giovedì 26 gennaio 2012

Il ritorno della Coppa del Re: un classico italiano.

Lo scontro di Coppa Italia tra Napoli e Inter fa poca notizia nella nostra Repubblica calcistica. Liberi da ogni monarchia e corona, diventiamo per una settimana dei sudditi devoti allo spettacolo della Coppa del Re, quando a contendersi lo scettro del torneo sono Barcellona e Real Madrid.

In una nazione che di calcio si nutre sarebbe da sciocchi gustarsi la magia di una partita, ricca di storia ed emozioni che vanno oltre una vittoria e una sconfitta, senza nessun affanno e in piena tranquillità. Per questo, da veri partigiani che siamo, prendiamo ognuno le difese di una formazione o dell’altra.
Parlare del Barça o della Casa Blanca diventa come sfogarsi e sgolarsi in una delle più classiche discussioni tra romanisti e laziali, tra interisti e juventini al bar sotto casa. Ognuno con le sue lenti ed ognuno con il suo odio. Forse perché, ad oggi, il nostro calcio è sempre meno ricco di spunti e per questo cerchiamo conforto e passione in altri campionati.
Dieci anni fa forse ci saremmo accomodati comodi in poltrona pronti per goderci lo spettacolo. Cosa impossibile oggi, quando prendere le parti di Mou o di Guardiola, di Pepe o di Xavi è, in sintesi, una scelta se non di gusti, di una concezione di vita.
Lo Special one, a mio avviso, ha cambiato la concezione di questo scontro.
In Italia prima si poteva godere delle prodezze di Rivaldo o di Zidane allo stesso modo.
Fino a qualche anno fa addirittura, il tifoso medio, da una parte elogiava il grande gioco del Barcellona ma dall’altra sperava di incontrare una formazione che la contrastasse sul campo.
Molti di noi che oggi tifano blaugrana ciecamente, si schierarono dalla parte dell’Arsenal di Wenger quando, negli ottavi di finale della Champions dello scorso anno, i londinesi passarono in vantaggio al Camp Nou e solo grazie a una scellerata espulsione ai danni di Van Persie persero il biglietto per i quarti di finale. Altri tifarono il Chelsea di Ancelotti, schierato in campo con perfezione tattica, condannato da Iniesta all’ultimo minuto in una semifinale di due anni prima.
Poi è arrivata l’Inter di Mourinho. Ma è raro che in Italia si tifi per un’italiana, troppe faide interne e brutte storie nel nostro campionato. Così gran parte degli italiani quel giorno tifò per la "remuntada" catalana.
Il portoghese da nastro nascente col Porto era passato per un periodo nella terra delle buone maniere londinesi. La sua irriverenza e stravaganza erano ancora ben viste agli occhi di tutti gli amanti del Calcio. Il nuovo che si affacciava. Ma spesso, come accade nella nostra storia recente, è stata l’Italia che più di tutti lo ha influenzato, positivamente con le vittorie e negativamente nel carattere. Mourinho si è trasformato in Mourinho nei suoi anni italiani.
In un calcio malato come il nostro il portoghese si è ambientato a meraviglia, plasmando definitivamente la sua personalità di provocatore.
Gli interisti lo amano, gli altri, tutti, lo odiano. 
Trasferitosi in terra iberica, ha portato il suo nuovo credo nello spogliatoio madridista: noi contro tutti.
Le conferenze stampa, le provocazioni, la poco umiltà di fronte ai propri avversari ci hanno aiutato ancora di più ad amare il Barcellona.
Mourinho ci ha tolto quel poco di romanticismo che avevamo preservato con avidità. Quando sognavamo che la squadra più debole vincesse contro la corazzata. Il calcio è bello per questo, ci siamo sempre detti. Ora ad ogni Barcellona-Getafe, Barcellona- Rayo Vallecano speriamo tutti in una goleada. Grazie a Mourinho.
I pochi a suo favore ormai si contano sulle dita di una mano: qualche interista sentimentale e un mucchio di similamanti del calcio, anticonformisti a tutti i costi ( “Basta co sto Barcellona” “Dopatiladrisimulatori” “CristianoRonaldotiralemine !”)
Il ritorno di Coppa del Re era l’occasione buona per far ricredere i detrattori. Un passaggio del turno, aggiunto all’attuale situazione in campionato che vede il Real a +5 dal Barça, sarebbe bastato per le conferenze stampa dei prossimi quattro mesi.
Il portoghese ormai messo alle corde dagli stessi tifosi, dalla stampa che lo compara al comandante Schettino e da parte dello spogliatoio, sognava una fantomatica rivincita per calmare le acque.
Il madridismo si è stretto attorno alla squadra sperando nell'impresa. Dagli archivi storici è rispuntato il mito dell’ultimo due a zero in terra nemica,nella semifinale di Champions dell’annata 2001/2002, con gol di Zidane e MacManaman dopo un non positivo pareggio al Bernabeu per 1-1.
Si vociferava addirittura di un intervento del fantasista francese, trascinatore di quei galactitos, per motivare lo spogliatoio.
A vedere come scendono le due squadre in campo sembra che gli incoraggiamenti dell’ambiente madridista abbiano funzionato. Peccato che dopo dieci secondi dal fischio d’inizio davanti a Pinto ci si sia trovato, al posto di Zidane o Raul, el Pepita Higuain che spreca una ghiotta occasione. Piquè sembra convinto che in porta ci sia Valdes e lascia sfilare una palla lenta per colpa di una sistematica abitudine, che prevede la presenza del portiere titolare come primo giocatore ad impostare il gioco. Pinto che non è Valdes, ritarda l’uscita e Higuain ci ricorda grazie alla sua nonfreddezza perché l’Argentina di Messi non riesce ad affermarsi a livello mondiale.
Il Real Madrid ha venticinque minuti di buon ritmo, organizzazione discreta, rapide ripartenze, poca concretezza e un pizzico di sfortuna quando una sassata di Ozil si ferma contro l’incrocio dei pali.
Il ritmo è altissimo e il Barcellona perde Iniesta per un infortunio a centrocampo. Entra Pedro e Fabregas da finto centravanti retrocede nella mediana. Sarà proprio il nuovo entrato a siglare alla prima chiara occasione da rete il vantaggio dei blaugrana, dopo un’ottima giocata del solito Messi.
Cristiano Ronaldo nell’altra metà campo è l’emblema della sofferenza. Regala ai telespettatori delle sequenze video che ogni compagnia pubblicitaria di gel e non comprerebbe a peso d’oro.
Poco dopo allunga le distanze Dani Alves con un missile terra aria. Aggiunge un gol al tabellino e un balletto al repertorio in compagnia di Abidal.
Si va al riposo con la Casa Blanca tramortita. Il tutto fa pensare ad una partita chiusa e qualificazione in cassaforte. Ma il Real reagisce e stupisce. Un assist delizioso parte dal sinistro di Ozil per Cristiano Ronaldo che lascia sfilare il pallone e con un bel dribbling supera Pinto e accorcia il divario.
Neanche il tempo di metabolizzare che il Madrid trova il pareggio dopo una disattenzione di Piquè che rinvia maldestramente sulla testa di Callejon. Il pallone carambola sui piedi di Benzema, che supera splendidamente Puyol con un pallonetto e pareggia i conti.
Gli ultimi venti minuti sono carichi di tensione e il Camp Nou nel suo silenzio sembra quasi voglia scongiurare un incubo imminente.
Per loro fortuna ci sarà solo da annotare un’espulsione ai danni di Sergio Ramos.
La partita finisce 2-2 ed il Barcellona passa il turno.
Un bello scontro, di quelli veri che oggigiorno mancano in Italia. Anche se troppi sono gli interventi duri.
Da quando Mourinho è sulla panchina del Real ogni classico vede giocate strabilianti affiancate a botte da orbi. I blaugrana in questo marasma si sono adeguati andando spesso a cercare il fallo, ma il peccato originale è dei merengues, che spesso confondono la grinta con la cattiveria. Alcune entrate non si vedono nei nostri campi neanche in seconda categoria. Ogni fischio del direttore di gara ormai è un reclamo, una richiesta di giallo o un’indignazione tra entrambe le parti. Il tutto questo a scapito del buon gioco e di una tranquillità nel giudizio arbitrale.
Alcuni dicono che il Madrid ha dominato, ma se questo forse può essere vero riguardo alle chiare occasioni da rete, certo non lo è stato nella costruzione del gioco. La palla era sempre tra i piedi di Busquets, Messi e Xavi e il Real è stato bravo soprattutto a giocare di rimessa, grazie ad un Mesut Ozil illuminante.
Le accuse di arbitraggio scandaloso si rincorrono da Madrid alla Catalogna.
Dalle nostre parti, ci si dimentica di Inter-Napoli e delle polemiche annesse. Si prendono le difese di Pinto, si accusa Pepe di antisportività, si elogia Messi, si attacca Mourinho e si inalberano discorsi infiniti su falli, prestazioni, cantere, mentalità e arroganza. Il bel calcio è da molto tempo emigrato all’estero. Tra un caffè e l’altro ora anche le solite chiacchere da bar fanno le valigie verso altri lidi. Ma l’euforia e lo spirito di chi discute sono sempre gli stessi. Un classico.

martedì 10 gennaio 2012

Il Pallone d'oro alla carriera.

