lunedì 24 ottobre 2011

La remuntada rossonera e le muntature di testa.

Con l’infrasettimanale alle porte un articolo sul fine settimana calcistico appena terminato deve, causa di forza maggiore,uscire improrogabilmente il Lunedì. Domani già si rientra in campo: Fiorentina – Juventus, sfida storica nel panorama pallonaro italiano e dato che tra gobbi, bistecche, controfiletti  e una o’a o’la ‘o la ‘annuccia si fa presto a dimenticare il turno precedente, bisogna affrettarsi a stilare un resoconto decente di una giornata che ha lasciato molti spunti. Il Calcio, si sa, ha poca memoria.
La partita inaugurale della giornata di campionato è Juventus – Genoa. Causa fatica accumulata nella giornata di sabato, la vedo per obliquo, sdraiato sul divano, con occhio destro totalmente chiuso, occhio sinistro che lascia intravedere una piccola parte di pupilla, emisfero destro che crea paradisi caraibici nella dormiveglia, trasformando il divano in amaca ed emisfero sinistro che tenta con sforzo invidiabile di stare dietro alle urla sinottiche di Caressa.
Riacquisto piena coscienza di me e del posto in cui mi trovo solo ad entrambi i pareggi del Grifo. I commenti di disfatta sono i classici che seguono periodicamente da qui a cinque anni a tutti i commenti d’elogio alla Vecchia Signora. La Juventus non fa in tempo ad essere messa tra le pretendenti al titolo che subito viene ridemensionata dai risultati sul campo. E’ un lustro che si vocifera e si decanta questa fantomatica rinascita, ma la realtà dei fatti riporta sempre i buoni spiriti a riniziare da zero e a ricercare motivazione e carattere della vera Juve. Se non ci avessero assillato con questa storia del ritorno ai vecchi splendori, con tutte queste aspettative, con tutte queste chiacchere ( dopo un 4-0 e uno stadio nuovo già si è candidati allo scudetto), se si fosse saputo vivere il momento, senza criminalizzare qualsiasi allenatore che passasse per Torino, la squadra bianconera avrebbe di certo portato a casa migliori risultati.
Ma forse, abituati a vincere, non hanno saputo gestire una situazione di ristrutturazione dal basso. Si è semplicemente sempre amplificato sia il clamore delle vittorie che dellle sconfitte, senza mai dargli il giusto peso. 
Tutto questo mio parlare di Juve, forse è stato ispirato dalla dormiveglia e dal fatto che quella della Vecchia Signora contro il Genoa fosse l’unica partita in calendario il Sabato, perché di solito l’interessamento per la squadra ora allenata da Conte si avvicina quasi allo zero. A “Studio Sport” mi dicono parlano solo della Juve.” Pallone d’oro nuovamente a Messi, colleghiamoci con Torino per sapere come i tifosi bianconeri hanno reagito alla notizia” “Maxi cerrada del campionato Nba, vediamo cosa dice a riguardo il ds juventino Marotta”. A Roma e dintorni, invece, funziona più o meno così : “Lazio merda, zitti voi giallozzozzi che me fate ride. Hai visto il Milan si? Mortacci loro, della remuntada, de Galliani, sto beccamorto e del capo suo. Ma l’Inter, che ne pensi di Ranieri? Che dici il Napoli ormai pensa solo alla Champions? Certo Mihalovic sta vivendo un brutto momento con la tifoseria viola. Sta cavolo de Atalanta come va. Mamma mia l’Udinese non vorrà ripetersi anche quest’anno.” E così si continua passando in rassegna Novara e Lecce, Pescara e Sampdoria e accidentalmente ogni tanto si parla di Juve, per sbaglio.
La Domenica, finalmente, arriva il calcio che conta. Non solo: ci sarebbe anche da parlare di rugby, con una Francia spauracchio storico degli All Blacks, che contro qualsiasi pronostico perde solamente 8-7 contro i padroni di casa, nuovamente sulla vetta del mondo dopo 24 anni. Ma la palla ovale è uno sport nobile e non si presta troppo a chiacchere da bar come il tanto amato e scalmanato calcio. Davanti a tre pinte e qualche naso rotto, potremmo parlare senza problemi di rugby, ma questa non mi sembra la sede adatta. Per adesso preferiamo ancora il “Borghetti” e i “ma che stai a di, non ce capisci niente, a squadra mia è ‘a più forte de tutti aoooo!”.
La gara di mezzogiorno è uno spettacolo a parte. Da mangiatore professionista della Domenica, che scambia spesso il pranzo con la colazione, accendo la televisione e il Milan già perde per 3-0 in terra salentina. Come avrebbe sentenziato più tardi Edoardo : “Io da mo che avevo già strappato la schedina se mi fossi giocato la vittoria der Miran”. Ma se il Berlusca sembra sempre che sia vicino alla caduta o con le spalle al muro pronto alla resa e riesce in qualche modo a salvarsi o rigirare la frittata in suo favore, figuriamoci se ogni tanto non lo possa fare la squadra di calcio di sua proprietà. Per sua fortuna in campo al secondo tempo non scende Scillipoti ma un ispirato Boateng, che se non avesse la visione di gioco che ha e non fosse appassionato della serie “Mine sotto il sette” sarebbe sicuramente un clandestino odiato dai compagni di merende del Silvio nazionale. A realizzare l’inpensabile ci pensa Yepes, che, essendo la teoria delle supposizioni una scienza esatta, se non fosse stato calciatore sarebbe stato a quest’ora un narcotrafficante di tutto rispetto.
E’ così che si completa la famosa “Remuntada” che forse in milanese-padano si dirà tale e quale “Remuntada”. Che a pensarci bene questi padani vorrebbero fare tanto i celti ma per come parlano e come si agitano ( vedere Galliani al gol del 3-4) sembrano più che altro andaluso-gitani.
A trovare una spiegazione logica ci si è messa un’equipe di precari dell’università del Gran Sasso ( l’unica nel mondo costruita sottoterra grazie all’ambizioso progetto del dicastero della Gelmini) che hanno scovato le cause delll’inversione di tendenza nella partita di Lecce nella “Zur Farbenlehre” o “Teoria di colori” di Goethe e nella trasmissione di malasorte negli spogliatoi delle squadre di Calcio. Per semplificare il tutto e far capire anche ai non luminari le cause sono da ricercare nella carriera da calciatore dell’allenatore Di Francesco e nei colori della maglia del Lecce ( per i daltonici giallo e rosso) che sarebbero portatori sani della “Remuntada subita” anche nota come “Scoppola inaspettata”. I più infatti ricorderanno la clamorosa sconfitta subita dai giallorossi in un clamoroso Genoa-Roma 4-3. Questione di geni insomma.
A fine partita le lingue dei conduttori di Sky si preparano per stendere il tappetto rosso al Darth Vader del calcio italiano : Adriano Galliani. Il dirigente rossonero ( seguendo la tradizione del suo datore di lavoro) non resiste a lasciare alcune critiche tra il farsesco e il ridicolo. "La colpa delle nostre disattenzioni nel primo tempo è dovuta dal faticoso cambio di metabolismo che siamo stati costretti ad affrontare per preparare il match giocato a mezzogiorno". Tutti sanno ( queste le sue tesi) che un giocatore dopo una partita dorme poco o male, causa adrenalina. Quindi, dopo il turno di Champions che ha lasciato i nostri eroi insonni o, alla meglio, pieni di incubi infestati da Messi e compagni che conquistano San Siro a colpi di tacco, il “Miran” è stato costretto ad alzarsi tutti i giorni alle 8 del mattino per abituare il fisico all’anticipo domenicale. Abbiamo dormito male e poco. Ora qui tutti sanno, invece, che la forza del Lecce è da anni proprio quella: alzarsi presto la mattina, intorno alle 6, riscaldamento rapido a ritmo di pizzica e taranta, bruschetta al pomodoro alle 8 e tutti a correre scalzi sotto il caldo sole salentino di mezzogiorno.
Abbiamo scoperto che i milanisti, sono pieni di soldi, di titoli e di grinta ma guai a svegliarli alle 8 di mattina o a servirgli il caffèlatte prima del dovuto.
La giornata per fortuna continua e porta altre gioie che mi fanno dimenticare presto il faccione dello zio Fester del campionato italiano.
Scopro da un comunicato Fifa che la Lazio giocherà alle 20.45 perché la partita di una squadra così forte non può sovrapporsi all’orario del grande derby di Manchester. Principalmente è spiegato ( in inglese, francese, spagnolo, italiano e tedesco) che toglierebbe parte di spettatori di un bacino di utenza che adesso va dalla West Coast agli Emirati Arabi per lo scontro tra Citizens e United ( ndr. A presto forse un mini articolo su questa partita).
Mi rilasso dopo il grande spettacolo inglese con le partite nostrane. L’Atalanta vince in trasferta a Parma con doppietta di Ma’i Morale’ e senza i punti di penalizzazione sarebbe seconda in classifica. L’Udinese, dopo tre gol rifilati al Novara è sola in testa. Ma la vera notizia in terra romana è il gol di Erik Lamela all’esordio assoluto in Seria A.
Aspettavano questo momento i tifosi giallorossi con molto ottimismo e il giovane argentino li ha ripagati con un bel gol a giro sul palo opposto al settimo minuto. Roma uno, Palermo zero. Ottima vittoria per Luis Enrique.
A parlare con i romanisti e con qualsiasi appassionato di calcio è naturale che venga fuori il “Teorema di Shevchenko” ovvero “Lamela ha tirato o voleva crossare?”. C’è chi assicura che voleva far gol altrimenti per far un traversone così bisogna ricredersi tutti sulle doti dell’argentino. “ E’ na pippa nata se voleva crossa”. Altri che mettono in dubbio questa tesi ( romanisti compresi) portando a loro favore il fatto che il fantasista giallorosso guarderebbe al centro dell’aria disinteressandosi del portiere. Unica cosa certa è che il nome sul tabellino dei marcatori è quello di Lamela e cross o non cross questo gol ha donato nuova linfa all’ambiente giallorosso, dopo la sconfitta del derby, e sicuramente avrà dato carica al giovane argentino e a Luis Enrique, cosciente di avere una carta in più da giocarsi. L’unica problema sarà nel non eccedere con gli elogi e le aspettative. In poche parole non “muntargli” la testa. Tempo al tempo.
La serata si conclude con la Lazio ospitata a Bologna. Si spera tutti che l’euforia del derby abbia avuto effetti positivi e non abbia fatto rilassare eccessivamente i giocatori biancocelesti. La partita fortunatamente è abbordabile, ma mai scherzare con l’avversario soprattutto se il posizionamento in classifica è pessimo e si cerca un’oppurtunità per cambiare rotta e soprattutto se dall’altra parte gioca Marco Di Vaio, che anche se sono 204 giorni che non segna è pur sempre un attaccante temibile. Da ex laziale già ce ne ha rifilati parecchi. “Guarda te se questo se deve sveja proprio oggi eh!!!”.

