantito in questo modo solo le critche. Inoltre la Roma sarà costretta così ad una formazione di emergenza nel prossimo scontro contro la Juve.
Anche se la profezia di mio padre a riguardo non mi sembra sbagliata : “Mejo così almeno se riposano, tanto con la Juve è già scritta.”. Forse anche lui, a sua insaputa, applica la formula matematica scoperta dal Gazzobba.
La giornata di campionato si chiude con un Parma-Palermo, miglior giocatore in campo Sky la nebbia e con il posticipo al lunedì di Lazio-Novara.
I biancocelesti portano a casa la vittoria con il minimo sforzo, grazie a un gol di Biava e ad una doppietta di Rocchi (102 con la maglia della Lazio). Novara mai in partita, tra gli spettatori a casa di Di Stefano ( cognome da fenomeno) ci facciamo beffa dell’Inter che a inizio campionato rimediò una sonora sconfitta dai piemontesi e della Roma che riuscì a vincere solo dopo un gravissimo errore di Meggiorini solo davanti a Stekelenburg. Da segnalare un palo di Cissè, che aggiunge emozioni alla soap opera del francese, fatta di gol mancati, sfoghi, strambe pettinature, accuse e scuse ai tifosi e dibattiti sul razzismo sui giornali d’oltralpe, ignari del fatto che Cissè a Roma è benvisto dalla tifoseria da loro definita "fascista" e criticato dalla restante parte dei laziali che vorrei definire "democratici" ma mi limito con un "disinteressati al connubio tra politica e calcio", ai quali non importa niente delle faide tra Lotito e il tifo organizzato, del Duce e delle nuove posizioni di Di Canio e ai quali interessa solo il futuro e il bene della Lazio.
Finisce quindi con una Lazio che si accoda al gruppo in fuga di Juventus, Milan e Udinese questa maratona moderna di quella che si continua a chiamare “giornata” di campionato.

 La rivoluzione dal venerdì al lunedì, a colpi di diritti televisivi e interviste preconfezionate. Basta poco nel mondo a sfera. Ho ricordi di cassette e di racconti in cui il calcio era rivoluzionario per davvero. Ti potevi chiamare come un filosofo, avere una laurea in medicina, bere birra, fumare quantità industriali di sigarette, parlare di politica e di autogestione delle squadre. Per fortuna oggigiorno quando uno stadio intero alza il pungo al cielo per ricordare quel grande campione e rivoluzionario che fu Socrates, allora vuol dire che non tutto è perduto, che il calcio, oltre alle relazioni extra coniugali dei calciatori, alle bravate, al calciomercato, ai commenti di Twitter e alle autobiografie, può ancora regalarci qualcosa di profondo e di vero, dal lunedì alla domenica.