Il Pallone d’Oro 2011 è stato consegnato a Lionel Messi. Un gesto che ha posto un sigillo immaginario alla competizione del premio per il miglior giocatore del mondo. Sarà così per molto tempo, a meno che un cataclisma non cambi le attuali gerarchie calcistiche o che il Barcellona si prenda un anno sabbatico lontano dai campi. Certo, come si sarebbe potuto dare il Pallone d’Oro, quest’anno, ad un altro giocatore, se l’anno scorso, anche dopo una Champions League vinta dall’Inter di Mourinho e un’eliminazione umiliante dell’Argentina contro una grande Germania ai mondiali sudafricani, la Pulce era stata premiata nuovamente, per la seconda volta, come migliore creatura nel globo a forma di palla?
Da quando Messi è Messi, il premio si è adattato alle magie del campione argentino. Un sonnifero allegro per i giurati, per gli spettatori e per gli appassionati di calcio di tutto il mondo. Iniesta, Xavi, Snejder, Eto’o o Forlan potranno vincere quanti più trofei una bacheca può sopportare, potranno portare club o nazionali sgangherate alla conquista di finali e semifinali mondiali, ma finché la Pulce salterà di campo in campo, seminando prurito e fastidio nelle file difensive avversarie, non c’è ragnatela di passaggi che tenga: il mondo ha bisogno di un solo eroe.
Il Palcoscenico di incoronazione è allestito a Zurigo, dove è celebrato il Calcio moderno in un’atmosfera che è un misto tra galà e ritrovo di famiglia.
Sky dedica un’ ampia presentazione alla cerimonia con ospiti in studio, i quali si sfidano a colpi di pronostici e motivazioni. A Messi si perdona il fatto di non aver vinto niente con la nazionale ma a Guardiola si rimprovera, in parte, di aver vinto solo col Barcellona. Strani concetti costacurtiani.
Il collegamento della Svizzera ha inizio e sono costretto a cambiare canale dopo neanche due minuti. I conduttori in studio, Trevisani e Cattaneo, parlano sopra i presentatori ufficiali, spesso anche fuori tema, in segno di poco rispetto per lo spettatore attento. Decido di mettere l’opzione in lingua originale ma la mia delusione è massima quando scopro che in qualsiasi caso sarò costretto a sentire la voce dell’interprete italiana. Voglio sentire i protagonisti che parlano, le loro espressioni, il loro inglese zoppicante, i sorrisi e le pause. Messi tradotto dallo studio diventa uno scugnizzo che parla un italiano accademico. Io voglio il Messi argentino, cresciuto a Rosario.
Sono quindi costretto a cambiare su Eurosport, dove la cerimonia è in versione integrale, senza interruzioni dallo studio.
I presentatori sono una signora nonsochissia e Ruud Gullit in persona. Le signore passano in secondo piano, qui si parla di Calcio e anche un’avvenente Shakira, di rosso vestita, passa quasi inosservata in confronto alle apparizioni di Zinedine Zidane e Ronaldo. I balletti li lasciamo per altre occasioni, questa è la casa dei doppi passi e delle finte smarcanti.
La presentatrice oltretutto nell'annunciare i tre contendenti commette un errore inammissibile : pronunciando il nome di Lionel Messi si lascia trasportare da un’enfasi esagerata. Già è tutto scritto; oltre ai pronostici ora anche le urla della presentatrice fanno intendere chi sarà il vincitore di questa edizione.
Ma la trama della serata prevede prima il climax delle premiazioni “secondarie”. Viene premiato il miglior allenatore di squadra femminili : un giapponese che si addentra in una tiritera in nipponico stretto. Dalla televisione non si vede se i presenti abbiano degli auricolari per la traduzione simultanea. In un momento di pausa del discorso la gente non sa se applaudire, ma l’audience, composta prevalentemente da campioni indiscussi, è spigliata con il giapponese, imparato nelle lunghe trasferte per le partite di Coppa Intercontinentale e Mundialito, e sa che bisogna applaudire solo dopo aver ascoltato la parola : arigatohh.
Miglior giocatrice donna è una giapponese vestita da geisha, premiata da Shakira, che scalza dal trono la brasiliana Marta vincitrice del premio ininterrottamente dal 2006 al 2010 ( prima Fifa World Player e successivamente Balon d’Or).
Il Giappone a livello femminile come la Spagna per intenderci.
Le premiazioni interessanti si avvicinano. Il Presidential Award è vinto da Sir Alex Ferguson. Blatter impiega cinque minuti di orologio per elencare tutto quello che ha vinto l’allenatore scozzese nella sua carriera.
Chi si aspetta discorsi strappa lacrime ha sbagliato palcoscenico, qui non siamo agli Oscar. Ferguson prende il microfono, rilassato e solo leggermente emozionato. Con un accento scozzese, di cui a volte si perde qualche parola per strada dice: “ Grazie per questo premio, la mia fortuna è stata avere grandi fuoriclasse in questi anni di carriera al Manchester. Nel calcio contano i risultati. Conta vincere ed è quello che continuerò a fare. Cercare di vincere.” Freddo e spietato, un grande uomo, senza fronzoli ed eccessi, la nuda verità.
Guardiola è premiato come miglior allenatore tra il terzetto che comprende lo stesso Ferguson e l’assente Mourinho; non presentatosi alla cerimonia così come i calciatori del Real Madrid invitati: Xabi Alonso, Ramos, Casillas e Cristiano Ronaldo. Per preparare la partita di oggi ( martedì ndr) contro il Malaga. Anche se è naturale pensare che l’assenza sia voluta anche per evitare di assistere alle vittorie degli eterni rivali catalani.
L’allenatore del Barcellona dedica, in primis, il premio ai suoi due contendenti. Successivamente a tutto l’apparato della società  dal presidente ai raccheta palle. Poi ripropone un concetto già espresso durante il conferimento della medaglia d’oro del Parlamento catalano, per il quale lui non è altro che l’”escollit” ( scelto, prescelto) per portare avanti un lavoro iniziato generazioni fa. Il suo unico merito. Ultima dedica, infine, con un rapido cambio inglese-catalano al suo assistente Tito Vilanova.
Il premio Puskas per il miglior gol dell’anno è assegnato a Neymar. Serpentina contro il Flamenco e gioco di prestigio all’ultimo difensore prima di marcare la rete. Sconfitti il gol di Messi contro l’Arsenal, pallonetto soffice al portiere e tiro di contro balzo e quello che a mio avviso sarebbe dovuto essere premiato : rovesciata di Rooney contro il Manchester City. Il gol è stato votato dagli internauti e credo abbia prevalso la “modernità” delle finte di Neymar e il fascino creato attorno alla sua immagine ultimamente, contro una “pura”, “classica” e “antica” rovesciata dell’attaccante inglese. Un gesto tanto semplice e complesso allo stesso tempo, che sicuro rimarrà impresso nella memoria degli appassionati più a lungo del gol del brasiliano.
Uno dei premi più significativi e indicativi della nostra era calcistica è quello che incorona la formazione tipo: i migliori undici giocatori del mondo.
Il modulo è un 4-3-3 : Casillas, Dani Alves, Piquè, Vidic, Sergio Ramos, Xabi Alonso, Xavi, Iniesta, Cristiano Ronaldo, Messi, Rooney.
Esclusi il difensore e l’attaccante dello United vi sono solo giocatori che militano con il Real e con il Barça, con prevalenza di spagnoli( sei su undici). La nuova mappa del calcio mondiale. Non solo tra i migliri non è presente neanche un giocatore italiano, ma neanche uno che militi nel nostro campionato.