Alla fine una Lazio decente e mai veramente dominatrice indiscussa della partita porta a casa un’ottima vittoria che gli certifica il secondo posto in solitaria del campionato. Autogol di Acquafresca su una punizione dal limite laterale destro dell’area di Hernanes. Avrà pensato in un protobrasiloromanesco “ Eu a tiro a bola, uma mina ar sentro dell’arengi poi quadunaõ a nsaccheraõ, si è de da equipo meu es igual si fosse um autogolazo esulto eu,stimarongi, que u meritu è u meu que ho tirado uma sveja ao sentro, anacapitaõ beleza!”
Il secondo gol è firmato Lulic, in forma strepitosa, esterno di difesa, interno di centrocampo, ha deliziato gli spettatatori anche come mezzapunta improvvisata, a discapito dei piedi esagonali battuti col ferro e acciaccati da un trattore all’età di cinque anni.
Dall’Ara espugnato anche grazie alla migliore prestazione di Marchetti quest’anno ( non ci voleva molto). Che sicuramente riempe di fiducia il nuovo portiere laziale. L’unica nota ancora da da definire è quella di Cissè, nuovamente a secco di gol ( dall’esordio col Milan); a mio avviso soffre leggermente una silente competizione con Klose. Ed è agitato dal fatto che al derby non abbia segnato. Perchè Osvaldo si era preparato la famosa maglietta con l’uniposca ma Djibril, coerente col suo stile, la scritta s’è l’era tatuata direttamente in petto. Spifferi dallo spogliatoio vociferano un : “Vi ho purgato anche io. Ma occhio romanista che è risaputo sotto le docce di mezza Europa che non me chiamo Osvaldo”. Alcuni esteti della lingua ci hanno voluto riconoscere un riferimento ad attributi sessuali, ma è ancora tutto da chiarire.
Cissè o non Cissè la Lazio ora è seconda in classifica ad un punto dall’Udinese. Una situazione invidiabile. Spero solo che al prossimo passo falso, al pareggio immeritato o alla prossima sconfitta rimediata non riescano fuori le critiche gratuite e per niente costruttive a cui siamo stati abituati ultimamente da una parte del tifo biancoceleste. Da questa parte del Tevere niente è guadagnato, sembra che tutto sia dovuto. Si doveva arrivare quarti, si dovevano vincere tutti i derby, anche quelli del cuore, non si dovevano mai togliere Zarate ed Hernanes dal campo. Zero apprezzamento e riconoscimento al lavoro di Reja e della dirigenza. Ora che mi sembra sotto gli occhi di tutti il vero valore di questa squadra, che si lasci lavorare chi di dovere e se ogni tanto si pareggia o si perde che non si “muntino” tragedie. Tutto è da guadagnare. Per favore non “muntiamoci” la testa anche noi troppo presto.


Ciava.

lunedì 17 ottobre 2011

Lazio - Roma. Hollywood si ribella agli americani.

Se avessi saputo accorgermi dei segni premonitori sarebbe stato quasi inutile vedere il Derby della capitale. A posteriori tutto sembrava già scritto. Bastava solo riconoscere nella saga della stracittadina lo zampino di qualche produttore di Hollywood che lavorava da anni in segreto a questa sceneggiatura. Una ritorsione verso i compatrioti americani, quelli di Boston, che si erano seduti dalla parte sbagliata del Tevere e impegnati tra una partita di baseball e una sbronza asturiana non sono riusciti a intendere in tempo l’aria che tirava dietro le quinte, dimenticandosi di correre ai ripari.
La trama era tanta complessa quanto lineare. Cinque derby persi di fila dai laziali, mai veramente inferiori sul campo. Una serie di sconfitte segnate dal fato, dalla frenesia, dagli episodi e dal cinismo giallorosso. Reja messo alle corde dai suoi stessi tifosi, uno stakanovista che vedeva appassire i frutti del suo lavoro sempre all’appuntamento più importante. Questa volta anche deriso da un gentiluomo come  Francesco Totti. Inoltre la designazione dell’odiato Tagliavento e una maledizione dei numeri che persiguitava l’ambiente biancoceleste. Non c’è due senza tre. Poker. Manita. E tutto quello che poteva far immaginare un'eventuale sconfitta nel sesto derby di fila, dai riferimenti tennistici a quelli linguistici. Seconda persona singolare del verbo essere, presente indicativo. Con tutti gli aggettivi e le locuzioni di scherno che ne possono seguire.
Tutti presagi negativi ma che nella tradizione hollywoodiana condiscono sempre un finale a lieto fine: di riscatto, di rivincita o per usare una celebre frase di Steven Spielberg : “ Quanno faccio nfirme cerco de fa anna tutto per peggio, na presa a male. Ma poi aa fine gli eroi troveno sempre aa forza de ribarta ie eventi e de capovorge e loro sofferenze e trasformalle nvittoria. Che sarà pure una sola dopo tante scoppole, ma è na vittoria che è na goduria. Poi appare aa scritta The end e so tutti felici e se dimenticheno dee sofferenze passate e chi s’è visto s’è visto.”
Steven Spielberg non deve essere amico di Di Benedetto probabilmente.
I romanisti, dal canto loro, si sentivano in una botte di ferro. Rianimati dall’ entusiasmo nato intorno alla figura di Osvaldo. Fiduciosi finalmente nelle pratiche ascetiche di Luis Enrique e convinti del carisma degli americani, conquistatori del mondo, mai abituati a perdere. La dea fortuna, gli yankees, Luis Enrique astro nascente, Osvaldo il panettiere e il cugino di quarto grado di Messi : come possiamo mai perdere contro una squadra di contadini? Noi gladiatori che dove passiamo lasciamo sangue e distruzione. Noi combattenti e guerrieri che se ci danno un calcetto al polpaccio ci rotoliamo per terra con le mani sul volto urlanti e disperati. Abituati allo scontro contro i leoni ma non ai contrasti sul campo. Che entriamo con piede a martello su Radu e usciamo infortunati. Che portiamo nel cuore la grinta romana, che dal decimo del primo tempo prevede la perdita di tempo ad ogni rimessa dal fondo e il piagnucolio isterico. Mi dispiace cari cugini ma avete sbagliato anche il vostro immaginario collettivo. La fame e la forza romana, se mai dovessero fare una ricerca scientifica, non risulterebbero di certo vostre cugine di quarto grado. Un consiglio: convertitevi alla mitologia “gringo” perché Heinze è stato l’unico degno di difendere i vostri colori con il cuore.
Ma torniamo al campo: è lì che va in scena l’atto finale. Quando l’arbitro fischia ci si dimentica di tutto. Ogni derby sembra come il primo ma allo stesso tempo come se fosse l’ultimo. Vita o morte. Che nei primi quindici minuti nel linguaggio laziale si traduce in assenza totale dal campo. La Roma prova ad impostare il suo classico gioco, molto disordinatamente. Pjanic, Gago e Bojan alternano belle giocate a qualche indecisione. Al quinto Konko rinvia una palla centrale, con tanto di pacco e fiocco, sul petto di Pjanic che tenta il fraseggio con Gago, il quale con un ottimo tocco sotto trova Osvaldo solo davanti a Marchetti. L'attaccante romanista di sinistro con grande freddezza segna il gol più importante della sua carriera di attaccante navigato. Che bello essere romanisti, cinque minuti e già in vantaggio. Vedere poi il nostro nuovo idolo alzare la maglietta con la scritta “ Vi ho purgato anche io” è il massimo. Prima Batistuta ora Totti. Osvaldo da panettiere di professione è entrato nei cuori della Sud. Anche se in realtà il bomber si dimostrerà un giocatore che deve ancora imparare molto. Dopo il gol eclissato totalmente dalla difesa laziale. Io fossi un tifoso romanista starei ancora sbraitando dietro il mio “idolo” consigliandogli, non con le buone maniere, di pensare a giocare invece di scriversi sberleffi sulla maglia. Che lo faccia quando capirà i meccanismi veri di questa battaglia. Totti e Delvecchio sono stati attori protagonisti di questa sfida per anni. Osvaldo si sente già pallone d’oro dopo il vantaggio.
A casa di Edoardo, dove ci eravamo riuniti in numero di venti laziali frustrati e sfigati cala il silenzio. Qualche imprecazione a divinità cristiane. Ma sbagliamo indirizzo. Ci troviamo davanti a gladiatori romani. Meglio bestemmiare i loro Dei pagani. Il fatto di aver preso gol da Osvaldo poi ha su di noi l’effetto di una retrocessione in B. La Lega Nord a suo tempo sbagliò le parole contro il povero oriundo. Avrebbe dovuto dire: “Osvaldo è una pippa, non può giocare in nazionale”. Mi sarei convertito al secessionismo anti-pippe, un' occasione mancata per il Carroccio.
Il Gazzobba, fisico e gran intenditore di cinema, era l’unico ad avere capito in cuor suo il copione già scritto e cercava di tranquillizarci : “ Siamo più forti regà…boni che vincemo stavorta”.
Ci credevamo poco. La Lazio soffriva dell’effetto Nadal senza essere mai stata Federer. Un disastro. Rimedio consigliato in caso di ulteriore sconfitta: letargo.
Il tutto ampliato dalle piccole cose che nel calcio fanno la differenza. Stekelenburg che ad ogni rimessa impiega un’eternità, rotolamenti a terra ad ogni contatto( a quando il tempo effettivo anche nel calcio? ) e Tagliavento constantemente presente nella direzione diagonale del passaggio Brocchi- Hernanes da sinistra. Al calcio si rosica e si rosica anche per questo.
Il primo tempo scorre via così con una piccola presa di coraggio della Lazio in fase di attacco, molta lotta a centrocampo, tanto agonismo e buone ripartenze in contropiede della Roma.
Nel secondo tempo Reja inserisce un Lulic in condizioni inaspettatamente ottime al posto di Radu. E’ la Lazio a giocare. Qualche occasione mal gestita negli ultimi venti metri fino ad arrivare all’episodio che cambia la gara. Brocchi sfonda centralmente chiedendo il triangolo ad Hernanes che trova lo spiraglio per smarcare il suo compagno solo davanti a Stekelenburg. Kjaer in netto ritardo si disinteressa del pallone e sposta il braccio di Brocchi che cade a terra. Rigore e rosso. Ora la caduta del laziale sembra un po’ eccessiva ma il difensore romanista ingenuamente causa un fallo da ultimo uomo che si poteva tranquillamente evitare. Con chi prendersela ? Fossi romanista sinceramente solo con Kjaer. L’attacamento alla maglia dovrebbe portare anche a delle critiche oggettive contro i propri giocatori. Tagliavento non poteva fare altrimenti: le intenzioni del difensore erano quelle di arrestare Brocchi non curandosi del pallone. Rigore. Forse dubbio. E’ per questo che il giallorosso ha ancora più colpe.
I secondi che corrono tra la preparazione di Hernanes sul dischetto e la trasformazione sono carichi di ansia. Classico momento della “regola inversa degli undici metri” : quando è la tua squadra a tirare le sensazioni sono che lo sbaglierà, se sono gli avversari già è sicuro che lo segneranno e se entrambi le squadre in questione non sono la tua ci si gode lo spettacolo raggiungendo la pace dei sensi. La tranquillità di vedere una finale ai rigori con due squadre a cui sei disinteressato è un privilegio sentimentale.
Quando il portiere giallorosso è spiazzato e vede la palla infilarsi nell' angolo opposto ho sperato che tutti i bambini del quartiere fossero andati a letto con i tappi alle orecchie, perché si sprigiona un urlo liberatorio condito sul punto in cui stava per scemare da una bestemmia del “Pollo” ai quattro venti, trattenuta non so da quanti derby.
L’euforia adesso gira. Palla al centro e uomo in più. Per qualche minuto la Roma sembra resistere, provando anche a creare pericoli, che nascono soprattutto da disattenzioni laziali. I biancocelesti vedono ormai il loro destino segnato, una traversa e un palo su un gran tiro di Cissè: così è il Derby, mettiamoci l’anima in pace. Un pareggio che ha il gusto di sconfitta. Ma di certo gli sceneggiatori di Hollywood non sono gli ultimi arrivati e sanno bene come funzionano i tempi cinematografici. Tutti i dollari investiti in questa saga non possono di certo andare sprecati come quelli messi sul mercato dal buon Di Benedetto.
Al 93’ i buoni vengono fuori. Hernanes accarezza il pallone e passa al subentrato Matuzalem (che anche se è tra i buoni ha sembianze e fisionomia da pericoloso criminale) il quale serve un assist al centro dell’area per Klose. Il tedesco controlla la palla leggermente arretrata con un piccolo tocco e di destro con un colpo di fino da gigante gentile gonfia la rete un istante prima dello scorrere dei titoli di coda.
Esplosione di gioia. Meglio di un orgasmo. Meglio di Castroman. Perderei altri cinque derby di fila solo per rivivere quei dieci secondi di adrenalina pura. Il bello del calcio. Una zampata ferma il tempo. Esiste solo quell’istante. La fine già scritta di un colossal americano. Con i poveri romanisti rimasti con un magnate a stelle e strisce spaesato e con Osvaldo e Kjaer nella parte di Johnny Deep e Brad Pitt “de noantri”. Ma stavolta il destino dei giallorossi assomiglia a quello dei poveri sovietici: stesi al tappeto. Voi ci avete purgato ma noi vi abbiamo spurgato dalla vostra superbia.
Il modello Barça traslato a Roma. Due tiri nello specchio, gioco di ripartenza e scritte con l'uniposca sotto la casacca.
A fine incontro ( questo neanche i miei cugini lo possono negare ) risaltano delle differenze enormi. Compostezza di Klose e spavalderia di Osvaldo. Reja che parla di grande gioia personale, per l’ambiente e di tutto il collettivo. Non ho sentito riferimenti a “fumo della pipa” e “stanno a gode come ricci”. Battute da bar dal capitano giallorosso, sorrisi e analisi realiste di Hernanes e Brocchi. In più Reja che con grande stile sottolinea il fatto che ai giovani piace tanto parlare e fare battute ma alla fine sono le persone più anziane che indicano la strada giusta. Pollice in alto contro pollice verso. Adesso, oggettivamente, vogliamo parlare ancora di classe?
Tenetevi Osvaldo, Totti e Kjaer e le vostre finte rivoluzioni che io mi tengo stretti Brocchi ( vero gladiatore), Klose e Reja. Me li tengo nelle sconfitte e me li coccolo nelle vittorie.
Il vostro, per adesso, è  solo un amaro destino da contestatori del calcio moderno pronti ad inchinarsi al primo arabo o americano che si presenta col portafoglio pieno.
Anche Hollywood l’ha capito e ha scelto alla fine da che parte schierarsi. Ne perderemo altri mille, ma quei pochi che vinceremo saranno sempre i veri successi al botteghino. 


Ciava

venerdì 14 ottobre 2011

Verba manent. Il solito Totti ed Eto'o la domestica.