Accecati dalle piccole beghe del nostro cortile non ci siamo resi conto che il calcio ormai ha preso la valigia ed è emigrato dallo Stivale. I giocatori di prima classe, viaggiano oramai solo verso Inghilterra e Spagna. 
Con che pretesto si può convincere un fuoriclasse a venire in Italia, con la situazione di stadi, club e tifoserie che sono ancora quelle di trent’anni fa? Da noi, non si può negarlo, arrivano solamente seconde scelte, giocatori in esubero, fuori rosa o tutt’al più vecchie glorie alla ricerca di nuovi stimoli.
L’unico italiano presente a Zurigo era Farina, difensore del Gubbio, premio fair play, per aver denunciato ed essersi opposto alle combine di alcune partite di Serie B. Questo la dice tutta sulla situazione attuale del nostro calcio.
Per l'intera cerimonia sul palco si sono avvicendati ognuno con una propria concezione di lingua inglese: Pelè, Karembeu, Lothar Mattheus, Blatter e Shakira. Inoltre sono saliti a ritirare i premi per i calciatori assenti del Real Madrid : Zinedine Zidane e Butragueño.
La passarella di grandi è chiusa dal più grande giocatore degli ultimi vent’anni: Luis Nazario da Lima, anche conosciuto come Ronaldo, O’Fenomeno, salito in cattedra per annunciare finalmente il vincitore del Pallone d’Oro 2011. Parla in spagnolo Ronaldo. La lingua dei campioni del mondo, patria attuale del bel gioco. Il calcio rimodella anche il potere geopolitico.
Si avvera quello che i più noti opinionisti sportivi ripetevano da mesi, in una litania senza sosta : il terzo pallone d’oro consecutivo, eguagliando così il record di Michelle Platini, vincitore dal 1983 al 1985.
Messi nuovamente incoronato re, ma il Pallone d’Oro è un riconoscimento personale e il calcio è un gioco di squadra, per questo la Pulce ancora non è il più forte di tutti i tempi. Escludendo i mostri sacri come Pelè e Maradona, giocatori come Zidane, Cruyff, Platini, Baggio, Iniesta o Matthaus hanno saputo colmare quel vuoto di tecnica che li distacca da Messi con altre doti e personalità, portando i loro club o le loro nazionali sul tetto più alto del mondo o ad un soffio dal traguardo, dimostrando qualità eccezionali che nessun colpo di tacco o finta di corpo potrà mai eguagliare.
Il Pallone d’oro, indubbiamente, diviene proprietà esclusiva di Lionel Messi per molto tempo a venire. Cosa dovrà mai accadere perché un giocatore come Iniesta possa trionfare in questa competizione?
I successi della Pulce sono meritati, senza ombra di dubbio, però la situazione attuale, merita, secondo me, alcune considerazioni.
Negli ultimi trent’anni, per restringere il raggio d’analisi, il Pallone d’Oro è stato sempre vinto da attaccanti, se si escludono solamente Cannavaro ( 2006) Sammer ( 1996), entrambi i premi conditi da un’infinità di polemiche, il tuttofare Matthaus ( 1990) e i centrocampisti, non certo difensivi, Figo ( 2000) e Nedved ( 2003). Un premio votato all’attacco quindi che, tra le tante qualità calcistiche, ne premia solo una.
Un’altra concezione fuorviante è sicuramente il premio su base annua. Sembra che alcune volte valgano le competizioni ( Cannavaro 2006) e altre no ( Iniesta o Snejder 2010). Oltretutto ci sono giocatori che possono fare un’annata eccezionale e sparire l’anno successivo ( lo stesso Cannavaro) mentre il lavoro di altri giocatori si riesce a quantificare solo in archi di tempi più lunghi: penso a Xavi, che da anni muove il gioco della squadra più forte al mondo quasi silenziosamente.
Per questo la Fifa, che è rappresentazione vivente del Calcio Moderno, con tutti i suoi difetti e pregi, per una volta, da gran baraccone commerciale e mediatico che è diventato, non farebbe male a imitare e prendere in prestito un’idea da un altro grande circo mondiale: Hollywood.
Parlo dell’istituzione di un Pallone d’oro alla carriera. Cosa diversa dal già esistente “Presidential award” che ha premiato negli anni : Ferguson, la regina di Giordania e l’attrice protagonista di “Sognando Beckham”.
Un premio istituito per calciatori, che per il meccanismo odierno dell’assegnazione del Pallone d’Oro non sono stati in grado di vincerlo, ma lo meriterebbero come Messi merita dieci Palloni d’Oro consecutivi.
Fuoriclasse e giocatori che sono stati un esempio nel campo e hanno fatto innamorare di questo sport milioni di ragazzi. 
Un premio alla carriera, perché il calcio si gioca negli anni e non solo anno per anno.
Come non riconoscere merito a giocatori del calibro di : Giggs, sempreverde guerriero del centrocampo del Manchester, presente sul campo da quando Messi a malapena era nato e otto anni prima che Blatter diventasse presidente della Fifa.
Zanetti: calciatore esempio per onestà e amore del gioco. Vero trascinatore dell’Inter campione d’Europa.
Iniesta: decisivo nella Coppa del Mondo. Dedica il gol della vittoria al defunto capitano dell’Espanyol, squadra rivale nel derby di Barcellona. Grande giocatore e fuoriclasse. Costruttore insieme a Xavi dei tre palloni d’Oro di Messi.
Veron: che a 35 anni trova ancora fantasia e tempo per vincere un campionato nell’Estudiantes, squadra che lo lanciò a soli 19 anni.
Francesco Totti: uno dei migliori giocatore italiani in attività, sempre fedele ai colori giallorossi, che mai ha ceduto alle lusinghe di grandi club stranieri.
Stesso discorso valido per Del Piero.
Maldini: forse il più grande difensore di tutti i tempi, ingiustamente fischiato il giorno dell' addio al calcio dai suoi stessi tifosi.
Buffon: vincitore morale del Pallone d’Oro del 2006. Rimasto alla Juventus retrocessa in Serie B, non scappato come un mercenario verso eserciti stranieri.
Klose: gran marcatore, che pur di conquistare un posto da titolare nei prossimi europei, non solo è andato a giocare con una squadra di almeno due categorie inferiori, ma si è anche abbassato lo stipendio, al contrario di fenomeni parcheggiati in campionati russi e sauditi.
Raul: sempre ad un soffio dal premio, ma mai raggiunto. Bandiera della Casa Blanca e una nuova giovinezza con lo Schalke che lo porta fino alle semifinali di Champions.
Henry: che dopo anni di militanza nell’Arsenal di Wenger, si prende il lusso di tornare per due mesi a 34 anni, di entrare in una partita di Fa cup e segnare il gol della vittoria, in uno stadio che mai lo ha dimenticato. 
E questo rimanendo solo negli ultimi dieci anni. Come loro ce ne sarebbero molti altri che meriterebbero un tale riconoscimento.

Il calcio è anche questo. Non solo trofei, gol, dribbling o vittorie. Il calcio è sudore, emozioni, ricordi e sconfitte.
Henry non cambierebbe mai l’emozione di tornare a casa sua e segnare un gol davanti ai tifosi di sempre neanche per quattro palloni d’oro consecutivi.
Per questo l’istituzione di un Pallone d’oro alla carriera premierebbe chi come lui ci ha fatto innamorare di questo sport. Grandi uomini diventati grandi campioni. Se lo meritano loro e ce lo meritiamo,sicuramente, noi amanti del Calcio.

Ciava.

martedì 6 dicembre 2011

La rivoluzionaria maratona del calcio : dal venerdì al lunedì.