Che bello il calcio delle dichiarazioni. Basta una battuta, una sfuriata o un gioco di parole per conquistare le prime pagine dei giornali sportivi e ampi riquadri sulle testate nazionali,che tra una crisi di governo e uno scandalo trovano sempre uno spazio sufficiente per le ultime notizie del mondo pallonaro.
Così le parole di Totti su Reja diventano già un cult nell’ansia che condisce l’atmosfera prederby nella capitale. Ormai nello stivale siamo abituati a tutto e un po’ d’ironia nel calcio certo non guasta. E’ un gioco e tale deve rimanere; esistono però bersagli e bersagli. Anche se è vero che Reja ha perso tutti i derby con la Lazio mi sembrano ingiuste le frasi del capitano giallorosso verso un uomo che ha sempre dimostrato grande stile e grande carattere dentro e fuori dal campo. La mancanza di rispetto per un avversario, inoltre più anziano, non è un buon esempio da dare,visto che parliamo spesso di esempi e fair-play. Non stiamo parlando di Di Canio o Mourinho. Reja è su un altro piano e quindi le battute di Totti le trovo fuori luogo. Mai credo Tommaso Rocchi si sarebbe azzardato a pronunciare frasi del genere contro Spalleti ad esempio, allenatore di un’altra squadra. Ma già è tanto che il Pupone si sia limitato all’affronto verbale e non abbia iniziato a scalciare e sputare.
Ma siamo nati a Roma e così rotola il pallone da queste parti. Il derby se togli il prederby ( e il postderby) diventa una partita normale tra due squadre con magliette di colore diverso.
L’altra dichiarazione della settimana è quello di Samuel Eto’o. Il calciatore camerunense ha espresso la volontà di tornare nell’Inter in prestito nel periodo ( due mesi circa) in cui il campionato russo riposa a causa del Grande Freddo.
La Milano nerazzura è impazzita,tutti già pensano ad un ritorno, seppur breve,del fuoriclasse africano. Una marcia in più per la squadra di Ranieri che oltretutto si vede costretta a rinunciare per un mese all’infortunato Forlan.
Tutti a parlare degli affetti, del clamore e dell’amore di Eto’o per questa maglia e questa città. Ma sarà davvero così?
Devo ammettere che quando appressi la notizia del suo trasferimento in Russia fu uno shock per me. La sua scelta confermava ancora di più la mia idea sul Calcio Moderno. Va dove ti porta il soldo. “Se mi avessero dato lo stesso stipendio che percepivo all’Inter mai sarei andato fino in Russia”. Bella parole, grazie.
Al tempo si giustificò anche ( che già quando bisogna giustificarsi si capisce gran parte della storia) dicendo che l’aveva fatto anche per i bambini africani. Dimostrando così che tutto è possibile nella vita, qualsiasi obiettivo può essere raggiunto. Come se a Dakar e a Yaoundè non aspettassero altro. Il sogno della Madre Russia come risoluzione a tutti i problemi. Non bastano tre Champions League vinte con Barcellona e Inter. Petrolio, freddo e vodka hanno conquistato la fase Rem del continente nero a quanto pare.
Il camerunense però a Makhachkala ( capitale del Daghestan, scommetto che neanche lui sappia ancora come si pronunci) ci è andato da solo, lasciando famiglia, casa e soldi a Milano. Un sogno realizzato a metà quindi, lontano dagli affetti personali. Una sofferenza da domestica, costretta a lavorare lontana da casa per la somma di 20 milioni di euro netti all’ anno per tre stagioni.
A 30 anni, nel pieno di una carriera che avrebbe potuto ancora dare molto al mondo del calcio. Il richiamo della Russia però non si poteva rifiutare.
Adesso forse con qualche nostalgia del calcio giocato, quello vero, Eto’o prova a ricucire con questa stana proposta. Cresciuto a fame di gol e successi, il suo esilio dorato alla corte dell’oligarca padrone dell’Anzhi, sicuramente non lo può soddisfare a pieno.
Che torni pure in Italia Eto’o. Lo aspettiamo tutti a braccia aperte. Eto’o il mercenario, Eto’o la domestica, Eto’o il malinconico, Eto’o il capitalista, il figliol prodigo.
Che ci venga a raccontare le sue favole qui. Lo aspettiamo. Che torni pure. Ma se ogni volta che toccherà il pallone in uno stadio italiano sarà sommerso di fischi non ci vengano a dire che sarà razzismo per il colore della pelle. Perché sarà solamente razzismo per il colore del denaro. Lasciateci almeno scegliere chi prendere come esempio. Lasciateci scegliere il nostro Calcio. 
Sinceramente,da laziale,di Francesco Totti sentirei la mancanza se finisse di giocare a calcio domani; di Eto’o non rimpiangerei più niente. Lasciateci almeno scegliere i nostri campioni ed i nostri degni avversari.

Ciava


domenica 18 settembre 2011

Inter - Roma . In bilico sul trespolo.

Il fine settimana è arrivato e da buoni amanti del Calcio bisogna stilare il programma completo degli appuntamenti da non perdere. La Domenica si rivela ricca di interesse. La mia agenda prevede : 13.00 mega pranzo di venticinquesimo di matrimonio della cugina di mia madre, 14.30 tentativo di smaltire tutto il cibo ingerito e alleggerirsi per il pomeriggio da passare sul divano, 14.50 escamotage per defilarsi dal ricevimento, 15 pm Lazio – Genoa, 17 pm Manchester Utd – Chelsea, 20.45 Napoli – Milan. Mega indigestione da banchetto e da calcio giocato.
Il tutto introdotto da un buon antipasto : Inter – Roma di Sabato sera. Una partita atipica per la situazione attuale delle due formazioni in cerca d’autore.
La trama è quella scritta dalla stampa questi ultimi giorni: il confronto tra i due allenatori.
Gasperini naviga in brutte acque dopo le sconfitte contro il Palermo e una squadra turca che non ricordo neanche come si scrive, credo una cosa simile a "Tranzrospor", ripescata in Champions, che molto probabilmente non sarà la sorpresa del torneo, come lo fu la Danimarca agli europei del '92, ripescata all'ultimo e vincitrice della competizione.
Fossi stato il nuovo allenatore nerazzuro mi sarei iniziato a preoccupare dal giorno che mi avessero iniziato ad addossare il soprannome “ Gasp”. Con un nomignolo così, che ricorda molto i personaggio di Paperino ( “Zio Paperone! Che fine ha fatto Zio Gasp? ") non è difficile imboccare la retta strada del fallimento. Soprattutto in una piazza febbrile e schizofrenica come quella interista, ripiombata negli incubi di qualche anno fa dopo la partenza di Mourinho e spaventata da un ritorno all’anonimato di alta classifica. Aggiungiamoci anche una fiducia del Presidente Moratti verso il suo “impiegato” che può essere paragonata alla media della considerazione che Zamparini ha verso i suoi allenatori e immaginiamoci come si debba sentire il povero Gasp. Una vignetta mal disegnata.
Mentre Luis Enrique, soprannominato benevolmente Luigi Enrichetto ( nomignolo che ricorda un regnante goffo ), o  anche “Gianni, l’ottimismo della vita”, si trova nell'arduo compito di vendere bel gioco al tifo romanista o come avrebbe detto una vecchia gloria della panchina giallorossa : “il fumo della pipa”. Un’opera di convincimento che lentamente trova i primi frutti : elogi dalla stampa calcistica sempre in cerca di belle storie e fiducia da parte di  qualche tifoso disorientato e frastornato dai quintali di dolci parole riversate sul “progetto Roma” da sei mesi a questa parte.Un appuntamento da non perdere insomma. 
Da buon laziale rispolvero il trespolo deposto in cantina. Anche se devo specificare che il mio “gufare” la Roma non significa tifare per l’Inter. Non provo simpatia per una società in mano ad un povero petroliere che negli anni non ha fatto che peggiorare l’ambiente del calcio italiano. Tanti calciatori comprati, miliardi spesi senza un filo logico, vittimismo e Calcio vissuto e inteso come sfizio personale. Risparmio solo i buoni (dal cuore buono) Zanetti, Ronaldo e Baggio.
Sono romano e laziale e se dovessi nominare una squadra del Nord che mi è simpatica direi l’Ajax; per me Inter, Milan e Juve sono tutte uguali.
Per i malpensanti: se credete che io abbia esultato al gol dell’Inter contro la Lazio all’Olimpico ( Oh nooooo) vi sbagliate. In linea di massima ero contento che la Roma non avesse vinto il Campionato, ma mai mi permetterei di fischiare il mio portiere ed esultare ad una sconfitta della mia squadra. Me ne vado silenzioso e realista senza fare buffonate.Gufo quindi per struttura genetica.
Il fischio d'inizio si avvicina ma per mia sfortuna riesco a vedere la partita solo dal quarto d’ora del primo tempo. Il trespolo è ben lucido e quando accendo il televisore al diciassettesimo la prima immagine che mi appare è Stekelenburg dolorante a terra. Mi sento un po’ in colpa perché ho paura che le mie “macumbe” si siano rivolte contro il portierone olandese. Non era mia intenzione; gli olandesi mi sono anche simpatici e non auguro di farsi male a nessun avversario,esclusi Mexes, Ibrahimovic,Chivu e Lucio (il nome del brasiliano non era presente nella lista dell’articolo originale, ma l’ho aggiunto dopo i consigli di amici giallorossi. Un piccolo gesto di solidarietà per i miei cugini).
La partita è molto statica, qualche buono spunto di Forlan e di Borini da ambo i lati, ma le due squadre stentano a proporre un gioco efficace. Impiego tra la mezz’ora ei quarantacinque minuti a capire con che modulo giochi la Roma e alla fine solo l’aiuto del Gazzobba, subentrato sul divano di casa mia per il secondo tempo,mi illumina sul fatto che Perrotta stia giocando terzino destro.
Già l’inserimento di Taddei mi aveva stupito ma la scelta di Perrotta a destra mi fa solo sorridere. Esterni bassi come si chiamano nel calcio moderno, che è deprimente anche grazie alla stampa e al rinnovamento del dizionario del Pallone.
La rivoluzione dell’asturiano. Penso che forse anche io potrei avere un futuro nel calcio mondiale. Ipod, occhiali Ray Ban, lavagnette magiche, gioco del telefono per diramare i miei consigli tattici ai giocatori, schema del “un due tre stella per i calci d’angolo” con l’ariete che poggia il braccio e la testa sul palo, Klose difensore centrale, Toldo boa e Roberto Carlos e Nedved punte larghe ( Iss pro evolution insegna).
Marcheggiani a fine partita elogia con grandi parole il coraggio di Luis: perché in Italia non siamo abituati a vedere giocare una squadra con solo due difensori di ruolo. Forse l’ex portiere biancoceleste dimentica che non siamo abituati perché in Italia in difesa ci giocano i difensori e se proprio vogliamo dirla tutta anche la Lazio ultimamente gioca solamente con Dias e Biava, perché sicuramente Zauri, Konko e Lulic rientrano nella categoria delle “pippe al sugo”.
De Rossi invece gioca in un ruolo bizzarro, regista di centrocampo,ma a volte retrocede ( anche con la palla in possesso della Roma) in posizione di libero; si diverte molto ed entra quasi sempre nella manovra romanista mentre Totti arretra spesso fino al cerchio di centrocampo per impostare una trama dalle retrovie.
Kjaer è la fotocopia spiccicata di Mexes, Pjanic si accende e si spegne, batteria scarica, Osvaldo ha gli scarpini ancora sporchi di farina, causa il suo lavoro mattutino di panetterie. Tirando le somme il migliore in campo è il giovane Borini, già osannato dalla critica e dalla stampa ( da fine primo tempo). Speriamo che non senta troppo la pressione ed i complimenti perché sinceramente mi sembra il miglior acquisto della Roma quest’anno.
L’Inter,dal canto suo, sembra una compagine di mangiatori di oppio: disorientata al massimo,poco filtro a centrocampo, dimenticanze in difesa ( su tutti Ranocchia) con i soli Snejder e Forlan a cercare di dare un significato all’impostazione del gioco ma con il resto della troupe che si ritrova in campo per sbaglio, tra tutti Obi; la forza non è con lui.
I giallorossi giocano meglio nella trequarti e l’Inter è più pericolosa nelle zone dove la Roma ha preso ciò che ho imparato chiamasi coraggio;sulle fasce laterali per intenderci.
Se non fosse che la Roma sta giocando contro l’Inter e l’Inter sta giocando contro la Roma le due squadre si sarebbero portate a casa un’amara sconfitta contro qualsiasi altra formazione del Campionato Italiano.
Il secondo tempo è più vivace, alcuni dicono che la Roma mostra molta personalità, da laziale sono molto contento perché la Roma non fa un tiro in porta e si cerca di vendere questo scempio per buon calcio. Magari sempre questa personalità,con l’unica occasione chiara nata da una disattenzione di Cambiasso, con una conclusione di Osvaldo che assomigliava molto ad una pagnotta appena sfornata. 
L’Inter,sempre senza ordine e molto in confusione, crea qualche occasione,soprattutto dalla fascia destra, dove Zarate sembra quasi rinato nel confronto con Taddei.
Nella Roma entra Gago, da me e Gazzobba soprannominato il “Tassista”,rivelazione del mondiale under 20 del 2005 ( un grazie per avercelo ricordato al telecronista Compagnoni) ed esperto scalda-seggiolini del Bernabeu, tassista a tempo perso per arrotondare i milioni regalatigli da Florentino Perez.
Borriello che non tocca un pallone sostituisce un buon Borini. Tutti i milioni spesi per Bojan e poi trovarsi un ragazzo così giovane e con tanta personalità sicuramente è una sorpresa; a mio avviso un buon affare per il futuro.
Il clou si raggiunge quando Gasp ( sic ! ) sostituisce Forlan, uno degli attaccanti più forti del mondo già sotto effetto della brutta aria che si respira a Milano, per Muntari. Fischi da parte di tutto San Siro.
Le ultime occasioni sui piedi di Snejder sono vissute sul divano di casa mia con sentimenti altalenanti. Il Gazzobba sul tiro salvato da Kjaer è insicuro se urlare per l’amarezza o per la gioia,visto che il fantasista olandese è schierato nella formazione "fantacalcistica" di Edoardo Di Stefano (solo il cognome da fenomeno) con cui si scontra questa giornata. Arrivo alle conclusioni che il Fantacalcio è adatto solo a persone prive di sentimenti o dannatamente realiste.
Il triplice fischio mette fine ad una partita non spettacolare, tra due squadre decisamente ancora molto lontane dal proprio gioco ideale.
Gasp ( benf ! ) ne esce più ammaccato, perché a Milano non possono aspettare e l’Inter non ha nessuna traccia di quello che si definisce chiamare gioco di squadra.
Luis Enrique sembra soddisfatto a fine gara anche se la sua Roma ancora stenta a prendere forma. Rari i tiri in porta ma più convinzione nell'impostazione, anche se niente di particolare. Il tecnico spagnolo ha sicuramente più tempo e credo che con qualche giusto innesto dall’anno prossimo si potrà iniziare a parlare di nuova Roma.
Ripongo il trespolo in cantina, ben soddisfatto di un pareggio che accontenta entrambe le squadre ma non risolve i problemi di nessuno.
Ad essere sinceri la forma indefinita presa dalla società giallorossa non mi permette di “gufarla” e “odiarla” ( in senso calcistico che vuol dire anche “amare” ) a fondo. Il simpatico Di Benedetto mi sembra un boss della mafia uscito da i “Soprano”, niente a che vedere con l’astio che provavo verso i Sensi. Il tecnico asturiano poi non mi dispiace: convinto dei suoi metodi e con un ottimo spirito.Borini, Pjanic, Gago e compagnia bella non rientrano nella categoria di “giocatori avversari” come lo potevano essere Mexes e Vucinic. Pellissier, Pato o Osvaldo non fanno differenza per me. Questa squadra che non è dei romanisti non è neanche mia. Chievo, Fiorentina, Juve o Roma mi fanno quasi lo stesso effetto.Possibile? In parte è vero se non fosse per un'eccezione. Anzi due : Totti e De Rossi.
Se non fosse per loro i giallorossi sarebbero come qualsiasi altra squadra ai miei occhi.
I miei cugini si devono rassegnare; finché giocheranno il Pupone e Capitan Futuro rispolvererò sempre il trespolo riposto in cantina.
Quando non ci saranno più la Roma potrà vincere anche lo Scudetto; tanto neanche varrà la pena dannarsi o rimanerci male per un gol segnato da Osvaldo o da Borini o per un trofeo messo in bacheca da Di Benedetto. Prima o poi anche i gufi vanno in pensione.

Ciava.

lunedì 12 settembre 2011

La nuova Roma. Più de na squadra.