Il calcio spalmato minuto per minuto. Uno dei fine settimana più lunghi della storia del Campionato italiano è giunto al termine. Ma il baraccone del calcio non si ferma e se aggiungiamo anche la partita di Giovedì della Lazio in Europa League contro il Vaslui e la due giorni di Champions alle porte ci accorgiamo che non c’è giorno nello stivale che non si parli di spread, di nuovi governi, di crisi dell’Europa e di Calcio. E tra poco si parlerà di mondiale per club, di panettoni, acquisti natalizi, di campioni d’inverno,europei, ritiri e vacanze dei calciatori, in una fornace che mette alla prova anche i più preparati allenatori da bar.
Il fatto che scriva per hobby e non per professione mi permette di diluire i tempi, quello che in termini tecnici romaneschi sarebbe “fa’ npo’ come me pare”, e srotolare una panoramica della giornata trascorsa direttamente al martedì.
Sulle testate che di sport vivono ( e quando si parla di sport si intende calcio, qui nella penisola) si è costretti ad assistere alla fiera della suspence : “Vittoria del Milan aspettando l’Udinese”, “Vittoria dell’Udinese aspettando la Juve”, “Vittoria del Napoli aspettando la Lazio” e aspetta che aspetta quando finisce la partita all’Olimpico si fa fatica a ricordare cosa abbia fatto il Milan il venerdì precedente.
I rossoneri hanno vinto, hanno atteso l’Udinese alla prova Inter ( o forse era viceversa), sperando che ritardasse, invece la squadra friulana si è presentata all’appuntamento in tempo. Uno a zero al Meazza. Con dedica speciale a tutti gli scettici, increduli che la squadra di Guidolin potesse tenere ritmi alti anche quest’annata. Da segnalare un rigore sbagliato per parte. Il tiro di Pazzini, già divenuto famoso per la sua scivolata, è un elogio alla vendetta. Da laziale penso: chi la fa l’aspetti. L’anno scorso uno scivolone difensivo di Biava fece vincere un'Inter in inferiorità numerica, annullando i sogni da grande Europa di noi poveri aquilotti. 
Oggi la vendetta è servita fredda, nella fredda Milano. L’Inter è costretta a dimenarsi nei bassifondi della classifica, in una situazione che non si presentava da 65 anni. Io fossi la Lega Calcio ritirerei la squadra solo per l’impresentabilità del campo. Ma come, stiamo parlando con i Campioni d’Europa, del mondo e delle due Italie e ti presenti con un manto del campo che neanche in provincia di Potenza in seconda categoria (discorso valido anche per il Milan). Quando i grandi club pensano a imitare le grandi d’Europa, si concentrano solo sui giocatori e sugli ingaggi, l’ambiente e tutto ciò che ruota intorno al calcio sembra che siano aspetti secondari.
Poveri interisti. A peggiorare il tutto aggiungiamo anche che gli errori nerazzuri fin qui sono stati tutti imputati all’allenatore di turno. A mio avviso la colpa più grande è di Moratti che dopo la chiusura di un ciclo con Mourinho non è stato in grado di esaudire le richieste di Benitez, uno dei migliori allenatori in circolazione, mettendogli a disposizione la stessa rosa dell’anno precedente. Niente Mascherano, niente Kuytt, niente Torres, niente partenze di Maicon e Milito. Al portoghese si regalarono Eto’o, Lucio e Snejder, per la nuova gestione arrivarono Biabiany e Coutinho e neanche si riuscirono a far partire giocatori ormai fuori dal progetto e in cerca di nuove sfide.
La Domenica pomeriggio invece ci delizia con la sconfitta della Roma e la vittoria della Juve. I bianconeri conservano la testa della classifica grazie ad un 2-0 contro un Cesena in assetto tartaruga. L’espulsione incredibile di Antonioli e il rigore fischiato a Giaccherini fanno ripetere il mantra: “Quest’anno devono fa vince’ la Juve”. 
Il mio amico Gazzobba, fisico d’altri tempi ed esperto bestemmiatore dell'antimateria, lo dice almeno da Luglio. A suo sostegno un grafico e una formula matematica in grado di prevedere l’esito del campionato italiano rispetto al minutaggio concesso a ogni squadra e alla scaletta di notizie di Studio Sport. Applicando questo sistema bisogna stare attenti ad eliminare i corpi estranei al calcio giocato della Serie A, altrimenti la classifica si presenterebbe sotto quest’aspetto: Juve, tifosi della Juve, stadio della Juve, Marotta, Milan, Galliani, Inter, Mourinho, Napoli, De Laurentis, Roma, Luis Enrique, Barcellona, Messi, Nadal, Cagnotto, Vezzali, Udinese e Lazio.
Come si può notare schema alquanto improbabile per il fatto che i tre posti disponibili per la Champions League sarebbero occupati esclusivamente da entità juventine.
Detto ciò quello che servirebbe realmente al calcio italiano, non è tanto il ritorno della Vecchia Signora nei posti che gli competono, tanto quanto una riforma della gestione del sistema stesso, che sia in grado di revocare un’espulsione ingiusta come quella di Antonioli.
Da rosso ai rossi e Rossi si passa a Firenze, non per la tradizione politica toscana ma per la partita andata in scena al Franchi. La Roma termina addirittura in otto e prende tanti gol quanti suoi giocatori lasciano il campo, messi in punizione da cartellini un po' più che gialli e in ugual numero ai fischi che servono all’arbitro per decretare la fine dell’incontro.
La partita sicuramente poteva evolversi in maniera differente senza la sciocca espulsione di Juan, ma il calcio è fatto anche di questo. Da notare come la Roma sfrutti a suo favore questi episodi che nel calcio fanno la differenza, solo contro le “piccole”, così come accaduto nella vittoria di Novara, che ha avuto il difetto di nascondere agli occhi dell’ambiente giallorosso gravi problemi strutturali della squadra, grazie all’entusiasmo dei gol di Bojan e Osvaldo. Udinese, Lazio e Fiorentina non hanno perdonato. Avranno anche vinto grazie a piccoli episodi contro la Roma, ma se episodio è traducibile con gol o espulsione, allora hanno vinto giocando al calcio.

L’espulsione che rimedia nel finale Bojan è rivelatrice del brutto momento che sta passando la compagine di Luis Enrique. Un gesto inutile, di resa ad un destino amaro, istintivo e adolescente. Il giovane catalano si dovrà scusare doppiamente, per il rigore e per il fatto di avere buttato a terra la maglia della Roma. L’inferno per i nostri cugini e il paradiso per noi laziali che ci pavoneggiamo nello sfottò capitolino : “A.S Roma Calciotto 1927”, “Ultima ora: Bojan si scopre cugino di Valdes e nipote di Zubizareta”. Quello che non si spiega è il perchè della parata del giovane talento romanista, oramai in una partita persa. Suarez, con la sua elasticità almeno aveva garantito il passaggio in semifinale dell’Uruguay contro la sorpresa Ghana, in una delle pagine più tristi per i valori dello sport. Bojan ha garantito in questo modo solo le critche. Inoltre la Roma sarà costretta così ad una formazione di emergenza nel prossimo scontro contro la Juve.
Anche se la profezia di mio padre a riguardo non mi sembra sbagliata : “Mejo così almeno se riposano, tanto con la Juve è già scritta.”. Forse anche lui, a sua insaputa, applica la formula matematica scoperta dal Gazzobba.
La giornata di campionato si chiude con un Parma-Palermo, miglior giocatore in campo Sky la nebbia e con il posticipo al lunedì di Lazio-Novara.
I biancocelesti portano a casa la vittoria con il minimo sforzo, grazie a un gol di Biava e ad una doppietta di Rocchi (102 con la maglia della Lazio). Novara mai in partita, tra gli spettatori a casa di Di Stefano ( cognome da fenomeno) ci facciamo beffa dell’Inter che a inizio campionato rimediò una sonora sconfitta dai piemontesi e della Roma che riuscì a vincere solo dopo un gravissimo errore di Meggiorini solo davanti a Stekelenburg. Da segnalare un palo di Cissè, che aggiunge emozioni alla soap opera del francese, fatta di gol mancati, sfoghi, strambe pettinature, accuse e scuse ai tifosi e dibattiti sul razzismo sui giornali d’oltralpe, ignari del fatto che Cissè a Roma è benvisto dalla tifoseria da loro definita "fascista" e criticato dalla restante parte dei laziali che vorrei definire "democratici" ma mi limito con un "disinteressati al connubio tra politica e calcio", ai quali non importa niente delle faide tra Lotito e il tifo organizzato, del Duce e delle nuove posizioni di Di Canio e ai quali interessa solo il futuro e il bene della Lazio.
Finisce quindi con una Lazio che si accoda al gruppo in fuga di Juventus, Milan e Udinese questa maratona moderna di quella che si continua a chiamare “giornata” di campionato.

 La rivoluzione dal venerdì al lunedì, a colpi di diritti televisivi e interviste preconfezionate. Basta poco nel mondo a sfera. Ho ricordi di cassette e di racconti in cui il calcio era rivoluzionario per davvero. Ti potevi chiamare come un filosofo, avere una laurea in medicina, bere birra, fumare quantità industriali di sigarette, parlare di politica e di autogestione delle squadre. Per fortuna oggigiorno quando uno stadio intero alza il pungo al cielo per ricordare quel grande campione e rivoluzionario che fu Socrates, allora vuol dire che non tutto è perduto, che il calcio, oltre alle relazioni extra coniugali dei calciatori, alle bravate, al calciomercato, ai commenti di Twitter e alle autobiografie, può ancora regalarci qualcosa di profondo e di vero, dal lunedì alla domenica.

lunedì 28 novembre 2011

La pizza d'Osvaldo e l'arte sacra del Tikitaka in terra capitolina.