Parte male la Roma di Luis Enrique. Giallorosso non è ancora la traduzione di blaugrana nel nostro campionato.
Una sconfitta contro il Cagliari che aumenta i problemi del tecnico spagnolo, alimentando i dubbi nell’ambiente romanista.
Dai commenti dei miei cugini capisco le differenti correnti di pensiero : chi, anche se deluso dalla sconfitta, ritiene positivi alcuni spunti : molto possesso palla, una bozza di un nuovo modello di gioco che se migliorato potrà portare la squadra capitolina ad ottimi risultati e a far divertire i tifosi; chi invece crede sia tutta apparenza, tanto giro di palla senza un filo logico conduttore, come mi suggerisce “Harlong” ( gran tifoso e amante del bel calcio ) anche alcune squadre di Promozione riescono a far circolare il pallone vertiginosamente senza per questo giocare un calcio rivoluzionario. Se arrivati negli ultimi venti metri finali manca l’inserimento vincente o il cross dal fondo non incontra nessun giocatore pronto a concludere,il possesso di palla è finalizzato solo all’estetica.
Gli obiettivi prefissati sulla carta sono ancora molto distanti. Ed il problema più grande è che ci troviamo a Roma, non una piazza facile; la gente non è abituata ad aspettare.
Sogniamo tutti lo Zeman o il Guardiola di turno, ma in realtà il tifoso comune preferirebbe il brutto gioco abbinato ai buoni risultati rispetto ad una mentalità offensiva ed ad un progetto che richiede del tempo. Meglio l’anno passato, quando la Roma giocava un brutto calcio ma, vuoi per fortuna vuoi per esperienza, riusciva sempre a risolvere in maniera decente le partite.
I risultati sono tutto : se Jose Angel non avesse commesso i due errori che hanno compromesso il verdetto finale e qualche tiro sporco fosse entrato nella porta del Cagliari staremmo tutti a parlare del nuovo corso giallorosso.
Un corso che deve capire che direzione vuole prendere. Si è parlato spesso di modello Barcellona. Mès que un club (più di un club). Come se il solo nominare il club più forte del mondo e ingaggiare l’allenatore della sua seconda squadra fosse sufficiente ad un cambiamento radicale nel gioco della Roma. La strada non è quella giusta.
Fino adesso il progetto intrapreso da Di Benedetto mi sembra più simile al modello Manchester City o Real Madrid ma su un livello decisamente inferiore.
Molti soldi messi sul mercato, giocatori mediamente affermati e giovani scommesse provenienti da ogni realtà calcistica. Così gli acquisti di Gago, Heinze, Lamela, Bojan e Pjanic ricordano vagamente gli acquisti madridisti Fabio Coentrao, Sahin, Altintop e Callejon.
Il Barcellona- pensiero è distante. Una squadra ben affiatata che necessita mediamente di due acquisti l’anno, ma di altissima qualità ( Cesc e Sanchez quest’anno, Mascherano e Villa l’anno passato) e di inserimenti progressivi dei giovani della Cantera ( Thiago e compagni ). Serve sicuramente del tempo, la società giallorossa è al primo anno di una nuova avventura e gli obiettivi della dirigenza sono a lungo termine.
Anche se la Roma potenzialmente aveva già un’impostazione simile da molti anni. E’ difficile trovare un settore giovanili tra le squadre di alta classifica che negli ultimi dieci anni abbia sfornato talenti come De Rossi,Aquilani e  Francesco Totti ,facendoli giocare giovanissimi e garantendogli il minutaggio e l’acquisizione d’esperienza necessaria per diventare dei campioni. Senza contare i giocatori di medio livello che militano in seria A provenienti dal settore giovanile giallorosso come Cerci o Pepe.
Seguendo il modello catalano non ci si è soffermati però su un aspetto a mio avviso importantissimo e centrale in un progetto come quello del Barça : il piano di accoglienza che è impostato su un concetto linguistico e d’integrazione.
Non è fantascienza. Gli ultimi grandi acquisti del Barça ( se si esclude Ibrahimovic ) parlano tutti spagnolo e due di questi ( Fabregas e Villa ) venendo a giocare in Catalunya hanno ritrovato compagni di una vita con cui hanno condiviso esperienze nelle giovanili e nella nazionale. Per Fabregas è stato addirittura un ritorno a casa; il centrocampista sogna nella stessa lingua di metà rosa catalana. Inoltre la maggior parte dei componenti della rosa del Barcellona conosce a memoria i propri compagni, si è prima amici e poi colleghi.
Nella Roma multietnica invece ognuno parla la sua lingua. Osvaldo e Totti, Stekelenburg e Juan, Luis Enrique e Di Benedetto. Addirittura in conferenza stampa Pjanic, che mi ha stupito per la sicurezza e il modo di relazionarsi con la stampa a soli ventuno anni,sfoderando un francese accademico, ha dichiarato di non aver scambiato neanche due parole con De Rossi, adducendo come scusa gli impegni con la nazionale del centrocampista romano. Fabregas e Iniesta vanno al cinema insieme, le future colonne del centrocampo romanista non comunicano e non sanno comunicare.
Pirlo nella Juventus è un esempio di quanto l’ambiente e l’esperienze passate contino molto sul piano professionale.
In tutto questo calderone aggiungiamoci anche le perplessità del Pupone, non abituato a rientrare in nessun tipo di progetto che non ruoti intorno al sua carisma e l’impazienza del tifo giallorosso e la frittata è servita.
Luis Enrique deve ancora lavorare molto e non solamente sul piano del gioco.
Il nuovo modello dovrebbe essere rivoluzionario ma stenta ancora a capire in che modo esserlo.
L’America è vicina e la Catalunya è ancora molto distante.
Sicuramente la Roma ci farà ricredere. I tifosi aspettano con ansia le prime certezze del nuovo corso. Un cambio di rotta che modifichi  la maniera di pensare il calcio nella capitale. La strada è ancora lunga.
Aspettiamo fiduciosi e sogniamo tutti il giorno di leggere sugli spalti del futuro stadio di proprietà la frase che consacri la nuova vita giallorossa : "As Roma, più de na squadra".

domenica 11 settembre 2011

La nuova Lazio ed i soliti laziali.

Tornare da una vacanza lunga un mese è un’ottima cura per allontanarsi dai malanni della penisola. Grazie ad un bel distacco dalla politica logorroica e dalle beghe italiche del Palazzo. Tutto sembra come non essere mai esistito.
Sfortunatamente mio padre per tenermi aggiornato si è preso la briga di conservarmi i giornali di tutto il mese d’Agosto, per una full immersion di ritorno da capogiro. Dare uno sguardo solamente alle prime pagine è il peggior modo di accoglienza che ci si possa aspettare da una vacanza. Anni fa mia madre mi aspettava in aeroporto con una matriciana appena cucinata, adesso con chili di carta stampata, per ricordarmi che anche se cerco sempre la fuga in ogni angolo del pianeta, è nell’Italia berlusconiana che devo scontare la mia pena. Meglio non illudersi.
Ovviamente tornando a casa si viene a conoscenza di tutta un’altra serie di notizie che bilanciano le tragedie politiche : novità sugli amici, gossip di vario genere, le solite cazzate e gli aggiornamenti sullo sport ,in primis il calcio. Anestetico contro gli effetti collaterali della quotidianità.
Avendo avuto la possibilità ( e la voglia ) di connettermi raramente su internet dalla Spagna, sono aggiornato solamente sulle situazioni di calcio internazionale ( gironi Champions League e in parte spareggi ) e sul calciomercato spagnolo (quindi degli arrivi di Forlan e Gago in Italia ), ma nulla di più.
I quaranta minuti che mi sono concesso per tornare sul “Pianeta calcio” sono stati carichi di emozioni. Il calciomercato ancora non lo ricordo tutto. Capita spesso che domandi a qualche amico : con chi gioca quest’anno Giaccherini ? Ma come Eto’o in Russia ? Che delusione ! Ma Pjanic a Roma ? Che si è detto nella capitale dell’”affare Zarate” ?
Il mercato della Roma mi  stupisce in verità. Un buon progetto. Ma da buon laziale mi dico che tanto più ambizioso è il progetto, tanto più pesanti saranno la sofferenze e le delusioni che avranno i nostri cugini in campionato. Son tornato ai vecchi attriti del calcio della capitale. Che nostalgia le chiacchere da bar. 
Quando poi apprendo che la Roma non è riuscita a passare il turno preliminare di Europa League, cerco subito di sfogarmi con qualche amico giallorosso, ma il fattaccio risale a più di due settimane prima del mio rientro, quindi gli sberleffi scottano poco. Una soddisfazione in meno. Che brutta cosa lo scorrere del tempo.
Piccole scaramucce, il bello deve ancora arrivare, c’è una stagione intera ancora da vivere.
Il primo appuntamento per me è Venerdì 9 Settembre. Milan – Lazio.
Ogni volta che vado all’estero e inizio a parlare di calcio devo giustificarmi per la mia fede laziale. Fuori dai nostri confini il tifoso biancoazzurro è etichettato come “fascista” a priori. Quante volte a cercar le giuste parole e spiegare in chissà quale strano idioma di questo mondo che non è sempre così. Speriamo almeno che tutti i miei sforzi per difendere una passione che dura da molti anni, siano oggi ripagati.
Come sempre  il gran quesito è dove vedere la partita. Alcuni hanno i loro riti, Casty e “Il Pollo” hanno le loro “cabale” ( come dice Matteo ) e assisteranno all’esordio dei biancocelesti chi in compagna dei cugini chi con i soliti amici. “Il Cinese” ,vecchio collezionista di cose inutili e buon laziale è a Ponza a fare la bella vita. Avrà rinunciato alla visione del match per un cocktail in più. Zilli e il Dheso optano per il “Pub Gaelic”. In molti rifiutiamo l’offerta. E’ la prima di campionato. Bisogna essere concentrati. Capire bene la squadra. Non gradiamo la presenza della fauna locale che comprende gufi e piccioni giallorossi. La partita è la partita.
Mi ritrovo a casa mia con uno dei più grandi commentatori tecnici dei Castelli Romani: il Gazzobba. Bestemmiatore di professione, fisico per hobby.
Speriamo che la partita non venga commentata da Caressa. Scotta ancora in noi l’esultanza dell’anno scorso su un doppio palo preso da Ibra contro la Lazio. Il telecronista, da buon ibrido interromanista già aveva caricato nelle corde vocali il grido di gioia, strozzato poi dal pallone che ballando sulla linea di porta nega al povero Fabio la “soddisfazione della civetta”.
Per nostra sfortuna vengono annunciati i telecronisti : Caressa e Bergomi . La delusione è ripagata da alcune risate assicurate. Prima che inizi la partita pronostichiamo quella che potrebbe essere una classica presentazione del buon telecronista . “ La prima di campionato è come il primo giorno di scuola. Si è un po’ spaventati, un po’ contenti, ognuno porta il suo grembiule, le matite da temperare e mostra al resto della classe l’astuccio nuovo. C’è chi è pronto all’interrogazione, chi ha fatto sega e chi cercherà di non farsi bocciare a fine anno….”
Quando inizia la presentazione vera che parla di “Prima di campionato e sguardi allo specchio la prima mattina lisciandosi la pelle”  ringraziamo il Signore per queste chicche che ci vengono donate ogni Domenica (anche se è Venerdì).
Per me la Lazio schierata in campo è un colpo al cuore. Cissè e Klose li avevo solo immaginati con questa maglia e vederli realmente in campo mi dà uno strano effetto, tra il riso e lo stupore.
La squadra parte benissimo, buon possesso e ottimi spunti. Si è San Siro , dai campioni d’Italia uscenti e si cerca di fare la partita. Quando Mauri inventa l’assist per “SaltaKlose”, che addomestica il pallone con la grazia di un gigante buono e supera Nesta con una giocata illuminante concludendo l’azione con quello che dalle nostri parti è chiamato “lo sgrullo della rete” nel mio salone è il finimondo. Io esulto molto compostamente. Il Gazzobba salta dal divano ,stranamente senza imprecazioni contro divinità o santi, e inizia a girare vorticosamente su stesso urlando “ Mirooooo….Miroooooo”; il fatto di stare solamente con i calzini gli procura uno scivolone tremendo, che non se non fosse stato ammortizzato da una pianta del salone sarebbe stato cartellino rosso diretto. Ripresi dall’ebbrezza provocata dal gol, decido di chiudere persiane e finestre, con Il Gazzobba in casa tutto diventa imprevedibile. Non voglio fare la figura del laziale burino e procurarmi una cacciata votata all’unanimità dal mio condominio.
Tappati in casa surriscaldiamo e il clima raggiunge sembianze tropicali quando Mauri nuovamente pennella un assist dalla sinistra che Djibril Cissè accarezza con la testa anticipando Nesta e lasciando che Abbiati guardi il pallone dallo specchietto retrovisore gonfiare la rete. Non è realtà questa.
Siamo al settimo cielo, ma siamo anche coscienti del fatto che siamo in casa della squadra candidata a vincere il Campionato e può succedere ancora tutto. Dopo aver maledetto Aquilani in un dialetto che sicuramente il nuovo centrocampista romano capisce alla perfezione siamo puniti dalla nostra stessa rabbia.
Per trenta minuti ci siamo sgolati contro Konko e Zauri, con riferimento ai loro poveri antenati defunti e ad alcune loro lacune tecniche. Il povero Zauri ci ripaga due volte il prezzo del biglietto con due distrazioni che riportano il Milan in pareggio . Zlatan e Cassano. Sarà una sofferenza.
La Lazio del secondo tempo ricorda molto quella dell’anno scorso che andò a cercare un pareggio sudato a Milano. Questa volta le motivazioni non sono tattiche bensì atletiche. I rossoneri hanno il pallino del gioco e la Lazio fatica a costruire. Due giocate di Cassano mi fanno perdere tutti i chili che avevo riacquistato con la cena in famiglia appena ritornato dalla Spagna. Lo scatto di Cissè verso la porta di Abbiati e il salvataggio di Alessandro Nesta sulla riga ci fanno quasi credere in un miracolo.
Nel finale Reja,capendo la situazione di sofferenza, toglie giocatori offensivi come Klose, Mauri e Hernanes per incontristi e corridori ( Gonzalez, Matuzalem e Lulic ) per far respirare la squadra. Allegri dopo il cambio del primo tempo Gattuso – Van Bommel ( che è quello che cambia la partita secondo un'attenta analisi tecnica di Edoardo di Stefano, cognome da fenomeno) fa entrare Pato e Nocerino. “ Essu sa”….è il commento del Gazzobba…” me spieghi che c’azzecca stu innestu de Nocerino. Mo quissi vogliono fa vede che se so comprati li giocatori. Sta pippa ar sugo. Mettono in mostra le novità. Che mme rappresenta? E’ come quanno te compri er majone novo e too metti la sera stessa. Eccu Nocerino è u majone novo der Milan, ma nun se po vede comme majone!”.Seguiti dalle critiche sul portamento di Boateng : " Me pari nmarajà co li capilli...u vidi Prince l'Eunuco,va a scalla a panchina che è mejo va!". Spero che Google translate vi sia d’aiuto per la traduzione frascatano – italiano.
Il fischio finale con la sfuriata dalla bandierina di Cassano ci libera della tensione accumulata dal momento del pareggio fino ad allora. Ci riteniamo soddisfatti, quest’anno ci sarà da divertirsi.
Le ultime pene da sopportare sono quelle del post- partita. Il laziale medio stando a stretto contatto da millenni con la “specie romanista” è stato contagiato dal “germe giallorosso” della “critica a tutti i costi”. Inizia la solfa. Reja non capisce niente. Se ci fosse stato Zarate. Vogliamo Simeone. Ma come si fa a giocare così ? Quest’anno andrà a finire come l’anno scorso,non è cambiato niente.
Frustrazioni del tifoso che crede che la sua squadra sia il Real Madrid. Magari un campionato come quell’anno dell’anno scorso. Ma con Cissè e Klose in più. Un Zarate in meno e con un allenatore come Reja che oggigiorno è uno dei migliori della Serie A. Con una rosa come quella della Lazio ha fatto i miracoli. Le dinamiche dello spogliatoio non arrivano in Curva e non si può giudicare il lavoro di un gentiluomo che ha ripescato la Lazio da un purgatorio vicino alla retrocessione e l’ha portata quasi in Champions. I giocatori sono quelli, il campionato è lungo e anche Hernanes e i nostri giocatori migliori devono riposare. Le somme si tirano alla fine.
Godiamoci questa Lazio e vediamo se per la “Legge dello sberleffo” Luis Enrique e i suoi ci darannno, anche loro, qualche soddisfazione quest’anno.
Buon campionato e buone chiaccere da bar.