L’arte sacra del Tikitaka finalmente è rivelata a noi comuni mortali della Penisola pallonara. Questa antica tecnica di palleggio, nata nelle valli catalane, è praticata da mesi nelle borgate romane, nella sua variante scismatica anche nota come : “Ao passame a palla”.
Il progetto era quello di riunire le rivalità storiche barcellonesi nelle figure di Luis Enrique e Osvaldo; allenatore della seconda squadra del club più forte del mondo uno ( ma non per questo la seconda squadra più forte del mondo) e attaccante di rilievo dell’Espanyol l’altro. Aggiungendo alla magica pozione anche Gago, ex madridista e tassista a tempo perso, si sarebbero riappacificate faide decennali tra le varie compagini militanti in Liga e si sarebbe esportato il meglio del meglio in terra romana, terra di lottatori e gladiatori.
Purtroppo l’arduo piano messo in atto da una cordata americana, arrivata in Italia con lo stereotipo di “Pizza, spaghetti e mandolino”, è ancora in fase d’attuazione.
Le condizioni ambientali, la fauna circostante e la dolce vita romana hanno caratterizzato in maniera particolare il progetto che, per una serie di congetture astrali, ha preso una direzione distante dall’armonia auspicata. Le radici del Tikitaka romano, dopo gli ultimi fatti di Udine sono quindi da cercare altrove.
Un pool di studiosi di Standford, incaricati dal patron giallorosso, ha indicato, come nascita di questa deviazione scientifica del sacro Tikitaka, la gomitata ricevuta da Luis Enrique da Tassotti nel quarto di finale di Usa 94’.
Il trauma di quella violenza non avrebbe mai abbandonato l’enfant prodige asturiano e avrebbe avuto ripercussioni serie ( “catastrofiche” nelle parole degli scienziati) sull’attuale situazione romanista.
Ecco quindi spiegate le incertezze e gli attriti dello spogliatoio giallorosso, culminate Venerdì sera con la lite tra Osvaldo e Lamela.
Fonti ufficiose ci parlano di una squadra divisa, con i “senatori” infuriati contro le “giovani promesse” o “eterne promesse” e di un Osvaldo fuori di sé per un pallone non ricevuto in una chiara occasione da gol da Lamela.
Non si sa ora se Osvaldo si sia rivolto a Lamela in spagnolo, in italiano o a gesti. Sicuro è che il fantasista argentino risponde, chiaro e conciso come il suo modo di giocare, senza troppi giri di idiomi apostrofando Osvaldo con un  “Zitto. Sei solo un tipo da spiaggia” e consigliandogli di “tornare alla sua vecchia professione di panettiere”; altrimenti se la sarebbe vista brutta. Coraggio che conferma le teorie per cui "El Coco" in realtà sia solo il soprannome storpiato del giovane Lamela, che alle scuole medie era in realtà conosciuto come “El Loco”, per la facilità con cui saltava le lezioni, spaccava i vetri delle aule con tiri a giro e guardava sotto le gonne delle ragazze.
L’ira di Osvaldo esplode incontenibile, come un gol di rovesciata annullato, come una maglietta di sberleffo con l’uniposca mal riuscita. Lamela si prende una delle più classiche “pizze in faccia”. Testimoni raccontano di aver temuto il peggio. Fortuna che Osvaldo non abbia scatenato sul povero semiconnazionale la potenza della mitica “pagnotta mortale tripla farcita di nocche”, mossa a cui è quasi impossibile sopravvivere.
Luis Enrique rimane soddisfatto e ottimista. Serve tempo. La tecnica sacra del Tikitaka se proprio non dovesse dare i suoi frutti in terra capitolina potrebbe quantomeno diventare un’arte marziale di tutto rispetto; i praticanti e promettenti combattenti sicuro non mancano.
La storia ci insegna che campioni si può diventare anche praticando queste arti. Le testate di Zidane, le spinte di Cantona, i calci volanti di Maradona non hanno intaccato la storia di grandi carriere. A Roma sono avvertiti. Non disperate. Totti, gran esempio per le nuove leve giallorosse, tra cui Osvaldo, sono anni che prova a scalciare e a imitare i gestacci dei grandi fuoriclasse. Con l’avvento della sacra scuola del Tikitaka forse è giunto il momento di svolta per tutta la Roma. Il momento di mettersi la cintura nera e ripetere tutti insieme l’antico motto di questa compagine capitolina: “Ao sto qua, passame a palla se no te crocco!”.

mercoledì 23 novembre 2011

Osvaldo, la rovesciata e le porte del paradiso.

Osvaldo è indiscutibilmente l’emblema della nuova Roma in cerca d’autore e di conferme. Evanascente e concreto, strabiliante e deludente, fuori giri, fantasista, che umilia e viene umiliato.
Il gol di Domenica con il Lecce modella ancor di più una stramba immagine, che si è formata grazie anche alla maglietta di sberleffo contro una vendicativa Lazio e alla tanto chiaccherata convocazione in nazionale.
Osvaldo il panettiere. Per la sua abilità di sfornare pagnotte e rosette. Sono famose ormai le sue piedate sporche di farina con cui spiazza portieri disorientati. Osvaldo il pizzettaio. Osvaldo il pasticciere. Tutta colpa del suo look e di quel nome poetico romanesco.  Amato dai laziali e dai romanisti per ragioni differenti. I secondi ci vedono un’incarnazione mista tra Batistuta e Caniggia, i primi solo una macchietta che con i suoi semigol non fa altro che illudere e anestetizzare gli umori dei cugini giallorossi, facendoli credere un’ottima squadra.
In questo calderone di emozioni e calcio parlato, l’acrobazia dell’attaccante italoargentino entra di diritto nell’antologia del surrealismo calcistico. Il ricordo di questo gesto rimane a mezz’aria , sospeso tra realtà e fantascienza, tra nato ed innato. Il gol inesistente di una rovesciata che rimarrà eterna.
L’antipasto è servito da Gago, tassista tuttofare del centrocampo romanista. A Osvaldo non resta che condire quel pallone vagante nell’etere con un pizzico di cipolla, materia pregiata del proprio capello, e trasformare quel traversone dantesco in una rovesciata paradisiaca.
Il diavolo in questa occasione non  veste Prada ma abiti firmati Lega Calcio Seria A: il povero guardialinee, che essendo umano, con il suo errore aggiunge ancor più fascino e mistero all’atto incompiuto. Osvaldo si dispera con stile, come può sbracciare dopo tale sforzo?
In Lega ( o Uefa, o Fifa) non si parla ancora di innovazioni della tecnologia che potrebbero evitare  questi scempi. Questione di poesia: calcio robotico contro errori fiabeschi.
Il secondo stupro della bellezza veste sempre gli stessi abiti e porta la cravatta dei diritti. Su youtube è stato censurato dopo poche ore il video dell’accaduto, che nella versione inglese era un orgasmo per gli ascoltatori  : “ Oh what a terrible decision!” , con un telecronista d’oltremanica incredulo e al massimo dell’ispirazione dialettica.
La narrativa sul sacro errore e sull’ingiustizia arbitrale già abbonda. Il povero Osvaldo è costretto a essere prigioniero di una storia senza lieto fine.
Fare un gol stupendo in rovesciata è cosa da campioni. Vialli, Panini, Rooney, Djorkaeff, Rivaldo e molti altri. Osvaldo si sarebbe andato a sommare ad una schiera di fuoriclasse e sarebbe finito per essere inghiottito in una nebbia di ricordi sbiabiti.
Rimanere sospesi in aria, paladini di una giustizia che il calcio non conosce è sicuramente un privilegio per pochi.
Anche i panettieri a volte vanno in paradiso.

Ciava

venerdì 4 novembre 2011

Al-Laziu conto Az- Zurigu : la questione linguistica in Europa Lig.