Ciava

venerdì 9 settembre 2011

El Clasico sul Camino. El futbol verso Santiago di Compostela.

Spoorts and Culture - El Clasico sul Camino. El futbol verso Santiago di Compostela

630 chilometri percorsi tra vesciche, doppi passi e religioni calcistiche.

Il cammino di Santiago è un concentrato sintetico di tutti gli aspetti della vita. Gente pazza, innamorata, nordica, disoccupata, benestante, atea o credente si mette in marcia a dei ritmi sconosciuti alla quotidianità.

Le sofferenze e le gioie si ampliano, i problemi si accantonano,le paure svaniscono o riemergono,i dubbi rimangono o si risolvono, si diventa tutti passanti, viaggiatori in un limbo sospeso tra civiltà conosciuta e nuovo mondo inesplorato.


Le persone cercano santi, Dei, ombre o feticci e le discussioni variano dai dolori muscolari alla natura terrena di Gesù, dalla geografia alla politica estera. Non è raro quindi ritrovarsi con un compagno di "sali e scendi" a conversare delle cose più astratte ma anche delle più semplici e terrene, calcio incluso, che universalmente è punto di contatto tra storie personali a volte totalmente diverse.

Tutto il mondo è un pallone che gira. Il calcio è religione. Sul cammino di Santiago non si può non parlare di calcio.

Visioni di santi e templari si alternano nei sogni alle giocate paradisiache di Messi, ai passaggi di Iniesta e alle sfuriate diaboliche di Mourinho.

La Spagna che è attraversata dal Cammino da est a ovest e da cima a fondo è anche questo:  tanto "futbol" ma soprattutto è “El Clasico”.

La mia iniziazione a questo evento che va oltre la pura rivalità sportiva procede a piccoli passi.

Il primo periodo del mio Cammino viaggio in compagnia di un gruppo consistente di persone, tra cui due ultrà casertani, uno della Fiorentina l’altro della Lazio, entrambi con tatuaggi e collanine che testimoniano la fede calcistica. Bizzarri a volte i cammini della vita.

Dopo qualche giorno di camminata tra piccoli villaggi e campagne arriviamo a Burgos. Apprendiamo da fonti vicine al mondo civilizzato che la sera si sarebbe giocata la partita amichevole Italia – Spagna. L’evento, insolito per la vita di un pellegrino, si presentava come un’ottima scusa per rompere la routine serale che prevede solitamente chiacchere a base di birra, frutta secca e vesciche. Il calcio per una notte allontanava le nostre pene di grandi camminatori.

Ci presentiamo al pub per vedere l’incontro in 61 persone così suddivise : 22 spagnoli (cifra che comprende a loro insaputa indipendentisti baschi e catalani) 20 italiani ,(tra cui un sudtirolese,che a stento parlava italiano, ma bestemmiava come un toscano inviperito e amava la Juve al pari della sua ragazza) 5 francesi, che per tutto il primo tempo hanno discusso dell’affaire Zidane – Materazzi con eccessi di liason e “r mosce”, 7 neutri , 3 ignari e 4 ubriaconi imbucati.

L’atmosfera era quella da finale mondiale, l’inno italiano credo l’abbiano sentito fino a Santiago. Per una serie di motivi mi sono ritrovato in silenzio e seduto mentre tutti gli altri cantavano l’inno abbracciati e a squarciagola. Un insieme di sentimenti che in quel momento mi allontanavano dal riconoscermi nel testo dell’inno d’Italia. Sarà stata la presenza al mio fianco del sudtirolese, che neanche conosceva l’indirizzo della sua via di casa, figurarsi l’inno di Mameli o le chiacchere con i molti compagni baschi e catalani o forse ancora l’atmosfera di internazionalismo respirata sul Cammino, fatto sta che sono rimasto seduto e muto. Non brindo all’Italia stasera,brindo a me stesso.

La partita è un mix di accenti, dialetti e idiomi : un basco con la maglietta dell’Inghilterra impreca contro Ramos, “polentoni” del Nord elogiano Cassano, padre e figlia di Bilbao tifano solo per Llorente, un’inglese tifoso del Liverpool maledice Aquilani e quando quest’ultimo segna e chiude la partita con un 2-1 -a mio avviso meritato dall'Italia ( non è d’accordo il giorno dopo il giornale “Marca” )- facciamo appena in tempo a correre verso l’ostello, rischiando di rimanere chiusi fuori.