Ogni domenica la scelta sul luogo dove seguire la partita è un processo che acquista un’importanza quasi maggiore a quella dell’incontro stesso.
Per noi, manciata di laziali in cerca di conferme, ormai da tempo lontani dallo stadio, ognuno per differenti motivi, diviene una scelta metodica. Crediamo realmente che il giusto ambiente, sia casalingo o di pubblico passaggio, possa donare carica vincente alla nostra squadra, anche se siamo divisi da chilometri di ripetitori satelittari e segnali parabolici. 
Quest’anno all’ardua selezione si è aggiunto anche il giovedì, giorno in cui si gioca l’Europa League. I problemi per questo turno contro lo Zurigo, inoltre, sono aggravati dal fatto che la partita verrà trasmessa solo da “Mediaset Premium”. Nella nostra ipocrisia da finti combattenti del sistema siamo tutti attivi nell’ingrossare i ricavi di “Sky Sport” e gli unici abbonati a Mediaset sono incastrati con il lavoro almeno fino alla ripresa. Ora ci sarebbe da dilungarsi sul fatto che è pur sempre meglio essere complici di Murdoch che di Berlusconi e Confalonieri, ma questo è un discorso che parte dal cricket professionista e arriva alle crociere cantate e solo in parte sfiora concetti interessanti quali il tiro da fuori area di Seedorf.
La soluzione a quest’empasse si risolve con quello che i letterati informatici chiamano “streaming”. Il luogo prescelto per la diffusione è infine casa del Cinese. Nel duo sono l’unico ad avere una minima esperienza nel settore, essendo stato obbligato a seguire metà campionato via internet durante un periodo di lungo soggiorno in Francia. Per mia fortuna dovetti subire quest’esperienza nella prima parte della Serie A di due stagioni fa, con la Lazio allenata da quell’ essere mitologico conosciuto come Ballardini. Ne ho sicuramente guadagnato in salute da tifoso, grazie a tutti i rallentamenti e black out a cui è esposto il servizio, i quali mi hanno impedito di vedere con continuità una delle Lazio più orrende che io possa ricordare. Il giorno del derby, addirittura, saltò totalmente la connessione e fummo costretti ad ascoltare la telecronaca via radio, incluso gol di Cassetti. Che a pensarci bene solo via radio è possibile un tale avvenimento, perché a vederlo con i tuoi occhi non realizzi che uno come Cassetti può segnare realmente al derby.
Mettendo da parte i tristi ricordi calcistici d’oltralpe, inizio a smanettare e in un attimo e apro una diretta indiana, una cinese e una francese.
Con il Gazzobba, appena arrivato al mio fianco al commento tecnico, scegliamo di lasciare lo streaming della televisione Canal Plus, non solo perché con migliore risoluzione ma anche per la presenza di un' introduzione e una presentazione alla partita. I tre conduttori si sfidano a colpi di liason e erre mosce. Parlano del loro connazionale Cissè e appare un riquadro che indica gol, assist e presenze in campionato e coppe dell’attaccante biancoceleste. Gazzobba mi chiede : “Ma buts vordì golle nfrancese?” “Si, più o meno, senza e finale però: gol.” e aggiunge, continuando nelle sue classiche analise scrupolose: “ Certo che sti francesi stanno fori fracichi, ma dimme te se quissi se mittenu in studio a parla daa Lazio, ma n’Italia chi ce se mette a parla e a ffa l’analisi prima de na partita tipo Rennes- Crackovia,a perde tempo, mo spieghi, n’è che staranno a gufa sti mangiarane?” “ Je ne sais pas, mon ami.”
L’ambiente si surriscalda, mancano pochi minuti. Intanto il Gazzobba se la prende con Ringhio, il cane del Cinese. Che, in tutta sincerità, essendo il cane di un laziale io l’avrei chiamato piuttosto “Fernando Couto” o “Diegopablosimeonefaccengo’”, però sono gusti. La diatriba va avanti per molto, finchè dei rumori sospetti provenienti dalla porta fanno sbottare il Gazzobba in un francese accademico, probabilmente appena appreso : “ A Ringhio, nun t’accolla, sii rotta li cujuni, non te faccio entra.” per poi corregere il tiro rapidamente: “Ah, ciao Ba’, entra, prego.”. Intendendo per “Ba” non il giocatore ex Perugia e Milan bensì il diminutivo del nome della madre del Cinese.
Subito dopo l’entrata con tappeto rosso di “Ba” segue in scia il Pollo, da tempo alla ricerca disperata di un posto dove vedere la partita e imbucato senza avvertire, ma accolto a braccia aperte nel regno biancoceleste.
La partita ha inizio. Subito dopo pochi istanti una buona parata di Marchetti ci agita. E’ la squadra svizzera a fare gioco e tutti ci chiediamo come sia possibile visto che in terra elvetica non sembrassero avere un così buon possesso palla. Ovviamente la Lazio è rimaneggiata causa turn over. Rocchi dal primo minuto affiancato a Klose, centrocampo con Lulic, Ledesma, Cana e Sculli, in difesa ai titolari Radu e Dias sono affiancati Diakitè e Zauri. Dal ventisimo del secondo tempo lo streaming diventa il miglior giocatore in campo: rallentamenti, rapidi saltelli in avanti di un minuto intero, cambio di lingua e scomposizione fisica dei giocatori. Mandiamo al diavolo Sarkozy e i francesi e cerchiamo di rimediare. Trovo repentinamente un link più leggero, con risoluzione peggiore ma senza problemi di velocità. I miei compagni si affrettano nei commenti : “ E’ russo” ma sono smentiti pochi secondi dopo dalla raffica di faringali, occlusive e stati costrutti. Un’arabista del mio calibro non ha dubbi: siamo su Al-Jazeera. Altro che l’elitario Sky. Sport per tutti. Ricordo le mie due uniche esperienze di partite visti in paesi arabi sul canale dell’emittente del Qatar. Le ultime due finali di "Supercoppa Italiana" Lazio – Inter e Roma – Inter; vinta la prima dai biancocelesti e la seconda dai nerazzurri. La scaramanzia è dalla mia parte. Subito vengo tartassato. "Ora ci dici cosa dicono questi qui!". Decidendo di evitare il classico trucco di inventare una traduzione, tanto poi l’arabo non lo capisce nessuno, mi sforzo a guidare la mente tra verbi di media debole e accusativi. “Kura. Ha detto kura che vuol dire palla.”, “Awwal. Ha detto awwal che vuol dire primo.”, “Zauri. Ha detto Zauri che vuol dire pippa fracica con i piedi a forma di zattera sbilenca.” “Tutto questo in una parola?”,” Eh lo sai come so st’arabi, na parola so cinque frasi nostre.”.
Il primo tempo scorre lento così, con una Lazio addormentata. Nell’intervallo i commenti sono affidati a Cesare Maldini, collaboratore dell'emittente. In studio si intasano gli idiomi. Prima arabo classico, poi dialetto, poi inglese e italiano tutto sovratradotto cinque volte. Alla fine ci rassegniamo; tanto di quello che pensa Maldini, tradotto in arabo, sulla Lazio non ce ne può importare di meno.
Al secondo tempo entrano Brocchi e Cissè al posto di Lulic e Klose. Ecco farsi sentire i primi sintomi del laziale esigente. “Ma come Klose? Ma Hernanes? Ma fuori Lulic?”. Chiamasi turnover: le competizioni sono tante e le forze è meglio distribuirle. Il tifoso medio vorrebbe in campo sempre Cissè, Klose e Hernanes con l’aggiunta di Nedved, Veron e Gascoigne a sostegno. I cambi sono visti con bidimensionalità, come se si giocasse al computer e tutti fossero sempre al massimo della forma. L’allenatore che conosce bene i suoi e le dinamiche dello spogliatoio non conta niente agli occhi di un critico da bar.
Appena l’arbitro fischia, al riprendere della telecronaca mettiamo in tavola la carta “scaramanzia”. Esordisce il Pollo: “Dai che con la telecronaca in arabo siamo avvantaggiati che abbiamo due calciatori musulmani in rosa!”, siamo perplessi:  “Scusa Pollo ma che stai a di?”, “Ma come oh. Lulic e Cana non so musulmani?”. Ci facciamo assalire da un raptus post 11 settembre : “Sicuro? Boh. A me sembrava fosse Cissè musulmano.”, “No te sbaji, quello era Kanoutè del Siviglia.”, “Allora che me dici de Matuzalem?”, “Quello è cristiano evangelico fondamentalista.”, “Come Kaka?”, “Na specie, solo che co du piedi de latta e co più tatuaggi.”.
Ripresi dalla paranoia dello spauracchio islamico ci concentriamo sulla telecronaca molto emozionante; ogni pallone che superi il centrocampo è accompagnato da urla del telecronista: “Aaaaaaaaaaa…..”. La Lazio sembra aver cambiato marcia, ma non ingrana la quinta, a malapena una terza con singhiozzi.
Poco prima del più bello sono costretto a lasciare la proiezione della partita. Compleanni di famiglia con orari accordati in precedenza. Studierò pure arabo, ma una cena a base di porchetta e mortazza non si rifiuta tanto facilmente. Me ne vado ovviamente con l’amaro in bocca per un risultato ancora in pareggio. La radio non si sente per problemi di diritti. Al diavolo Murdoch e Berlusconi. Che se ne vadano in Australia in crociera ad interessarsi di rugby e salto del canguro.
Appena arrivato a casa chiedo conferme sulla partita. Ha segnato Brocchi. Ma chi Brocchi il buddista? No quello era Baggio. Brocchi il camioncino d’acciaio, ricercato da Cia e Fbi per espirementi di clonazione per il centrocampo. Quello che è andato in bancarotta con Vieri. Ma non era buddista? Buddista non lo so, sicuro qualche santo protettore l’avrà in cielo,perché la deviazione di Texeira al suo tiro sicuro sarà stata telecomandata da qualche divinità.
Il gol non riesco a vederlo neanche su Youtube. Un complotto verso il mio amore per Brocchi. Chiedo spiegazioni sull’accaduto al Gazzobba e al Casty. Le differenti teorie di entrambi: fisica la prima, romantica la seconda. Spiegazione del Gazzobba : “Tiro di Brocchi, deviazione che ha fatto fare alla palla una traiettoria più (accento mio) arcuata e così (accento mio) ha scavalcato il portiere. Classica deviazione ‘pallonetto al portiere’. Hai capito quale?”. Spiegazione del Casty: “E’ come quanno tiri aa Play che ce sta er trucchetto pe segna se incappi bene. E il portiere non po scappa. Brocchi è tutto cuore e certe deviazioni se c’hai er core grande, prima o poi te capitano. Sta tutto qui er trucchetto.”.
Per farla breve una Lazio non bella ma corsara, pirata e caparbia porta a casa tre punti buoni. Anche se la qualificazione si giocherà tutta il primo Dicembre in Romania, dopo il successo del Vaslui contro lo Sporting Lisbona.
Si torna a casa ( si giocava a Roma, ma i giocatori una casa di proprietà ce l'avranno anche) con una vittoria e con fiato guadagnato per alcuni pezzi pregiati. Uno Cana meno criminale e un Marchetti sempre più convincente che vanno aggiunti alle certezze di sempre: Brocchi, Klose, Dias, Cissè e Ledesma. Il momento è ottimo. Stiamo assistendo a una vera e propria primavera biancoceleste. Le dittature del campionato italiano da ora in avanti sono avvertite.

Ciava

mercoledì 2 novembre 2011

Storie di calcio virtuale : da World Cup a Scoppolandia.

La generazione di mezzo alla quale appartengo in gioventù si nutriva di calcio. Alcuni iniziavano a militare nelle squadre locali all’età di sei anni,altri sceglievano scherma o rugby, due sport di grandi tradizioni a Frascati,ma, indifferentemente dal piccolo impegno sportivo di ognuno,si giocava tutti quanti a pallone. Nei parchi, nelle ville, nei giardini, negli anfratti, all’oratorio, in cameretta e sui balconi. Si finiva sempre sudati credendosi Baggio, Maldini,Raul o Batistuta. Uno contro uno, porta a porta, porta unica, portieri volanti, tutti contro tutti, tedesca,porticina e tornei a eliminazione diretta. Palloni di carta, succhi di frutta, palline, pali con zaini, felpe e traverse immaginarie.
Non sazi, calata la sera ci sfidavamo a Subbuteo in epici scontri Olanda-Argentina, Inghilterra - Francia, Juve - Roma. Dal piede alle dita la passione era sempre la stessa. Non di rado si spendevano le 500 lire al videogioco con schermata preistorica del bar sottocasa  smanettando con i comandi e imprecando contro il tempo scaduto e gli spicci terminati. Chi aveva l’Amiga o il Nintendo a volte organizzava con gli amici sessioni interminabili di calcio virtuale. Tiri segreti, bidimensionalità, campi ghiacciati e joystick rettangolari. World Cup. Tasto A Tasto B. Stile Barça perché a pensarci al calcio si può giocare anche solo con due pulsanti, facendo le cose più semplici. E poi fantacalcio, le figurine, Volpi e Poggi ( calciatori mediocri che hanno fatto la fortuna dei dentisti di tutta Italia): il calcio era la nostra pietanza preferita.
Si sognava tutti di diventare dei campioni, segnare all’ultimo minuto il gol decisivo al derby o procurare il rigore inaspettato a tre dal termine nella finale del Mondiale. Anche chi era terzino e aveva i piedi di a forma di Colosseo quadrato ( quello della pubblicità della Nike) non rinunciava a queste fantasie. Quando ci si è poi resi conto che la strada verso il successo era alquanto complicata, si decise di sognare, quantomeno, di diventare i dominatori incontrastati del calcio virtuale. Erano gli anni di Winning Eleven. Con l’avanzare delle tecnologie il Calcio divenne Totale.
Realtà e immaginazione si mischiavano in unico calderone. Ricordo il mio primo gol a Winning Eleven al pari di come ricordi le mie vittorie da giovane terzinaccio nei campionati nazionali. Cross da calcio d’angolo, la difesa avversaria ( comandata da Alan) allontana di testa, la palla finisce sui piedi di Edgar Davids che tira un missile terra-aria sotto il sette. Olanda 1- altra squadra 3.Una sconfitta che valeva come una vittoria. Da buon principiante, erano mesi che prendevo scoppole da tutti senza mai marcare una rete e quel gol mi ha aperto le porte del fantastico mondo del calcio virtuale.
Da lì un’infinita serie di diagonali al limite dell’aria, Zenden Overmars attaccanti laterali, Nedved e Poborsky macinatori di fasce, Roberto Carlos punta esterna ( pratica da me mai usata perché ero molto conservatore e realista anche alla Play, i rigori tutt’oggi li calcio come andrebbero calciati, ovvero chi ha buona tecnica con precisione e chi è uno zapparo bomba centrale.), filtranti con triangoli e falciate da dietro quando si rosicava. Se si spegneva la Play era il massimo degli affronti. Ho visto gente non parlarsi per mesi e non rispondere al telefono ad amici di una vita per un calcio d’angolo o un gol non meritato.
Winning Eleven si trasformò presto in Iss Pro Evolution acquistando alcuni diritti in più e conservando alcune pecionate. In quegli anni vincere un torneo a Pro equivaleva ad essere incoronato monarca assoluto. Le gesta di una vittoria sugli altri avversari poteva erano tramandate oralmente per mesi e mesi. E se successivamente si fosse persa una normale amichevole, si sarebbe sempre potuto tirar fuori la scusa di essere il campione del torneo da 16 iscritti e di averlo vinto con la Repubblica Ceca, mica con il Brasile o con l’Argentina. Le ragazze cadevano ai nostri piedi. In realtà la Play veniva prima di tutte le ragazze, le quali di solito sbuffavano da dietro i divani : “Che palle co sti videogiochi”. “Silentiiiiiii….non potrete mai capire la goduria di un gol da fuori aria e dello sbefeggio del contendente dopo ore di strabismo e di un etto di calli al pollicione!”.
Nelle mie prime grandi sessioni di Iss Pro, quelle che esci dopo sette ore di calcio virtuale e commenti il tempo meteorologico fino ad allora coperta dalle tende della cameretta con un : “C’è sole ma tira anche vento”, fui iniziato alle pratiche del gioco dal mio amico Alan, appassionato di calcio e di professione brasiliano. Eravamo soliti sfidarci a colpi di quadrati e rettangoli indossando le magliette delle formazioni da noi scelte. Il fatto che una persona abbia le magliette del Milan di Ayala e Andrè Cruz (il difensore) vi lascia immaginare la vastità della collezione. I nostri scontri andavano da Nigeria - Sud Corea a Argentina - Portogallo, Camerun - Australia e Milan - Psg. Quando si segnava era d’obbligo qualche balletto sotto la finestra. A dire il vero le partite a casa sua erano le più difficile:  espugnare la sua cameretta era molto complicato a causa di una foto ben visibile sul muro, che lo immortalava giovanissimo in braccio a nientepopodimeno che Pelè nello stadio nientepopodimeno che il Maracanà. Troppa soggezione nello sfidante. E se Pelè fosse sceso dalla foto venendo in suo aiuto?  Meglio perdere che immischiarsi in problemi più grandi di noi.
Quasi da subito iniziai ad alternare queste sessioni con altre, in compagnia del mio grande amico Giulio (anni dopo soprannominato Gazzoba), già ai tempi bestemmiatore doc. Il passaggio dalla Play Station 1 alla Play 2 fu rapido. Bastò schierare una volta con l’Inter Toldo come ariete centrale ( al bando le chiacchere sul conservatorismo) e segnare un gol di sinistro rasoterra all’ultimo minuto. Potete immaginare gli sberleffi rivolti al mio opponente. “ Segna sempre lui, l’ariete Toldddddddddooooooooo”. Il Gazzobba che già ai tempi era uomo di grande calma e saggezza si limitò a imprecare tutti i santi cristiani, a maledire metà discendenza della famiglia Moratti, a offendere le mie credenziali di buon giocatore, ad accusare le divinità buddiste e l’oroscopo di Paolo Fox. Ritornato in sé, si avviò con molta tranquillità verso lo sgabuzzino, ripresentandosi un minuto dopo  con martello in mano. Le bestemmie erano ora svanite. Si passava alla classica violenza da Hooligans di Iss Pro. La foga con cui si scaraventò contro l’incolpevole piattaforma virtuale mi riportò alla mente lo scontro iniziale di “2001 Odissea nello Spazio”.
Fui bandito per un mese da casa sua e tornai solo dopo che si comprò la Play Station 2 per testare il nuovo Iss Pro. Quando si compra l’ultimo numero della serie i commenti sono sempre sbalorditivi: “ Sembra vero” “ Che gioco! Si sono superati questa volta”, “ Gran realistico”. Senza accorgersi del fatto che siano identici ai complimenti dell’anno prima; persino a quelli rivolti a Iss Pro 2, che per far girare l’attaccante dovevi muovere a tempo con le mani la televisione, altrimenti il giocatore sarebbe andato dritto senza fermarsi.
Tra tutti questi pixel il mio più grande pregio è stato quello di non possedere mai né Play Station né X-box. Mi sono fermato alla prima Nintendo di Mario Bros e del già citato World Cup. Le suddette esperienze a casa di amici mi fecero diventare ( pseudonimo che uso ancora oggi) “il giocatore più forte di Iss Pro Evolution Soccer di tutta l’Europa Centrale a non possedere una Play Station a casa”. Anni fa mi arrivò notizia da parte di un mio amico in viaggio in Germania che a Dresda ci fosse un ragazzo che rivendicava lo stesso titolo. Adesso il quesito sarà affidato a geografi e storici per stabilire se Dresda sia o no Europa Centrale.