Sul cammino si è in Spagna ma alle 10, massimo 11 di sera tutti sotto le coperte e silenzio assoluto, la mattina si marcia.
Rimango d’accordo con Daniel, tifoso madridista e intenditore di calcio, di fermarci la Domenica in un paese che abbia almeno un bar che proietti la finale di andata del “Clasico” di Super Coppa di Spagna ( nel Camino capita anche di fermarsi in villaggio in cui la massima attrazione turistica sia un alimentari ).

Da lì a tre giorni ci perdiamo facilmente, bastano due minuti o quattro chilometri in più al giorno per non rivedersi mai più sulla strada che porta a Santiago.
In quel periodo inizio a viaggiare con una berbero marocchina cresciuta in Germania. Nascondo ai suoi occhi la voglia sfrenata di assistere alla partita, ma poi quando le confesso i miei peccati mi rivela che anche lei è una gran frequentatrice di stadi a causa del lavoro del suo compagno,che in patria si occupa del marketing promozionale del Borussia Dortmund; così come unica clausola per la prossima tappa decidiamo che essenziale sarà la presenza di un bar con annesso teleschermo.

Arrivati a Carrion de Los Condes decidiamo di fermarci e troviamo alloggio in un istituto di suore. Gli orari di chiusura sono molto rigidi: la porta verrà chiusa alle 10. El Clasico inizierà alle 10. Bisogna elaborare un piano. Nel frattempo la berbera dà forfait alla visione per la stanchezza accumulata nella lunga camminata sotto il sole delle "Mesatas” spagnole e io non tardo ad accodarmi ad un gruppetto di tre catalani giovanissimi , sul Camino dopo aver terminato il liceo e in procinto di iscriversi all’università.

Due ragazze e un ragazzo. Capisco subito come la pensano e sfodero in trenta secondi tutto il mio misero repertorio di catalano, facendogli intendere che stasera sarò il quarto "culè "( come sono chiamati i tifosi del Barça ).

Le suore si rivelano adepte della scuola di pensiero di “Suor Paola” e ci dicono che avremmo potuto vedere tranquillamente tutto il primo tempo al Bar España di fronte all’istituto per bere in tranquillità. Per il secondo tempo ci avrebbero lasciato a disposizione la loro sala tv. El clasico religioso.

Andiamo molto presto al bar e ci dobbiamo sorbire tutte le previsioni del tempo e un mega servizio sull’arrivo del Papa a Madrid per la giornata mondiale della gioventù. Partono subito gli insulti alle gerarchie ecclesiastiche e ai tifosi del Real considerati da noi tutti dei Papa Boys.  La ragazza più bella è la più agguerrita. Conosce la formazione a memoria, conserva un odio viscerale verso tutto quello che è Madrid, Mourinho lo vorrebbe alla forca e mi dice convinta per introdurmi al clima del match : “Giulio, oggi bisogna essere sicuri ma cauti, stiamo andando a vedere la partita in Spagna, a casa loro, al Bar España, dobbiamo vincere” ; intendendo per Spagna la Castilla y Leon , regione nella quale ci trovavamo. Siam catalani in terra straniera.

La tensione è ai massimi livelli e quando Ozil mette a segno il primo gol le urla di gioia dei madridisti ci lasciano ammutoliti nel nostro angolo indipendentista blaugrana. Ai tre poveri ragazzi sembrava avessero strappato il diploma, rubato la carta d’identità e ucciso le nonne. La ragazza esce a fumare due volte consecutive e ogni volta che rientra nel bar il Barça firma un gol, 1-2. Situazione capovolta. La tifosa superstiziosa riesce altre tre o quattro volte per fumare, sperando in una goleada, ma per sua sfortuna non siamo a Napoli, dove queste cose funzionano veramente. Non sono le sue sigarette ma due tossine chiamate Iniesta e Messi a  indebolire i polmoni difensivi del Real intossicandoli con le loro giocate fumose.

Il gol di Xabi Alonso è una ninna nanna agrodolce, siamo nella stanza delle suore oramai e i catalani si limitano alle imprecazioni esclusivamente contro esseri naturali, lasciando le divinità al di fuori delle maledizioni . Vengono prese di mira le acconciature dei giocatori del Real e lo stile di Mourinho, anni luce distante dalla classe del Pep.

Il giorno dopo loro prendono l’auto e tagliano quasi cento chilometri di cammino per motivi di tempo. Se la ragazza ultrà mi avesse chiesto di seguirla al Camp Nou, tifare Barça, maledire a vita il Real, metter su una famiglia nell’entroterra catalano con i manifesti di Iniesta e Messi in cucina, in salone e nelle camerette dei futuri figli, avrei lasciato perdere il cammino e tutto il resto in Italia e l’avrei seguito senza batter ciglio. Per fortuna non è andata così.

Tre giorni dopo, causa lieve tendinite rallento un po’ e la gente che ero abituato a vedere mi passa avanti. Sei chilometri possono essere un’eternità. Mi fermo in un ostello decente e alle 10 sono già pronto a dormire. Fa un caldo pazzesco, il vichingo che dorme sotto di me nel letto a castello sta conquistando tutta la Scandinavia nel sonno a colpi di “russate” e il neozelandese che mi è accanto nei piani alti, che sembra il protagonista di “Stargate”,solo che ancora più goffo, è da un’ora che si gratta senza sosta per qualche strana infezioni che predilige le pelli dell’emisfero australe.

Alle 10 e 30 mi ricordo che è il giorno del ritorno della Supercoppa, mi alzo di fretta e scappo dall’albergue alla ricerca di un bar aperto. La partita fortunatamente iniziava alle undici di sera. Orari iberici.

Non sono l’unico pellegrino. Questa volta ci sono una ventina di camminatori rimasti in piedi per seguire le loro rispettive squadre. I madridisti sono in leggera maggioranza ma per questa occasione i tifosi blaugrana sono almeno una decina. Il match inizia ai tavoli del bar, birre offerte a giro, digestivi di cui non ricordo il nome e altre prelibatezze. Ci sono anche due italiani che stranamente  non hanno interessi per la partita. Preferiscono l’alcool, le ragazze, le messe in chiesa e le chiacchere. Si incontra veramente di tutto sul Camino. Un poeta, pellegrino contromano, li amava chiamare “Cattocomunisti”.

Alla mezzanotte sono già tutti ubriachi come il risultato altalenante. Un catalano di 40 anni in quindici minuti ha fumato più spinelli di quanti chilometri avesse camminato dall’inizio del Camino. Il risultato finale è di 3-2 per il Barça. Disperazione per i madridisti. Cervezas offerta dai vincitori . Premio miglior fumatore in campo va al catalano. Premio “Ubriaco d’oro” ad un ragazzo di Madrid, che il giorno dopo, causa “resaca alcolica” è costretto a prendere l’autobus.

Alle 2 e mezza siamo ancora fuori a fare baccano, si affacciano i poveri pellegrini della pensione di sopra, la padrona del bar ci invita ad andare a dormire. Solo in quel momento, non so come, scopriamo che uno dei più accaniti tifosi del Madrid era l’hospitalero dell’albergue municipale, che avrebbe dovuto chiudere le porte alle 10 in punto . Scatta l’ovazione generale e partono cori da stadio su "Can't take my eyes off you" in versione “Hospitalero…lalalalala…”.

Ultima giro di birra alla sua salute e poi al letto, almeno io, i catalani hanno continuato un’altra ora a far baldoria.

Il giorno dopo, con le facce tra il bianco e il blaugrana per aver dormito male ci salutiamo tutti, chi camminerà 50,chi 35, chi molto meno . Ognuno il suo cammino.
Intanto il calcio si fa da parte per un po’ finché in un bar leggendo “Marca” apprendo che la Liga spagnola entra in sciopero. Un saggio signore di Burgos, di professione critico, nel senso che non gli va bene niente, mi dice stizzito che la Spagna è vicina al tracollo, la disoccupazione tocca record storici, la classe politica è incapace, Madrid è occupata dal Papa e la situazione è veramente delle peggiori ma in pochi alzano la voce. Mentre se si ferma la Liga spagnola succede un disastro. Non togliere lo sport ai spagnoli. Tutto va a rotoli, ma il Barça ha vinto e son tutti contenti. Mi dice poi che gli spagnoli si interessano di sport, ma solo quando Nadal, la nazionale di calcio o Jorge Lorenzo vincono; quando perdono non se li fila nessuno.

Per dispiacere del mio anziano compagno la Liga riapre i battenti e le protagoniste del Clasico iniziano con due spettacolari 6 a 0 e 5 a 0. Un altro pianeta. Preludio di una lunga sfida anche quest’anno.
Il mio Camino sta per terminare e io vicino alla meta mi sento un fuoriclasse.

Arrivare a Santiago è stato come vincere il mio personale Pallone d’Oro. Sarò come Messi penserete. No. Messi ne ha vinti due di seguito (al momento di scrivere, oggi sono diventati tre, ndr). Nei miei progetti futuri non ho quello di rifare il Camino a breve. Chi mi conosce sa che sono come Ronaldo (il Fenomeno, non solo per i capelli ) , che ne ha vinti sì due, ma a distanza di cinque anni . Così nel aspettando di tornare sul Camino e di rivincere il mio secondo Pallone d’oro mi consolerò con tutti gli altri “Classici” che ci saranno di qui a cinque anni. 

Buen camino
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Ciava