Nel frattempo gli Iss Pro si susseguivano e sul mercato iniziava a farsi sentire anche la concorrenza di Fifa. L’ultimo e unico Fifa che avevo era quello del 98 per il computer. Un gioco che ha fatto la storia. Si poteva trasferire i giocatori facilmente e si terminava sempre con corazzate del tipo: Barthez, Thuram, Hierro, Maldini, Roberto Carlos, Beckham, Redondo, Giggs, Zidane, Ronaldo e Batistuta con l’aggiunta di panchine che avrebbero fatto gola a mezza Europa. Da qualsiasi posizione del campo il tiro centrava la porta, prima del centrocampo non si poteva tirare, si poteva intervenire in scivolata sul portiere pronto a rinviare rimediando un’espulsione. Rimasti in sette la partita era vinta a tavolino dal computer. Si usciva rosicando ma da veri assassini. Couto e Montero a Fifa 98 giocavano col completo di Rambo Uno per questo motivo.
L’anno scorso addirittura qualche appassionato si è sbilanciato nel profetizzare il sorpasso di Fifa sul suo rivale storico. Il Gazzobba, estremista di Iss Pro, confutava queste tesi con bestemmie al quadrato e snocciolando a suo favore ben sette leggi della fisica per cui i movimenti dei giocatori di Fifa fossero irreali, tra queste la legge del : “Ma come cazzo fa Gattuso a fa ngo così?”.
Fifa doveva ancora aspettare. Erano ormai due anni che io e Gazzobba non ci sfidavamo più tra noi in lunghissime sfide condite da sinossi come :”Sti sempre a scula” “Zitto che so più forte io,na vedi mai con me a palla” “Io non ho toccato niente, la scivolata me l’ha fatta er computer, anfame!”. Avevamo preso, infatti, l’abitudine di giocare in due con la stessa squadra e sfidare il computer. Ecco quindi un Europeo vinto con l’Italia con gol di Perrotta ai supplementari, un Mondiale con la Spagna e una Champions con il Liverpool, quest’ultima sudata quattro camicie. Ma tutto ovviamente iniziando le semplici competizioni e selezionando di volta in volta la squadra. Finché l’anno scorso ci imbarcammo in quella magica avventura che tutti gli appassionati conoscono con il nome di Master League. Intenzionati ad andare al sodo  ci siamo presi subito la Lazio, con i giocatori in rosa dell’anno scorso, per risparmiarci due stagioni con i vari Castolo, Minanda e Jaric. Colonne portanti di un calcio stellare.
Lo spennellone
Primi due anni buoni, perdiamo una finale di Coppa Italia contro il Catania, quarti di Europa League e terzo posto nella seconda stagione di Campionato, con un grande Peter Crouch acquistato dal Tottenham che segnava in qualsiasi maniera. Crouch fu un acquisto obbligato essendo un pallino storico del Gazzobba; una volta rischiò di essere bandito per secoli da casa Cimotto perché un gol segnato con lo “spennellone” inglese all’ultimo minuto provocò quel fenomeno fisico che i letterati chiamano ”raffica di bestemmie di gaudio”. Tutto questo alle tre di notte con la madre di casa Cimotto militante di "Comunione e Liberazione" che dormiva nella stanza di sopra.
Crouch a parte, ingraniamo e diventiamo campioni d’Europa il primo anno di partecipazione alla Champions con lo scheletro della formazione dell’anno precedente della Lazio e con l’aggiunta di Palmieri ( giocatore inventato da Iss Pro, baluardo difensivo dai piedi a spirale), Cigarini, Giovinco e Cavani. Zarate pallone d’oro. Calcio virtuale allo stato puro. L’anno dopo facciamo il botto sul mercato, tutti via, arrivano Silva ,Ozil, Benzema, Thiago Silva e Busquets. Vinciamo tutte le coppe inventate, ma in cinque stagioni non riusciamo mai a vincere un campionato. Con 92 punti finiamo per due anni secondi. La Roma davanti a noi ne fa sempre qualcuno in più. 93. 94. I cugini hanno costruito la squadra anti-Lazio acquistando Ribery, Aguero, Nasri, Guti, Iniesta e Ferdinand. Altro che progetto. Calcio virtuale allo stato puro. Un anno gli vendemmo anche il povero Lichsteiner. Fantascienza intergalattica.
La stagione successiva firmiamo con Messi, Ibra e qualche altro fenomeno. Andiamo falliti e finisce così la nostra avventura. Come ai tempi di Cragnotti.
Sembrava che per noi due il calcio virtuale avesse fatto il suo corso ma un giorno di quelli vuoti, con le lancette dell’orologio che scorrono lente, mi arrivò una chiamata del Gazzobba a casa: “Devi venire subito. Mi sono comprato Fifa 12”. Apriti cielo. Ma chi il Gazzobba? Colui che se vedeva lo stemma della Ea sports correva a prendere benzina e fuoco? Bestemmiatore dei tre mondi, fisico in provetta e presidente delle due Laf, Lega anti foulard e Lega anti Fifa? Un’occasione da non perdere. I cattolici di tutto il vicinato sono avvertiti repentinamente onde evitare possibili fraintendimenti.
Da critico professionista non saprei dire quale tra i due giochi sia migliore. Di certo Fifa ha fatto passi da gigante e la parte tecnica su trasferimenti e svolgimento tornei è di gran lunga su un altro livello. Decidiamo di provare l’ebbrezza di cominciare una Master League dalla Serie B, cosa impossibile a Iss Pro visto che i medici sconsigliano,per salvaguardare la salute, di scegliere formazione militanti nel campionato cadetto della Konami quali il Quatzola.
Ciofani in uno dei suoi famosi calci rotanti
La scelta ricade sull’Ascoli. Il “Projetto” era di conquistare la promozione la prima annata. Iniziamo con un paio di scoppole servite a freddo. Ancora ci dobbiamo abituare. Continuiamo con scoppole a portar via, scoppole fritte, scoppole al vapore e scoppole grigliate. Crediamo forse che sia il fatto di distrarci ogni volta che la voce di Caressa pronunci il nome di “Papa Waigo” a non garantirci la giusta concentrazione per portare a casa almeno un pareggio. Fatto sta che dopo una cocente scoppola contro il Sassuolo riavviamo da capo. Basta. Si rivoluziona tutto da oggi. Iniziamo nuovamente, ma stavolta con il Padova ( che a Fifa è “Padua”, forse alla maniera padana, chissà). Il “Projetto” era quello di conquistare la promozione la prima annata. Cutolo, Milanetto e Succi i nostri eroi. Dopo una partenza stravolgente ordiniamo due scoppole alla giudea, scoppole salate, scoppole tritate, scoppole al curry, scoppole sottolio. Rischiamo l’esonero. Diventiamo i monarchi assoluti di Scoppolandia.
Le imprecazioni si moltiplicano. Sinceramente io posso capire la difficoltà sempre crescente dei giochi di calcio virtuale, ma prendere tre gol da Caridi del Grosseto è proprio frustante. Per non parlare di Ciofani dell’Ascoli che quando lo avevamo noi era una pippa al sugo e ora sulla fascia si diletta in doppi passi, tunnel, piroette e calci rotanti.
Io ci provo a continuare a credere nel “Projetto” ma il Gazzobba assicura che appena ha tempo si va comprare Iss Pro 12 e al diavolo Fifa, Blatter, Platini e Ciofani.
Isterismo da calcio virtuale. L’amore per il pallone porta a tali pazzie. Malattie incurabili. Ma attenzione a non illudersi tanto facilmente . Questo mondo soprannaturale è solamente l’altra faccia di una medaglia ben nota. A volte non si allontana di tanto dalla realtà. Così come i videogiochi ti fanno innamorare di piccoli particolari, di controfigure e attori secondari di questo sport, nel calcio reale spesso sono i Gottardi, i Marco Lanna, i Guglielminpietro, gli Hargreaves, i Poggi e i Fabio Junior che lasciano un tocco di magia nell’aria . Esseri normali che per un giorno o per un’esistenza intera diventato degli eroi o dei mostri, ti riportano dolcemente indietro con gli anni, a quando eri bambino e sognavi un futuro da calciatore. Così è il calcio virtuale.
Certo vincere due Champions League con la Lazio e poi rischiare di essere esonerato con il Padua è un’esperienza che non auguro a nessuno.

Ciava.